Il lavoro dei rider è ormai una presenza stabile nelle città italiane, ma dietro la rapidità delle consegne si nasconde una realtà fatta di fragilità economica, tutele limitate e condizioni spesso lontane da quelle di un impiego dignitoso. Un settore cresciuto rapidamente, che continua però a poggiare su basi molto deboli dal punto di vista sociale e contrattuale.
Un’occupazione tutt’altro che occasionale
Contrariamente alla narrazione diffusa del rider come studente o lavoratore “di passaggio”, la ricerca mostra una realtà diversa. Per molti, questa attività rappresenta la principale fonte di reddito. Si lavora con continuità, spesso sei o sette giorni a settimana, con orari che superano regolarmente le otto ore giornaliere e arrivano anche a dieci. Un impegno che, nei fatti, ha tutte le caratteristiche di un lavoro a tempo pieno, ma senza le garanzie che normalmente lo accompagnano.
Giovani e migranti, il volto più esposto del settore
La maggioranza dei rider è composta da giovani, molto spesso migranti. Una componente che rende il settore ancora più vulnerabile, perché alla precarietà lavorativa si sommano difficoltà legate allo status giuridico, alla lingua e all’accesso alle informazioni. Non si tratta solo di lavoro povero, ma di una condizione che intreccia reddito, integrazione e diritti fondamentali.
La ricerca Nidil Cgil, dati che parlano chiaro
Questa fotografia emerge dalla ricerca “La condizione di lavoro dei rider del food delivery”, realizzata dalla Nidil Cgil nazionale attraverso 500 questionari compilati da rider di tutta Italia. Il questionario è stato diffuso in quattro lingue, italiano, francese, inglese e urdu, proprio per intercettare una platea ampia e rappresentativa di lavoratori spesso esclusi dalle indagini tradizionali.
Pagamenti a cottimo e costi a carico dei lavoratori
Dal dossier 2025, come ha spiegato Roberta Turi della segreteria nazionale Nidil, emerge con chiarezza che “questo non è un lavoretto”. I compensi medi oscillano tra i due e i quattro euro lordi a consegna, un importo che include tutto: tempi di attesa, spostamenti, usura dei mezzi e costi di carburante. Molti rider lavorano in moto o addirittura in auto, sostenendo spese che riducono ulteriormente il guadagno reale.
Salute e sicurezza, tutele insufficienti
Un altro nodo critico riguarda la sicurezza sul lavoro. Dalla ricerca emerge che i dispositivi di protezione individuale forniti dalle piattaforme risultano spesso inadeguati. Caschi, giubbotti o altri strumenti di sicurezza non sono sufficienti a garantire condizioni di lavoro accettabili, soprattutto considerando i ritmi elevati, il traffico urbano e l’esposizione alle intemperie.
Casa Rider Firenze, un punto di riferimento concreto
Un’esperienza significativa arriva da Firenze, dove circa un anno fa è stata aperta Casa Rider. Come ha ricordato Giulia Tagliaferri di Nidil Firenze, il progetto è diventato rapidamente un punto di riferimento per questi lavoratori. Qui i rider, in larga parte stranieri e spesso pakistani, trovano supporto sul rapporto con le piattaforme, informazioni su salute e sicurezza, ma anche assistenza legata alla loro condizione di migranti. In un solo anno, circa mille lavoratori si sono rivolti a Casa Rider, segno di un bisogno reale e diffuso.
Un lavoro invisibile che chiede riconoscimento
Il quadro che emerge è quello di un lavoro essenziale per il funzionamento delle città, ma ancora privo di un pieno riconoscimento sociale e contrattuale. I rider non chiedono privilegi, ma regole chiare, compensi equi e condizioni di sicurezza adeguate. Elementi minimi per trasformare un’attività precaria in un lavoro che possa davvero garantire dignità.
06 Febbraio 2026
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