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Povertà infantile in Italia, quando nascere nella famiglia giusta pesa ancora troppo

Quasi un bambino italiano su quattro vive in povertà relativa, con effetti su scuola, salute, alimentazione e futuro

Povertà infantile in Italia, quando nascere nella famiglia giusta pesa ancora troppo

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Il rapporto Unicef Innocenti fotografa le disuguaglianze infantili in Italia tra reddito, competenze e benessere

Quasi un bambino su quattro in Italia cresce in una famiglia con redditi troppo bassi rispetto alla media nazionale. Non è solo una statistica economica, ma una fotografia molto concreta di come le disuguaglianze possano entrare presto nella vita dei più piccoli, condizionando alimentazione, salute, apprendimento e perfino la fiducia nel futuro.

Il rapporto “Opportunità disuguali, bambini e disuguaglianza economica” di Unicef Innocenti mette in fila numeri che dovrebbero far discutere non solo chi si occupa di politiche sociali, ma l’intero Paese. Perché la povertà infantile non riguarda soltanto chi la subisce direttamente. Riguarda il modo in cui una società decide di investire, o di non investire, sul proprio domani.

Un Paese nel gruppo alto, ma con ferite profonde

L’Italia si colloca al dodicesimo posto su 37 Paesi nella classifica generale sul benessere dei bambini. Un dato che, letto da solo, potrebbe sembrare rassicurante. Il quadro cambia però quando si osservano le differenze interne, perché dietro una posizione complessivamente discreta emergono divari sociali molto marcati.

Il Paese risulta nel primo terzo della classifica per il benessere mentale, con un decimo posto, mentre si posiziona a metà graduatoria per la salute fisica, al diciassettesimo posto, e più indietro per le competenze, al venticinquesimo. In altre parole, l’Italia non parte da una condizione di emergenza generalizzata, ma mostra una difficoltà evidente nel garantire pari opportunità ai bambini che nascono in contesti familiari più fragili.

Il peso della povertà infantile sulle opportunità

Secondo il rapporto, il 23,2% dei bambini italiani vive in condizioni di povertà relativa, cioè in famiglie con un reddito inferiore al 60% della media nazionale. È uno dei valori più elevati tra i Paesi europei considerati e colloca l’Italia al trentesimo posto per povertà infantile.

Questo dato racconta qualcosa di più ampio del semplice reddito. Una famiglia con risorse limitate può avere maggiori difficoltà a garantire una dieta equilibrata, attività educative extrascolastiche, strumenti digitali, libri, spazi adeguati per studiare e tempo di qualità. La povertà, soprattutto quando riguarda i bambini, raramente resta confinata al portafoglio: finisce spesso per trasformarsi in minori possibilità di crescita.

Disuguaglianza economica e distanza tra ricchi e poveri

L’Italia si colloca al ventiduesimo posto su 40 Paesi per disparità di reddito. Il quintile più ricco della popolazione guadagna 5,35 volte il reddito del quintile più povero. Questa distanza non è soltanto un indicatore statistico, ma una misura concreta di quanto le condizioni di partenza possano incidere sulla vita quotidiana dei bambini.

Il direttore di Unicef Innocenti, Bo Viktor Nylund, ha sottolineato che la disuguaglianza condiziona profondamente il modo in cui i bambini imparano, mangiano e vivono. La sua indicazione è chiara: per ridurre gli effetti più gravi delle disuguaglianze servono investimenti urgenti in salute, nutrizione e istruzione, soprattutto nelle comunità più vulnerabili.

Scuola e competenze, il divario che nasce prima dei voti

Uno degli aspetti più delicati riguarda le competenze scolastiche. In Italia, l’84% dei ragazzi appartenenti al quintile più ricco raggiunge competenze di base in matematica e lettura. Tra i ragazzi del quintile più povero, la percentuale scende a poco meno del 45%. Il divario è di circa 39 punti percentuali.

Il dato è particolarmente significativo perché non sembra dipendere soprattutto dalla distribuzione degli studenti tra scuole diverse. L’indice di segregazione scolastica in Italia è moderato, pari a 0,23, e suggerisce che gli studenti provenienti da contesti socioeconomici differenti siano relativamente distribuiti tra gli istituti. Il problema, quindi, sembra giocarsi dentro il sistema scolastico e attorno alla scuola: risorse familiari, condizioni abitative, accesso a supporti educativi, differenze territoriali, qualità dell’insegnamento e orientamento precoce verso percorsi differenti già dai 14 anni.

