L’attesa era alta, quasi inevitabile. Quando Christopher Nolan decide di confrontarsi con l’Odissea, uno dei testi fondativi della cultura occidentale, è naturale aspettarsi un’opera visivamente imponente, costruita per lasciare il segno sul grande schermo. La sorpresa, però, sembra arrivare dalla capacità del film di mantenere viva la forza del mito senza trasformarlo in un semplice spettacolo hollywoodiano.
In sala dal 16 luglio con Universal, il film si presenta come un viaggio di quasi tre ore nel mondo di Omero, tra visioni grandiose, paure antiche, guerre, dèi, mostri e ritorni impossibili. Un racconto che, pur parlando da millenni all’immaginario collettivo, riesce ancora a conservare una sua energia profonda.
Il fascino antico di una storia senza tempo
L’Odissea resta, prima di tutto, la grande storia del ritorno. Ulisse non attraversa soltanto mari e terre sconosciute, ma affronta il peso della memoria, della guerra e della distanza da casa. Nolan sembra scegliere questa chiave senza appesantire il racconto con troppe concessioni moderne, lasciando che il mito parli con la sua lingua originaria.
Il risultato, almeno nelle sequenze più potenti, è quello di un cinema capace di riportare lo spettatore a una forma di meraviglia quasi infantile. Il cavallo di legno abbandonato sulla spiaggia, l’apparizione di Polifemo e le battaglie costruite come riti visivi e sonori restituiscono all’epica una dimensione fisica, concreta, quasi primordiale.
Polifemo, il cavallo di Troia e la meraviglia del mito
Tra i momenti più suggestivi spiccano le scene dedicate agli elementi fantastici dell’opera omerica. Il cavallo di Troia, collocato sul bagnasciuga come un oggetto misterioso e minaccioso, apre il film con una forza simbolica immediata. Non è soltanto un espediente bellico, ma una presenza sospesa tra inganno, destino e rovina.
Anche Polifemo viene rappresentato con un’immagine destinata a restare impressa. L’occhio verticale, la brutalità della creatura e la violenza con cui divora i compagni di Ulisse riportano il racconto in una zona oscura, più vicina all’incubo che alla favola. È qui che il mito recupera la sua natura più dura, lontana da ogni addomesticamento.
La musica di Ludwig Göransson come motore epico
Un ruolo centrale è affidato alla colonna sonora di Ludwig Göransson, compositore già premiato con tre Oscar. Le musiche accompagnano le battaglie con un andamento verticale, martellante, quasi ossessivo, dando al film un respiro rituale e guerriero.
La scelta di utilizzare 35 gong di bronzo di diverse dimensioni contribuisce a creare un suono solenne e arcaico. Non è una musica che accompagna semplicemente le immagini, ma una forza che sembra spingerle in avanti, scandendo il ritmo dell’azione e amplificando il senso di fatalità che attraversa il viaggio di Ulisse.
La legge di Zeus e il valore sacro dell’ospitalità
Uno dei nuclei più interessanti del film è il richiamo alla xenía, la legge sacra dell’ospitalità protetta da Zeus Xenios. Nel mondo greco antico, accogliere lo straniero non era una semplice cortesia, ma un dovere religioso e morale. Il padrone di casa doveva offrire cibo, acqua, riposo e protezione; l’ospite, a sua volta, era chiamato a rispettare la casa che lo accoglieva.
Questo tema, pur appartenendo all’antichità, conserva una evidente risonanza contemporanea. L’incontro con lo straniero, la fiducia, l’abuso dell’accoglienza e la responsabilità reciproca diventano elementi narrativi capaci di parlare anche al presente, senza bisogno di forzature ideologiche.
Ulisse e le ferite invisibili della guerra
Nel film emerge anche una lettura più interiore del personaggio di Ulisse. L’eroe non è soltanto l’uomo astuto celebrato dalla tradizione, ma anche un reduce segnato dalla violenza. Le atrocità viste durante la presa di Troia diventano parte di un trauma che rallenta il suo ritorno e lo accompagna anche quando la guerra sembra finita.
Questa interpretazione avvicina Ulisse alla condizione di chi porta dentro di sé le conseguenze di ciò che ha visto e vissuto. Il riferimento al disturbo da stress post-traumatico non cancella la dimensione epica del personaggio, ma la arricchisce, rendendo più umano il suo desiderio di tornare da Penelope e di superare “i tempi bui del presente”.
I morti insepolti e il peso delle responsabilità
Un altro tema centrale è quello dei morti insepolti. Nella cultura greca, la sepoltura non rappresentava soltanto un gesto di pietà familiare, ma una necessità religiosa. Senza riti funebri, l’anima restava sospesa, esclusa dalla piena condizione dei defunti.
Nolan sembra utilizzare questa idea come una metafora delle responsabilità lasciate dalla guerra. I corpi non sepolti non appartengono solo al passato, ma continuano a chiedere conto ai vivi. È una presenza morale che accompagna il viaggio di Ulisse e ricorda che nessun ritorno può davvero compiersi senza fare i conti con ciò che è stato distrutto.
Un cast monumentale per una produzione ambiziosa
L’ambizione produttiva del film è evidente anche nei numeri. Il budget indicato è di 250 milioni di dollari, il più alto nella carriera di Nolan, mentre la lavorazione interamente in Imax su pellicola 70 mm conferma la volontà di realizzare un’esperienza pensata per la sala cinematografica.
Il cast rafforza ulteriormente questa dimensione monumentale. Matt Damon interpreta Ulisse, Anne Hathaway è Penelope, Tom Holland veste i panni di Telemaco. Accanto a loro compaiono Robert Pattinson nel ruolo di Antinoo, Lupita Nyong’o nei doppi panni di Elena di Troia e Clitennestra, Samantha Norton come Circe, Zendaya nel ruolo della dea Atena e Charlize Theron in quello di Calipso.
Le prime reazioni tra entusiasmo e qualche riserva
Le prime recensioni professionali arrivate dagli Stati Uniti appaiono in larga parte molto positive. Il film viene descritto come un trionfo cinematografico, un’opera visiva di grande impatto e uno dei possibili protagonisti della prossima stagione dei premi.
Non mancano però osservazioni più critiche. Alcuni commenti segnalano dialoghi dal tono moderno, libertà storiche e una costruzione narrativa molto imponente. Ma il punto resta aperto: un classico deve essere aggiornato a ogni costo, oppure può ancora parlare al pubblico conservando la propria grandezza originaria? L’Odissea di Nolan sembra scegliere la seconda strada, affidandosi alla potenza del mito, alla scala del cinema e alla forza di una domanda antica, quanto può essere lungo il viaggio per tornare davvero a casa?
16 Luglio 2026
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