PANTA REI, quando l'informazione è libera, gratuita e partecipativa

Torna a precedente

L’odio che non passa, e il dovere di non far finta di niente

Gli insulti antisemiti contro una sopravvissuta alla Shoah mostrano quanto il veleno dell’odio sia ancora presente

L’odio che non passa, e il dovere di non far finta di niente

Condividi

L’odio contro Liliana Segre non è solo cronaca, è il segno di una ferita civile che l’Italia non può ignorare

Ci sono notizie che non dovrebbero nemmeno esistere. E invece arrivano, colpiscono, restano addosso. Sapere che una donna di 96 anni, sopravvissuta alla deportazione, debba ancora leggere messaggi come “perché non muori?” non è solo sconcertante. È qualcosa che interroga tutti, senza scappatoie. Perché quando l’odio si accanisce contro una figura come Liliana Segre, non si è davanti a una semplice offesa online, ma a un fallimento morale che riguarda l’intera società.

Le parole pronunciate dalla senatrice a vita al Memoriale della Shoah hanno un peso che va oltre la cronaca. Raccontano una verità scomoda, amara, perfino umiliante per un Paese che ama definirsi civile e democratico. Se dopo tutto ciò che la storia ha mostrato, dopo le leggi razziali, la deportazione, lo sterminio, siamo ancora qui a commentare insulti antisemiti rivolti a una testimone della Shoah, allora vuol dire che l’odio non è stato sconfitto. È rimasto sotto traccia, si è adattato, ha cambiato linguaggio e mezzi, ma è ancora vivo.

L’odio che si traveste da opinione

C’è un punto che non va aggirato. Troppo spesso l’odio viene minimizzato, quasi giustificato, confuso con il diritto di parola o con una generica libertà di espressione. Ma augurare la morte a una persona, ancora di più a chi porta sul proprio corpo e nella propria memoria il segno della persecuzione, non è un’opinione. È violenza. Magari scritta su uno schermo, magari affidata a un messaggio anonimo, ma sempre violenza resta.

Il fatto che Liliana Segre abbia ricordato minacce simili a quelle ricevute nel 1938 rende tutto ancora più grave. Significa che certi meccanismi non sono spariti. Significa che il linguaggio dell’esclusione, del disprezzo, della disumanizzazione può riemergere con una facilità inquietante. Cambiano i telefoni, cambiano i social, cambiano le piattaforme, ma il veleno resta lo stesso.

Il peso insopportabile della memoria ferita

Fa male leggere che quelle parole abbiano riaperto un filo diretto con il passato, con gli anni della persecuzione, con il ricordo di quando entrò prigioniera in quel luogo. Non è solo memoria storica. È memoria viva, personale, dolorosa. E proprio per questo ogni insulto rivolto a lei assume un significato ancora più ignobile. Non colpisce soltanto una donna anziana, ma una testimone che ha trasformato la propria sofferenza in educazione civile.

Il punto più amaro è forse proprio questo. Una persona che per anni ha cercato di parlare ai giovani, di raccontare senza odio ciò che l’odio produce, continua a essere bersaglio di chi ha scelto il rancore come linguaggio quotidiano. È un paradosso feroce. E dovrebbe far vergognare chiunque pensi che questi episodi siano solo “esagerazioni” o “provocazioni”.

L’antisemitismo non è un relitto del passato

Per troppo tempo ci si è raccontati che l’antisemitismo fosse un residuo della storia, un mostro confinato nei libri, nelle commemorazioni, nei documentari del Giorno della Memoria. Ma non è così. L’antisemitismo non è un reperto da museo. Riemerge nelle battute, nei simboli usati con leggerezza, nelle teorie del complotto, nelle scritte, negli insulti, nei messaggi inviati con una crudeltà quasi automatica.

Le parole della senatrice a vita costringono a guardare in faccia questa realtà. Quando afferma che il mondo dell’odio è vasto e sempre più vasto, non sta facendo una battuta amara. Sta descrivendo un clima. Un ambiente nel quale l’aggressività si diffonde con velocità impressionante, si alimenta di frustrazione, ignoranza e indifferenza, e finisce per colpire proprio chi dovrebbe essere ascoltato con il massimo rispetto.

Non basta commemorare, serve reagire

Il rischio più grande, davanti a vicende del genere, è l’abitudine. L’indignazione dura un giorno, poi tutto scivola via, inghiottito dalla cronaca successiva. Ma qui non si tratta di consumare una notizia e passare oltre. Si tratta di decidere se la memoria debba avere ancora un significato pubblico oppure no. Perché se una superstite della Shoah viene insultata a 96 anni e la società si limita a qualche formula di rito, allora la memoria diventa un gesto vuoto.

Ricordare non basta se non si accompagna il ricordo con una presa di posizione chiara. Reagire significa educare, contrastare il linguaggio d’odio, smettere di considerare normali certi toni, chiamare le cose con il loro nome. Non è moralismo. È igiene democratica. Una comunità che tollera il disprezzo sistematico contro l’altro finisce per rendere fragile se stessa.

