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Dal fango alla luce, l’Urna del Bottarone ritrova i suoi colori

Restauro e nuove scoperte cromatiche riportano alla luce un capolavoro etrusco del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Dal fango alla luce, l’Urna del Bottarone ritrova i suoi colori

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L’Urna del Bottarone torna visibile a Firenze dopo sessant’anni dall’alluvione del 1966

Sessant’anni dopo l’alluvione che nel 1966 sommerse Firenze sotto acqua e fango, un capolavoro etrusco torna a raccontare la propria storia. L’Urna del Bottarone, travolta dalla devastazione che colpì anche il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, riemerge oggi con una nuova luminosità. Non è solo un restauro: è il segno concreto di come il patrimonio culturale possa rinascere dopo una catastrofe.

L’alluvione del 1966 e le ferite al patrimonio

Quando l’Arno invase la città, l’acqua raggiunse depositi, archivi e laboratori. Tra i reperti colpiti c’era anche l’Urna del Bottarone, uno dei capolavori della civiltà etrusca custoditi nel museo fiorentino. Per anni quell’opera ha portato i segni del fango e del tempo, simbolo silenzioso di una ferita collettiva che ha segnato la memoria culturale italiana.

Una mostra per raccontare la rinascita

Oggi il museo presenta in anteprima l’esposizione “I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a sessant’anni dall’alluvione di Firenze”, all’interno di tourismA 2026 – Salone Archeologia e Turismo Culturale, organizzato da Archeologia Viva. La mostra non celebra soltanto un intervento tecnico, ma restituisce al pubblico l’intensità cromatica originaria dell’opera, riportando alla luce l’abbraccio senza tempo della coppia di sposi scolpita oltre 2400 anni fa.

Un capolavoro etrusco dalla storia complessa

Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie, l’urna fu scoperta nel 1864 nei pressi di Città della Pieve. Passò dalla collezione di Giorgio Taccini a quella del fiorentino Giuseppe Pacini, fino a entrare nel 1887 nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il coperchio raffigura una coppia di coniugi, un elemento raro nella scultura funeraria chiusina, dove solitamente il defunto è accompagnato da una figura demoniaca alata.

Dal primo intervento al nuovo laboratorio

Dopo l’alluvione, tra il 1969 e il 1970, l’opera fu oggetto di un primo restauro diretto da Francesco Nicosia. In quegli anni nacque anche il Centro di Restauro Archeologico della Toscana, struttura fondamentale per la tutela del patrimonio danneggiato. Tuttavia, nel tempo le superfici dell’urna si erano ingrigite e la testa maschile mostrava criticità strutturali, rendendo necessario un nuovo intervento.

La nuova campagna e il sostegno internazionale

Nel 2022 l’urna è stata selezionata nell’ambito di un bando finanziato grazie a un accordo tra il governo italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il contributo ha permesso non solo un approfondito studio diagnostico e conservativo, ma anche la creazione di un laboratorio permanente intitolato a Erminia Caudana all’interno del museo. Un esempio concreto di cooperazione internazionale a favore della tutela dei beni culturali.

Il ritorno dei colori antichi

Tra i risultati più sorprendenti emerge la riscoperta della policromia originaria. Le analisi hanno individuato tracce di blu egizio, ocre e cinabro. “Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti”, ha spiegato Giulia Basilissi, restauratrice del museo, sottolineando come la mappatura cromatica consenta oggi di immaginare l’opera nel suo aspetto antico, restituendole profondità e vitalità.

Come ha evidenziato il direttore Daniele Federico Maras, questo restauro rappresenta un modello virtuoso di collaborazione tra competenze scientifiche, fondi pubblici e sostegno internazionale. Dalla distruzione dell’alluvione alla rinascita, l’Urna del Bottarone diventa così simbolo di resilienza culturale e di responsabilità condivisa verso il patrimonio.


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27 Febbraio 2026
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