Dopo gli anni più difficili segnati dall’impennata dei prezzi, il 2025 mostra un segnale che per molti lavoratori rappresenta almeno una parziale inversione di tendenza. Le retribuzioni contrattuali orarie hanno infatti registrato una crescita del 3,1%, superando l’inflazione misurata dall’indice Ipca, fermatasi all’1,7%. Il vantaggio è di 1,4 punti percentuali, un dato che suggerisce un recupero, anche se ancora lontano dal colmare del tutto le perdite accumulate negli anni successivi alla pandemia.
Un recupero che prosegue per il secondo anno
Il dato assume un valore particolare perché conferma una dinamica già emersa nel 2024. Per il secondo anno consecutivo, infatti, gli aumenti contrattuali risultano superiori alla crescita dei prezzi. Si tratta di un elemento importante, soprattutto se si considera che nella fase post pandemica il costo della vita aveva corso molto più velocemente delle retribuzioni, comprimendo il potere d’acquisto di milioni di dipendenti.
Rinnovi ancora in attesa per milioni di lavoratori
Nonostante i segnali di miglioramento, la situazione contrattuale resta ancora molto incompleta. Secondo un Report della Cisl, alla fine del 2025 erano circa 5,5 milioni i dipendenti in attesa del rinnovo del contratto, pari al 42,2% del totale. Il numero risulta in lieve calo rispetto a settembre, quando gli addetti coinvolti erano 5,6 milioni, ma resta comunque elevato e mostra quanto il sistema dei rinnovi continui a procedere con lentezza.
Si accorciano i tempi di attesa
Un altro segnale incoraggiante riguarda però la durata dell’attesa per chi ha il contratto già scaduto. A dicembre i tempi medi sono scesi da 27,9 a 18,9 mesi. Il dato non cancella il problema, perché un anno e mezzo di attesa rimane un periodo molto lungo, ma indica una riduzione significativa rispetto ai mesi precedenti. È un passaggio rilevante in un contesto in cui la rapidità dei rinnovi incide direttamente sulla capacità dei salari di difendersi dall’aumento del costo della vita.
Il confronto con il 2019 resta ancora sfavorevole
Guardando oltre il solo 2025, il quadro appare più complesso. Le retribuzioni contrattuali presentano ancora un divario negativo del 6,4% rispetto al 2019. Questo significa che, nonostante i recenti aumenti, il recupero pieno rispetto al periodo precedente alla pandemia non è stato ancora raggiunto. Il dato conferma che la crescita degli ultimi due anni è utile, ma non sufficiente a cancellare la perdita accumulata nel tempo.
Perché le retribuzioni di fatto mostrano un calo minore
La distanza si riduce se si osservano le retribuzioni di fatto, cioè quelle calcolate dividendo il monte retributivo per il numero dei dipendenti occupati, sempre al lordo di imposte e contributi. In questo caso il differenziale negativo rispetto al periodo prepandemico scende all’1,7%. La differenza tra questo dato e quello delle retribuzioni contrattuali si spiega con vari elementi che pesano nella busta paga reale, come la contrattazione di secondo livello, gli straordinari, le indennità e altri compensi accessori che non rientrano nell’indice Istat sulle retribuzioni contrattuali.
Il ruolo degli interventi fiscali sulle retribuzioni nette
Se poi si considera anche l’effetto delle misure fiscali e si osservano le retribuzioni nette, il divario rispetto al 2019 si riduce ulteriormente. Secondo la Cisl, il gap medio si avvicina all’1%, con una distanza dello 0,5% per i redditi mediani e del 2,9% per quelli più bassi. È un dato che mostra come il quadro cambi sensibilmente quando si passa dalla retribuzione teorica prevista dai contratti a quella effettivamente percepita dai lavoratori.
Le previsioni per il 2026 restano positive ma più moderate
Per il 2026 le indicazioni elaborate dall’Istat, sulla base dei contratti in vigore alla fine di dicembre 2025, delineano una crescita ancora positiva ma più contenuta. La proiezione per il primo semestre parla di un aumento medio delle retribuzioni contrattuali orarie del 2,4%, mentre sull’intero anno la media attesa si ferma all’1,9%. La tendenza resta dunque favorevole, ma con ritmi meno intensi rispetto a quelli registrati nel 2025.
Segnali incoraggianti ma strada ancora lunga
Il bilancio complessivo restituisce quindi una realtà fatta di progressi e limiti. Da un lato i salari contrattuali tornano a crescere più dell’inflazione e i tempi di rinnovo si riducono. Dall’altro restano milioni di lavoratori senza contratto aggiornato e permane una distanza rispetto ai livelli retributivi del 2019. Il 2025 segna senza dubbio un passo avanti, ma il recupero del potere d’acquisto e della piena efficacia della contrattazione appare ancora come un percorso aperto.
10 Aprile 2026
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