In Italia il futuro di una parte rilevante del sistema produttivo si sta giocando su un tema spesso rimandato, ma ormai impossibile da ignorare, il passaggio generazionale. Secondo un’indagine della CNA condotta su oltre 2.000 imprenditori in tutta la Penisola, la consapevolezza del problema esiste, ma nella pratica manca ancora una pianificazione diffusa e concreta. Il risultato è un quadro delicato, che riguarda non solo la sopravvivenza delle imprese, ma anche la continuità di competenze, relazioni e saperi costruiti in decenni di lavoro.
Un tema noto, ma ancora poco affrontato davvero
Il dato forse più significativo è che oltre l’80% degli imprenditori con più di 40 anni ha già preso in considerazione il tema della trasmissione della propria attività. Questo significa che la questione è presente nella testa di molti titolari e non viene più percepita come un argomento lontano o marginale. Eppure, tra la consapevolezza e l’azione concreta continua ad aprirsi una distanza ampia.
Più della metà degli imprenditori che hanno riflettuto sul futuro della propria azienda, infatti, non ha ancora messo in campo un percorso strutturato per il passaggio di testimone. In altre parole, il problema è chiaro, ma spesso resta fermo allo stadio delle intenzioni. Ed è proprio qui che nasce una delle fragilità più evidenti del tessuto produttivo italiano.
Quando la continuità resta in famiglia tutto sembra più semplice
I numeri raccolti dalla CNA mostrano che il passaggio generazionale funziona meglio quando avviene all’interno del nucleo familiare. In questi casi l’esito positivo riguarda il 63,7% delle situazioni analizzate. È un dato che racconta quanto, nel sistema delle piccole e medie imprese italiane, il legame tra famiglia e impresa resti ancora centrale.
La ragione è abbastanza intuitiva. All’interno della famiglia esistono spesso un rapporto fiduciario già consolidato, una conoscenza diretta del lavoro svolto e una maggiore disponibilità ad accompagnare gradualmente il subentro. Questo non elimina le difficoltà, ma rende più probabile una continuità reale dell’attività. Quando invece manca un successore interno, tutto diventa più complesso e meno prevedibile.
Vendere l’impresa non è affatto una strada facile
Se il passaggio in famiglia regge meglio, le cessioni a dipendenti o a soggetti esterni mostrano criticità molto più forti. Mancano acquirenti, spesso non si trovano le risorse economiche necessarie e non di rado non si riesce a costruire un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Il risultato è che molte imprese entrano in una zona grigia, dove l’uscita del titolare non coincide con un nuovo inizio.
Secondo quanto emerge dall’indagine, tra coloro che tentano di vendere la propria attività sul mercato quasi nessuno riesce a chiudere davvero l’operazione. È un segnale molto serio, perché mette in evidenza un limite strutturale del sistema. Non basta avere un’azienda avviata per renderla automaticamente appetibile o trasferibile. Serve un contesto che renda il subentro praticabile, sostenibile e conveniente.
Il rischio non è solo il cambio di proprietà, ma la chiusura
Quando il passaggio non si realizza, il pericolo concreto è la cessazione dell’attività. La CNA sottolinea che quasi il 30% delle piccole imprese incontra forti difficoltà nel percorso di trasmissione. Non si tratta quindi di un problema limitato a pochi casi isolati, ma di una fragilità che interessa una quota importante del mondo produttivo nazionale.
Questo scenario pesa soprattutto nei territori dove la piccola impresa rappresenta ancora un presidio economico e sociale. La chiusura di un’attività non comporta soltanto la perdita di fatturato o posti di lavoro. Spesso significa anche impoverimento del tessuto locale, desertificazione commerciale e indebolimento di filiere costruite nel tempo. In certi casi scompare un’impresa, in altri scompare un pezzo di identità del territorio.
Burocrazia, tasse e costo del lavoro rendono tutto più difficile
A complicare ulteriormente il quadro non ci sono solo i problemi interni alle aziende. Sul percorso del ricambio generazionale incidono anche ostacoli esterni ben noti agli imprenditori, a partire dalla burocrazia eccessiva, dalla pressione fiscale elevata e dal costo del lavoro. Sono fattori che rallentano chi vuole aprire una nuova attività, ma anche chi vorrebbe rilevarne una già esistente.
L’indagine evidenzia con chiarezza che questi elementi rappresentano una barriera strutturale. Se subentrare in un’impresa significa caricarsi di adempimenti complessi, margini ridotti e costi difficili da sostenere, è naturale che molti potenziali successori si tirino indietro. Non è solo una questione di volontà personale. È anche una questione di condizioni generali del mercato.
