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Violenza a scuola, psicologi e criminologi chiedono più ascolto e meno controlli

Violenza tra studenti, gli esperti indicano psicologi, prevenzione e educazione digitale come strumenti fondamentali

Violenza a scuola, psicologi e criminologi chiedono più ascolto e meno controlli

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Meno controlli e più ascolto, il dibattito sulla prevenzione della violenza giovanile parte dalla scuola e dalle famiglie

Gli episodi di aggressione registrati negli istituti scolastici stanno riaprendo il dibattito su come prevenire la violenza tra i più giovani. Dopo i recenti casi di cronaca, compreso quello sventato a Lamezia Terme, esperti di criminologia e psichiatria invitano a non affidarsi esclusivamente a misure di sicurezza e controllo. Il punto centrale, secondo gli specialisti, è comprendere il disagio che precede determinati comportamenti e offrire agli studenti maggiori occasioni di ascolto.

Il rischio dell’emulazione tra i più giovani

La successione ravvicinata di episodi simili può favorire meccanismi di imitazione. Marco Dugato, ricercatore senior del Centro studi di criminologia Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sottolinea come l’emulazione possa avere un ruolo soprattutto tra adolescenti e preadolescenti.

Ogni vicenda mantiene naturalmente caratteristiche proprie, ma secondo il ricercatore esistono alcuni elementi ricorrenti. Tra questi figurano difficoltà nelle relazioni sociali, isolamento e una progressiva familiarità con immagini e comportamenti violenti, che rischiano di essere percepiti come sempre meno eccezionali.

Quando il mondo online diventa l’unico spazio di appartenenza

Per alcuni ragazzi la rete può trasformarsi nel principale luogo nel quale cercare riconoscimento, identità e appartenenza. Il problema non è l’utilizzo di Internet in sé, ma il rischio che giovani già isolati trovino rifugio in comunità digitali nelle quali prevaricazione e aggressività vengono valorizzate.

Dugato richiama l’attenzione su gruppi, chat e ambienti virtuali capaci di offrire una percezione di sicurezza a chi fatica a costruire relazioni nel mondo reale. In questi contesti, atteggiamenti violenti possono diventare strumenti attraverso i quali ottenere consenso, visibilità o un ruolo all’interno del gruppo.

L’età di accesso ai contenuti violenti si abbassa

Un altro fenomeno evidenziato dagli esperti riguarda l’età sempre più bassa con cui bambini e preadolescenti entrano in contatto con contenuti dedicati alla violenza e alla criminalità.

Serie televisive, podcast, social network e contenuti pubblicati dagli influencer hanno reso i fatti di cronaca molto più presenti nella vita quotidiana. L’interesse verso il crimine non rappresenta di per sé un problema, ma un’esposizione continua e priva di strumenti critici può contribuire a rendere determinati comportamenti meno distanti dalla normalità.

È quindi importante distinguere tra informazione, intrattenimento e spettacolarizzazione della violenza, soprattutto quando il pubblico è composto da persone ancora in fase di crescita.

Metal detector a scuola, gli esperti chiedono un approccio diverso

Tra le ipotesi discusse dopo alcuni episodi di aggressione compare anche l’introduzione di maggiori controlli negli istituti scolastici. Una strada che non convince Federico Tonioni, psichiatra e responsabile del Centro per il cyberbullismo del Policlinico Gemelli di Roma.

Secondo Tonioni, concentrare la prevenzione esclusivamente su metal detector o controlli di sicurezza rischia di intervenire sull’ultima fase del problema senza affrontarne le cause. Un comportamento aggressivo, infatti, può manifestarsi anche fuori dall’edificio scolastico e non richiede necessariamente la presenza di un’arma.

Per lo psichiatra sarebbe quindi più utile rafforzare la presenza degli psicologi negli istituti, creando luoghi nei quali gli studenti possano raccontare difficoltà, paure e situazioni di disagio prima che queste assumano forme più gravi.

La scuola come luogo di ascolto e prevenzione

La presenza dello psicologo a scuola viene indicata dagli specialisti non soltanto come uno strumento da utilizzare nelle emergenze, ma come parte di un sistema di prevenzione più ampio.

Individuare precocemente isolamento, difficoltà relazionali, episodi di bullismo o forme di ritiro sociale può permettere di intervenire prima che un disagio si trasformi in comportamento aggressivo. In questo senso la scuola rappresenta uno dei pochi ambienti nei quali è possibile osservare quotidianamente il modo in cui bambini e adolescenti costruiscono relazioni con coetanei e adulti.

L’obiettivo non sarebbe quindi quello di medicalizzare ogni difficoltà, ma di offrire agli studenti uno spazio accessibile nel quale essere ascoltati quando sentono di averne bisogno.

Smartphone e ricerca continua di approvazione

Nel ragionamento degli esperti entra inevitabilmente anche il rapporto tra giovani e dispositivi digitali. Tonioni descrive una generazione cresciuta in un ambiente nel quale smartphone, social network e schermi interattivi sono presenti fin dai primi anni di vita.

All’interno di questo contesto si sviluppa spesso una tensione tra desiderio di popolarità e paura del giudizio degli altri. Like, commenti e visibilità possono assumere un peso importante nella costruzione dell’immagine personale, mentre errori, esclusioni o episodi imbarazzanti possono essere amplificati dalla diffusione online.

Per questo motivo, secondo lo psichiatra, l’educazione digitale dovrebbe iniziare già nella scuola primaria, quando bambini e famiglie cominciano a costruire le proprie abitudini nell’utilizzo della tecnologia.

La responsabilità riguarda anche gli adulti

Il tema non coinvolge soltanto gli studenti. La velocità con cui smartphone e social network sono entrati nella vita quotidiana ha spesso trovato impreparate anche le famiglie.

Gli adulti, osservano gli specialisti, sono stati a loro volta protagonisti della diffusione di pratiche che oggi vengono discusse con maggiore attenzione, dalla pubblicazione delle immagini dei figli sui social fino all’utilizzo costante del telefono durante i momenti della vita familiare.

Secondo Tonioni, alcune forme di assenza genitoriale possono quindi essere molto meno evidenti rispetto al passato. Un adulto può trovarsi fisicamente accanto a un bambino ma essere contemporaneamente assorbito dal proprio dispositivo, riducendo occasioni di dialogo e interazione.

Prevenire significa comprendere prima di controllare

La sicurezza negli istituti scolastici resta naturalmente un tema importante, soprattutto quando emergono minacce concrete. Il confronto tra criminologi e psichiatri invita però ad ampliare lo sguardo.

Accanto alle misure necessarie nei singoli casi, la prevenzione passa anche dalla capacità di comprendere come stanno cambiando le relazioni tra adolescenti, famiglie, scuola e mondo digitale. Rafforzare l’ascolto, riconoscere precocemente le situazioni di isolamento e sviluppare maggiore consapevolezza nell’utilizzo dei social possono diventare strumenti utili per intervenire prima che il disagio trovi espressione nella violenza.

In questo quadro, lo psicologo scolastico non rappresenta soltanto una risposta alle emergenze, ma una possibile presenza stabile all’interno di una comunità educativa chiamata ad affrontare trasformazioni sociali e digitali sempre più rapide.

Luigi Canali


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25 Settembre 2026 © Luigi Canali
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