La politica internazionale ogni tanto sembra voler superare la satira, forse per non lasciarle troppo spazio. L’ultima indiscrezione arrivata dagli Stati Uniti racconta che Donald Trump vedrebbe bene Gianni Infantino, presidente della Fifa, come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Non una poltrona qualunque, ma una delle più delicate del mondo diplomatico. E qui la domanda, più che legittima, diventa quasi spontanea, siamo ancora nella realtà o in una sceneggiatura scritta durante l’intervallo di una finale?
Il mondo come un grande palco
Secondo quanto riportato dal New York Post, Trump avrebbe espresso apprezzamento per Infantino, considerandolo una figura rispettata a livello globale e capace di unire le persone. Una definizione impegnativa, soprattutto se applicata a un dirigente sportivo che negli ultimi mesi è stato spesso raccontato come molto vicino al presidente americano. Il calcio, si sa, parla a miliardi di persone. Ma trasformare questo dato in un lasciapassare automatico per guidare l’Onu richiede una certa fantasia istituzionale.
Dal premio per la pace alla diplomazia mondiale
Tra gli episodi che hanno alimentato le critiche c’è anche il premio Fifa per la pace assegnato a Trump, iniziativa letta da molti osservatori come un gesto politicamente molto conveniente. La scena, di per sé, contiene già tutto il materiale necessario per una commedia diplomatica, un presidente che non ottiene il Nobel, un dirigente sportivo che inaugura un premio alternativo, e poi l’ipotesi che lo stesso dirigente venga considerato adatto a guidare le Nazioni Unite. Mancano solo i cori da stadio nel Consiglio di Sicurezza.
La questione non è il calcio
Il punto non è negare il ruolo sociale dello sport. Il calcio può davvero avvicinare culture, popoli e comunità lontane. Il problema nasce quando la popolarità viene scambiata per autorevolezza diplomatica e la visibilità per competenza istituzionale. Guidare la Fifa significa amministrare un universo complesso, certamente. Guidare l’Onu significa muoversi tra guerre, crisi umanitarie, veti incrociati, diplomazie ostili e interessi spesso inconciliabili. Non proprio la stessa cosa che distribuire palloni e sorrisi in tribuna d’onore.
Una nomina che non dipende da un desiderio
Per diventare segretario generale delle Nazioni Unite non basta il gradimento di un presidente, neppure di quello degli Stati Uniti. La procedura prevede che il Consiglio di Sicurezza raccomandi un candidato e che l’Assemblea Generale proceda poi alla nomina. Nel Consiglio siedono quindici membri, compresi i cinque permanenti con diritto di veto. Tradotto in parole semplici, non è una telefonata, non è una designazione da spogliatoio e non è un incarico da assegnare durante una cena tra amici influenti.
Il peso delle consuetudini diplomatiche
La successione alla guida dell’Onu segue anche equilibri non scritti, ma molto considerati. Questa volta l’attenzione sembrerebbe orientata verso l’America Latina o i Caraibi, con l’ipotesi di una candidatura femminile. Tra i nomi circolati ci sono figure con percorsi politici e istituzionali consolidati, come Michelle Bachelet, ex presidente del Cile, e Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. In questo scenario, l’eventuale candidatura di Infantino avrebbe il sapore di un contropiede, magari spettacolare, ma non necessariamente ordinato.
Il bene comune e i portaborse del prestigio
La parte più ironica, o forse più amara, è il linguaggio con cui certe operazioni vengono spesso rivestite. Tutto avviene sempre per il bene comune, per unire le persone, per superare le divisioni. Poi però, guardando meglio, sembra di assistere al solito gioco delle promozioni tra fedelissimi, dove il merito si confonde con la vicinanza al sovrano di turno. E allora il cittadino, che magari non avrà accesso ai salotti diplomatici, conserva almeno il diritto di non essere trattato come uno spettatore distratto.
Il rischio di confondere fiducia e fedeltà
Le istituzioni internazionali vivono già una stagione complicata. Sono criticate, spesso inefficaci, talvolta lente, e non sempre capaci di incidere dove servirebbe. Proprio per questo avrebbero bisogno di credibilità, indipendenza e profili in grado di parlare a governi molto diversi tra loro. Se invece la logica diventa quella del mi fido di lui perché è vicino a me, allora il problema non è più Infantino, né Trump, né la Fifa. Il problema diventa l’idea stessa che le grandi organizzazioni possano essere trattate come caselle da occupare.
Una proposta che racconta il nostro tempo
Forse questa ipotesi non avrà seguito. Forse resterà solo una suggestione, una boutade politica, un pallone lanciato in area per vedere chi prova a colpirlo di testa. Ma il fatto che se ne parli dice qualcosa del nostro tempo. Dice che la notorietà pesa sempre di più, che la diplomazia viene spesso piegata alla comunicazione, e che il confine tra spettacolo, potere e istituzioni è diventato sempre più sottile.
Quando la satira arriva in ritardo
Il mondo contemporaneo ha un talento speciale, riesce a produrre notizie che sembrano già commentate da sole. Trump che immagina Infantino alla guida dell’Onu è una di queste. Fa sorridere, certo. Ma dietro il sorriso resta una domanda seria, quanto siamo disposti ad accettare che le istituzioni vengano trasformate in premi fedeltà, purché tutto venga raccontato con parole solenni e una bella fotografia ufficiale?
Alla fine, il punto non è stabilire se Infantino sappia o meno unire le persone. Il punto è capire se il mondo abbia ancora voglia di distinguere tra popolarità, competenza e indipendenza. Perché se ogni incarico globale può diventare il prolungamento di una relazione personale, allora il Palazzo di Vetro rischia di assomigliare sempre meno a una sede diplomatica e sempre più a una tribuna d’onore.
22 Luglio 2026
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