Il web amplifica, ma la responsabilità è umana

Sarebbe comodo dare tutta la colpa alla rete. In parte è vero che i social e i mezzi digitali rendono l’odio più rapido, visibile e contagioso. Ma il problema non nasce dal mezzo. Il problema nasce dalle persone, dalla loro disponibilità a colpire, umiliare, insultare senza più sentire il peso delle parole. Il web semplifica la diffusione del veleno, ma non lo inventa.

Per questo non basta invocare controlli tecnici o moderazione automatica. Serve un lavoro culturale molto più profondo. Serve insegnare che dietro ogni bersaglio c’è una persona reale, con una storia reale, con ferite vere. E nel caso di Liliana Segre, questa consapevolezza dovrebbe essere persino elementare. Se persino davanti a una figura come la sua viene meno il limite, vuol dire che il problema è diventato più radicale di quanto si voglia ammettere.

Le parole di Segre sono un’accusa per tutti

Quando dice di non aspettarsi che a 96 anni qualcuno possa ancora scriverle messaggi di quel tipo, la senatrice a vita non esprime solo amarezza personale. Sta mettendo sotto accusa un presente incapace di imparare davvero. È come se dicesse, con la forza della sua esperienza, che il male non scompare da solo, non arretra per inerzia, non si lascia archiviare con una cerimonia o con una ricorrenza.

Questa accusa riguarda la politica, le istituzioni, la scuola, il dibattito pubblico, ma anche il comportamento quotidiano di ciascuno. Riguarda ogni volta che si lascia correre, che si minimizza, che si ride di una frase ignobile, che si evita di intervenire per quieto vivere. L’odio cresce anche così, nel piccolo, nel silenzio, nella vigliaccheria di chi preferisce non vedere.

Difendere il rispetto oggi è una scelta civile

Il riferimento al decalogo per il rispetto nello sport, ricordato durante l’incontro, non è secondario. Parla di un bisogno urgente di rimettere al centro una parola semplice e spesso trascurata, rispetto. Non come formula decorativa, ma come fondamento concreto della convivenza. Perché senza rispetto ogni differenza può diventare un pretesto per colpire, escludere, odiare.

L’immagine più dura resta quella frase pronunciata con lucidità disarmante, quando osserva che non le manca un arto, ma che nella testa è rimasta così. È la prova di quanto la violenza della storia possa restare dentro una persona per tutta la vita. Davanti a una testimonianza simile, l’unica risposta degna dovrebbe essere il silenzio rispettoso, l’ascolto, la gratitudine. Invece arriva l’odio. Ed è proprio questo a rendere tutto intollerabile.

Non si può restare neutrali davanti a tanto disprezzo

Ci sono momenti in cui la neutralità non è equilibrio, ma complicità. Davanti all’antisemitismo, davanti all’odio rivolto a una sopravvissuta alla Shoah, non esiste una posizione comoda, tiepida, laterale. O si condanna con nettezza, oppure si contribuisce a rendere l’aria più tossica. Non servono frasi solenni. Serve chiarezza.

L’indignazione, in questo caso, non è eccesso emotivo. È il minimo sindacale della coscienza civile. Perché un Paese che lascia sola una voce come quella di Liliana Segre non sta solo mancando di rispetto a una persona. Sta offendendo la propria storia, la propria memoria e la propria idea di umanità.

Luigi Canali


Condividi

28 Aprile 2026 © Luigi Canali
(w) Redazione editoriale PANTA-REI
__
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte e rielaborate da fonti ufficiali e/o agenzie di stampa riconosciute, nel rispetto del presente codice etico redazionale.

PANTA-REI, l'informazione libera, gratuita e partecipativa

editoriale non-profit della
Fondazione Premio Antonio Biondi
Fondazione Premio Antonio Biondi
realizzato in collaborazione con la
icoe, centro studi su innovazione, comunicazione ed etica.
Centro studi su innovazione, comunicazione ed etica.

Copywriters ICOE
Francesca S., Matteo R., Laura A., Antonella B., Giorgio F., Anna C., Miriam M., Stefano G., Adele P. e Francesca N.
Redazione | Chi siamo


PANTA-REI canale WhatsApp

Seguici nel nostro canale WhatsApp con il tuo smartphone e quando vorrai, noi saremo li con le ultime notizie ...

__
Lettera aperta ai lettori, lettrici di PANTA-REI da parte di Luigi Canali
Presidente della Fondazione

L'EDITORIALE
libero, gratuito e partecipativo

Precedente

L'editoriale libero, gratuito e partecipativo
www.panta-rei.it
LANGUAGE

Fondazione iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore RUNTS e riconoscita ISTITUTO CULTURALE dalla Regione Lazio - Ente NON-PROFIT
www.fondazionepremioantoniobiondi.it
C.F. 92088700601
__
Privacy e Cookies (GDPR)

PANTA-REI
editoriale della
Fondazione Premio Antonio Biondi
Via Garibaldi 34
03017 Morolo (FR)
redazione I.CO.E.
Via Giusué Carducci, 10 - 00187 Roma
+39.06.5654.8962
centrostudi@icoe.it
Messaggio WhatsApp

© PANTA-REI editoriale della Fondazione Premio Antonio Biondi. Tutti i diritti sono riservati.
[C]redit grippi associati ICT