Alimentazione e salute, quando anche il piatto racconta una disuguaglianza

Il rapporto evidenzia una relazione chiara tra disuguaglianza economica e salute dei bambini. Nei Paesi con livelli più alti di disuguaglianza, i bambini hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso rispetto a quelli che vivono in Paesi con minori divari economici. Le cause possono essere diverse, ma spesso si intrecciano con l’accesso a cibi di qualità, con il costo degli alimenti freschi e con l’abitudine, talvolta obbligata, a pasti meno equilibrati.

In Italia, il 27% dei bambini e degli adolescenti tra i 5 e i 19 anni è in sovrappeso. Il dato si inserisce in una tendenza già nota nei Paesi dell’Europa meridionale, dove la prevalenza del sovrappeso infantile resta elevata. Ma la parte più interessante, e forse più preoccupante, riguarda il divario alimentare legato al reddito familiare.

Frutta, verdura e bevande zuccherate non sono dettagli

Tra gli italiani di età compresa tra 11 e 15 anni, solo il 22% dei ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito consuma verdura ogni giorno, contro il 39% dei coetanei appartenenti a famiglie ad alto reddito. Anche il consumo quotidiano di frutta mostra una differenza, con il 32% tra i ragazzi di famiglie a basso reddito e il 40% tra quelli di famiglie più benestanti.

Il dato sulle bevande zuccherate va nella direzione opposta: il consumo giornaliero è più alto tra le famiglie a basso reddito, 18%, rispetto a quelle ad alto reddito, 12%. Non si tratta di colpe individuali, ma di condizioni sociali che orientano le scelte. Per questo il rapporto richiama politiche alimentari mirate, come pasti scolastici di qualità, programmi di distribuzione di frutta e verdura e regolamentazione dello zucchero.

Benessere mentale, un dato positivo che non cancella le differenze

Nel quadro italiano emerge anche un elemento incoraggiante. La mortalità per suicidio tra i ragazzi di 15-19 anni è pari a 2,82 per 100.000, uno dei tassi più bassi in Europa. Inoltre, il 73% dei quindicenni italiani dichiara un alto livello di soddisfazione di vita.

Anche qui, però, il dato medio nasconde una distanza sociale importante. Tra gli adolescenti appartenenti al 20% con il contesto socioeconomico più svantaggiato, la soddisfazione di vita si ferma al 66%. Nel 20% più favorito sale al 79%. Tredici punti percentuali di differenza indicano che anche la percezione del proprio benessere può dipendere molto dal luogo sociale in cui si cresce.

Il tempo dei compiti non basta se mancano le condizioni

Gli adolescenti italiani dedicano molto tempo ai compiti, più dei coetanei di quasi tutti gli altri Paesi inclusi nel rapporto. Eppure, l’impegno individuale non riesce da solo a compensare le distanze sociali. Il 57% dei quindicenni raggiunge competenze di base sia in matematica sia in lettura, ma il dato cambia drasticamente se si guarda alla condizione socioeconomica.

Nel quintile più basso la percentuale scende al 45%, mentre nel quintile più alto arriva all’84%. Questo significa che studiare molto non basta, se attorno allo studente mancano sostegno familiare, stabilità economica, ambienti adeguati, strumenti e percorsi scolastici capaci di ridurre davvero le distanze.

Ridurre la povertà infantile è una scelta politica

Il rapporto Unicef Innocenti invita i governi ad agire su più fronti per ridurre l’impatto delle disuguaglianze sul benessere dei bambini. La povertà infantile non può essere affrontata con una sola misura, perché tocca reddito, scuola, salute, alimentazione, servizi territoriali e sostegno alle famiglie.

Investire sui bambini delle comunità più vulnerabili significa intervenire prima che le difficoltà diventino svantaggi permanenti. Significa impedire che una famiglia povera produca automaticamente minori opportunità scolastiche, peggiori abitudini alimentari, minore salute e minore fiducia nel futuro. In fondo, il punto è semplice: una società che lascia indietro i bambini non sta risparmiando risorse, sta accumulando problemi.

Una fotografia che riguarda il futuro dell’Italia

I numeri contenuti nel rapporto non descrivono soltanto la condizione dell’infanzia. Raccontano anche quale Paese l’Italia rischia di diventare se non affronta le disuguaglianze alla radice. Ogni bambino che cresce con meno possibilità di apprendere, nutrirsi bene e sviluppare le proprie capacità rappresenta una perdita umana, sociale ed economica.

La domanda, quindi, non è solo quanta povertà infantile possa permettersi l’Italia. La domanda vera è quanto futuro sia disposta a perdere prima di considerare l’infanzia una priorità nazionale.


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12 Maggio 2026
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