La robotica in Italia non è più un tema da laboratorio o da grande industria futuristica. È ormai una parte concreta dell’economia, con un mercato che nel 2025 ha raggiunto un valore di circa 3,5 miliardi di euro e con un numero crescente di imprese che guarda ai robot non solo come strumenti produttivi, ma come risposte operative a problemi sempre più urgenti.
Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Robotics del Politecnico di Milano, il 28% delle aziende italiane utilizza già soluzioni robotiche. La presenza maggiore resta nella manifattura, ma la traiettoria sembra ormai chiara: nei prossimi anni i robot saranno sempre più presenti anche fuori dagli stabilimenti, nei servizi, nella sicurezza, nell’assistenza alla persona e in tutti quei contesti dove il lavoro umano è complesso, rischioso o difficile da reperire.
Un mercato che vale 3,5 miliardi di euro
Il dato economico fotografa un settore in forte consolidamento. La robotica in Italia ha raggiunto una dimensione rilevante, sostenuta soprattutto dalle imprese manifatturiere, dove automazione, precisione e continuità dei processi rappresentano già oggi fattori decisivi per restare competitivi.
La spesa media annua delle imprese italiane che investono in robotica è pari a circa 456 mila euro. Non si tratta quindi di un fenomeno marginale, ma di una scelta industriale che richiede pianificazione, competenze e capacità di integrare nuove tecnologie nei processi aziendali esistenti.
La robotica come risposta alla carenza di manodopera
Uno degli aspetti più significativi emersi dalla ricerca riguarda il rapporto tra robotica e disponibilità di lavoratori. Sei aziende italiane su dieci considerano i sistemi robotici una risposta concreta al calo di manodopera atteso nei prossimi decenni, legato all’invecchiamento della popolazione e alla denatalità.
Il tema è delicato, perché spesso l’automazione viene letta soltanto come sostituzione dell’uomo con la macchina. In realtà, il quadro appare più complesso. In molti comparti produttivi le imprese stanno già sperimentando difficoltà nel trovare personale disponibile o adeguatamente formato. In questo scenario, i robot possono diventare uno strumento per mantenere attive produzioni, servizi e attività che rischierebbero di rallentare.
Non solo sostituzione, ma trasformazione delle competenze
La crescita della robotica non significa necessariamente una perdita netta di posti di lavoro. Il punto centrale è la trasformazione delle competenze richieste. Alcune mansioni ripetitive, fisicamente pesanti o ad alto rischio potranno essere automatizzate, mentre crescerà la domanda di figure capaci di progettare, programmare, installare, gestire e mantenere sistemi robotici avanzati.
È qui che si gioca una parte importante della transizione. Senza formazione e riqualificazione professionale, l’innovazione rischia di creare distanza tra le esigenze delle imprese e le competenze disponibili. Con investimenti mirati, invece, la robotica può diventare un’occasione per costruire nuovi profili professionali e rendere più competitivo il sistema produttivo italiano.
Dalle fabbriche ai servizi, il nuovo perimetro dei robot
Fino a pochi anni fa parlare di robot significava pensare soprattutto a bracci meccanici nelle linee di produzione. Oggi il perimetro si sta allargando. La robotica innovativa, sostenuta da intelligenza artificiale, sensori evoluti e capacità di apprendimento continuo, può essere applicata anche in settori meno standardizzati.
Assistenza, logistica, sanità, sicurezza, manutenzione, controllo di ambienti complessi e attività in luoghi pericolosi sono alcuni degli ambiti in cui queste tecnologie potrebbero trovare spazio. Il passaggio non sarà immediato, ma indica una direzione precisa: la robotica uscirà progressivamente dalla fabbrica per entrare in contesti più vicini alla vita quotidiana e ai servizi.
L’intelligenza artificiale accelera la nuova robotica
L’evoluzione della robotica è sempre più collegata all’intelligenza artificiale. Tra le imprese italiane che prevedono investimenti nel 2026, il 29% intende destinare risorse a robot innovativi dotati di IA, sensori e capacità di apprendimento. La spesa media pianificata è di circa 183 mila euro, una cifra ancora contenuta ma significativa per comprendere l’interesse verso una nuova generazione di soluzioni.
