Trovare una relazione stabile non è sempre una questione di fortuna o di tempismo. Alcuni percorsi di vita, spesso considerati “virtuosi”, possono paradossalmente rendere più complesso l’incontro con un partner. Un ampio studio europeo mette in discussione molti luoghi comuni e mostra come fattori sociali, educativi e psicologici incidano in modo concreto sulla vita sentimentale dei giovani adulti.
Uno studio di lungo periodo sulle relazioni
La ricerca, condotta dall’Università di Zurigo e pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology, ha seguito per oltre dieci anni un campione di circa 17 mila giovani. I partecipanti, di età compresa tra i 16 e i 29 anni, provenivano da due contesti europei differenti come il Regno Unito e la Germania. L’obiettivo era comprendere quali variabili influenzino l’inizio della prima relazione sentimentale significativa.
Quando studiare di più non aiuta l’amore
Uno dei risultati più sorprendenti riguarda l’istruzione. Contrariamente alle aspettative, un alto livello di formazione non facilita la nascita di una coppia. Anzi, chi frequenta l’università tende a rimanere single più a lungo. Il tempo dedicato allo studio, l’ingresso posticipato nel mondo del lavoro e una maggiore selettività nelle relazioni sembrano contribuire a questo ritardo.
Differenze di genere nella solitudine
Lo studio evidenzia anche una differenza marcata tra uomini e donne. Gli uomini mostrano una maggiore probabilità di rimanere soli per periodi prolungati rispetto alle coetanee. Una dinamica che non dipende solo dalle opportunità di incontro, ma anche da modelli culturali e aspettative sociali che influenzano il modo di vivere le relazioni.
Vivere con i genitori o troppo isolati
Anche il contesto abitativo gioca un ruolo importante. Restare a lungo nella casa dei genitori, oppure vivere da soli in modo isolato, riduce le possibilità di formare una coppia stabile. Non si tratta solo di logistica, ma di reti sociali più ristrette e di minori occasioni di confronto quotidiano. Una condizione che può trasformarsi in un limite relazionale nel tempo.
Il peso psicologico della solitudine prolungata
Secondo il coautore della ricerca, Michael Kramer, durante l’adolescenza il benessere di single e persone in coppia è simile. La differenza emerge però verso la fine dei vent’anni. “I giovani adulti che restano single a lungo sperimentano un calo della soddisfazione e un aumento del senso di solitudine”, spiega. Intorno ai 30 anni possono comparire anche segnali di disagio emotivo più marcati.
Quando la solitudine si autoalimenta
Un aspetto centrale dello studio è il cosiddetto circolo vizioso della solitudine. Un basso livello di benessere riduce la motivazione a mettersi in gioco, rendendo ancora più difficile l’incontro con un partner. Proprio nel momento in cui cresce il desiderio di stabilità, le energie emotive per cercarla possono diminuire.
Una nota positiva, il cambiamento è possibile
La ricerca evidenzia però anche un elemento incoraggiante. L’inizio della prima relazione seria produce un miglioramento immediato del benessere psicofisico. Questo suggerisce che la solitudine prolungata non è una condizione irreversibile, ma un passaggio che può essere superato quando cambiano le condizioni personali e sociali.
20 Gennaio 2026
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