Nell’artigianato si trasmette molto più di un’azienda
Il tema assume un peso ancora maggiore nel settore artigiano, dove l’impresa coincide spesso con il sapere pratico di chi la guida. Qui il problema non riguarda soltanto il futuro dell’attività economica, ma anche la conservazione di competenze che fanno parte del patrimonio produttivo italiano. Quando un laboratorio chiude senza lasciare eredi professionali, non si perde solo un’impresa, ma un modo di fare, una tecnica, una cultura del lavoro.
Questo aspetto è particolarmente delicato in un Paese che fonda parte della propria riconoscibilità internazionale proprio sulla qualità manifatturiera, sul lavoro specializzato e sul valore del saper fare. In questi casi il passaggio generazionale non è una semplice formalità societaria, ma un vero processo di trasmissione di conoscenze, esperienze e capacità spesso difficili da codificare in un manuale.
I giovani imprenditori sono pochi, ma l’artigianato continua ad attrarre
Il quadro demografico non aiuta. Gli imprenditori under 40 rappresentano appena l’11,3% del campione esaminato, mentre aumentano le fasce d’età più avanzate. Questo squilibrio rende più complessa sia la continuità delle imprese sia quella delle competenze. Se la base di giovani disposti a prendere il testimone si restringe, tutto il sistema si trova più esposto al rischio di interruzione.
Eppure esiste anche un segnale incoraggiante. Tra i giovani imprenditori, il 68,1% opera proprio nell’artigianato. È un dato che mostra come questo comparto mantenga una sua forza attrattiva e continui a essere percepito come uno spazio possibile di realizzazione. Non tutto, quindi, si sta spegnendo. Il problema è semmai creare le condizioni perché questa disponibilità possa trasformarsi in continuità reale, e non resti bloccata tra ostacoli economici e strutturali.
Senza credito anche rilevare un’impresa diventa quasi impossibile
Tra i nodi più pesanti segnalati dall’indagine c’è quello dell’accesso al credito. Negli ultimi anni il sostegno bancario alle micro e piccole imprese si è ridotto in modo significativo, penalizzando in particolare chi vorrebbe acquistare un’attività già avviata. Eppure proprio questa potrebbe essere, in molti casi, una soluzione utile per garantire continuità a tante realtà produttive.
Senza strumenti finanziari adeguati, però, la trasmissione dell’impresa rischia di restare un’ipotesi teorica. Acquisire un’attività richiede capitale, garanzie e fiducia da parte del sistema creditizio. Se questi elementi vengono a mancare, anche le aziende sane e con potenziale possono finire senza un successore. È una contraddizione evidente, soprattutto in un contesto in cui si continua a parlare di tutela del Made in Italy e di valorizzazione delle filiere produttive.
La soddisfazione resta alta, ma da sola non basta
Nonostante tutte le difficoltà, oltre l’83% degli imprenditori intervistati dichiara di essere complessivamente soddisfatto della propria scelta professionale. È un dato importante, perché racconta la tenuta culturale e motivazionale dell’imprenditoria italiana. Anche in un quadro complesso, resta forte il valore attribuito all’autonomia, alla costruzione di un progetto e al rapporto con il proprio lavoro.
Questa soddisfazione, però, non può sostituire gli strumenti necessari per affrontare il futuro. La volontà individuale e la resilienza sono risorse preziose, ma non bastano se intorno manca un ambiente favorevole. Il problema del ricambio generazionale non si risolve chiedendo agli imprenditori di resistere un po’ di più. Si affronta creando regole, incentivi e supporti capaci di accompagnare davvero la continuità d’impresa.
Una questione privata solo in apparenza
Come ha osservato il Presidente della CNA, Dario Costantini, il passaggio generazionale non riguarda soltanto le singole aziende, ma rappresenta una sfida strategica per l’intero Paese. Ed è difficile dargli torto. Se oltre un milione di imprese dovrà confrontarsi con questo nodo nei prossimi anni, la questione smette di essere privata e diventa un problema economico, sociale e culturale di prima grandezza.
Meno burocrazia, maggiore accesso al credito e strumenti mirati per chi intende rilevare un’attività sono le condizioni indicate come prioritarie. In gioco non c’è solo la sopravvivenza di tante piccole imprese, ma la capacità dell’Italia di non disperdere competenze, occupazione e qualità produttiva. In fondo, quando un’impresa passa bene di mano, non cambia solo il nome sulla porta. Si difende un pezzo di futuro.
27 Aprile 2026
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