Questa evoluzione viene spesso associata alla cosiddetta physical AI, cioè l’applicazione dell’intelligenza artificiale a sistemi fisici capaci di interagire con ambienti reali. In pratica, non solo software che analizzano dati, ma macchine in grado di percepire, decidere e agire nello spazio fisico.
Adozione in crescita entro il 2028
Le previsioni indicano un aumento dell’adozione della robotica in Italia. Dal 28% attuale si potrebbe arrivare al 36% delle aziende entro il 2028. Anche i robot umanoidi, oggi sperimentati soltanto dal 3% delle imprese che già utilizzano soluzioni robotiche, potrebbero raggiungere l’11% nello stesso arco temporale.
La distribuzione dell’adozione mostra però differenze tra dimensioni aziendali. Tra le imprese che usano robotica, il 44% sono grandi aziende, il 38% medie imprese e il 18% piccole imprese. Il dato conferma che le realtà più strutturate hanno maggiore capacità di investimento, ma evidenzia anche lo spazio potenziale per portare queste tecnologie nelle piccole e medie imprese.
I benefici restano produttività, qualità e sicurezza
Le aziende che hanno già investito in robotica monitorano soprattutto benefici concreti e tradizionali. Il 75% guarda all’aumento della produttività del lavoro, il 65% al miglioramento della qualità dei processi, il 49% alla sicurezza e all’ergonomia, mentre il 40% valuta la riduzione dei costi di produzione.
Sono indicatori molto pratici, che spiegano perché la robotica sia vista prima di tutto come una leva industriale. Tuttavia, il suo impatto va oltre l’efficienza. L’introduzione di robot può modificare l’organizzazione del lavoro, migliorare la continuità operativa e ridurre l’esposizione dei lavoratori ad attività usuranti o pericolose.
Gli ostacoli tra norme, mercato e investimenti
Non tutte le aziende sono pronte a investire. Tra quelle che oggi non adottano soluzioni robotiche e non prevedono di farlo nei prossimi tre anni, il 51% indica come principale ostacolo un contesto normativo e di mercato non ancora adeguato. È un segnale importante, perché l’innovazione non dipende solo dalla disponibilità della tecnologia, ma anche dalla chiarezza delle regole, dalla maturità del mercato e dalla capacità delle imprese di valutarne il ritorno.
Due terzi delle aziende che hanno già investito prevedono però di reinvestire, mentre l’11% delle imprese oggi prive di robotica pianifica un primo approccio entro il 2028. Questo suggerisce una crescita graduale, ma destinata a rafforzarsi.
Le startup robotiche e il confronto globale
Lo scenario internazionale conferma il dinamismo del settore. A livello globale si contano 493 startup robotiche fondate dal 2020 e finanziate negli ultimi due anni, distribuite in 39 Paesi, con un finanziamento complessivo di 7,39 miliardi di dollari.
Nord America e Asia guidano la classifica, mentre l’Europa si colloca al terzo posto. Per l’Italia, la sfida sarà non limitarsi all’adozione di tecnologie sviluppate altrove, ma rafforzare competenze, ricerca, filiere industriali e startup capaci di contribuire alla nuova robotica.
Una transizione industriale da governare
La crescita della robotica in Italia apre una fase importante per imprese, lavoratori e istituzioni. I robot possono aiutare a rispondere alla carenza di manodopera, aumentare la produttività e migliorare la sicurezza, ma richiedono una strategia chiara.
La vera domanda non è se la robotica entrerà sempre di più nel sistema produttivo e nei servizi, ma come verrà gestita questa trasformazione. Senza competenze, formazione e regole comprensibili, il rischio è subire il cambiamento. Con investimenti mirati, invece, la robotica può diventare uno degli strumenti per difendere e rinnovare la competitività dell’industria italiana.
25 Giugno 2026
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