Nel dibattito sulla difesa comune europea, il tema dell’esercito unico torna ciclicamente al centro dell’attenzione. Ma non tutte le voci autorevoli vedono in questa soluzione la strada giusta. A chiarire la posizione della Nato è intervenuto l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, offrendo una lettura che sposta il focus dalla creazione di nuove strutture a un rafforzamento della cooperazione esistente.
Perché dire no a un esercito europeo
Secondo Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, parlare di esercito europeo rischia di essere fuorviante. L’Alleanza atlantica dispone già degli strumenti necessari per affrontare le crisi e per ripensare se stessa. Piuttosto che creare un nuovo apparato militare, la priorità dovrebbe essere individuare nuove forme di cooperazione tra Europa e Stati Uniti, capaci di rendere più efficace la risposta comune alle sfide globali.
Un’Alleanza che si adatta da oltre settant’anni
L’idea di riflettere sul proprio ruolo non è una novità per la Nato. È parte del suo stesso DNA. Da 76 anni, l’Alleanza si interroga e si adatta ai cambiamenti geopolitici, mantenendo saldi alcuni principi fondamentali: sicurezza collettiva, difesa della libertà e tutela della democrazia. Valori che, nonostante le trasformazioni del contesto internazionale, restano centrali nella strategia dell’organizzazione.
Dibattiti, critiche e coesione interna
Anche di fronte alle dichiarazioni più dure, comprese quelle provenienti dal fronte politico statunitense, l’approccio resta improntato alla cautela. “Prendere tempo e lasciare decantare” è, secondo Cavo Dragone, una prassi consolidata. Lontano dall’idea di una crisi, il confronto acceso viene letto come uno stress test che, paradossalmente, rende l’Alleanza più coesa e più forte.
La Nato non è in crisi, nuovi orizzonti si aprono
L’ammiraglio respinge con decisione l’ipotesi di una Nato in difficoltà. Al contrario, sottolinea come fosse necessario un elemento catalizzatore per avviare una nuova fase. Quel momento è arrivato e oggi si aprono scenari inediti. Anche le dichiarazioni più critiche, persino quando appaiono brutali, vanno valutate con calma e inserite in una visione di lungo periodo.
La minaccia russa e il tema della deterrenza
Al centro delle priorità strategiche resta la minaccia russa, confermata dal 2022. La deterrenza continua a essere uno strumento essenziale, insieme a una distribuzione più equa dei costi della difesa collettiva. Gli Stati Uniti hanno spinto con decisione in questa direzione e l’Europa ha risposto impegnandosi ad aumentare le spese militari e ad assumere maggiori responsabilità operative, come emerso anche dall’ultimo summit dell’Aja.
L’Artico, una nuova frontiera strategica
Tra i nuovi scenari che attirano l’attenzione della Nato c’è l’Artico. I cambiamenti climatici stanno aprendo rotte commerciali e rendendo accessibili aree ricche di risorse. In questo contesto, la presenza russa non è casuale: basi riattivate e test di nuove armi indicano un interesse strategico crescente. Un’area che diventa così un ulteriore tassello nella complessa mappa della sicurezza globale.
Ucraina, numeri e resistenza
Guardando al conflitto in Ucraina, siamo ormai all’inizio del quinto anno di guerra. Nonostante un inverno particolarmente rigido, la resistenza ucraina continua a rappresentare una lezione di coraggio. L’avanzata russa procede a ritmi minimi, con costi umani altissimi. Perdite che, secondo Cavo Dragone, evidenziano una differenza profonda nel valore attribuito alla vita umana tra i modelli militari occidentali e quello russo.
Putin e gli obiettivi mancati
Sul piano strategico, gli obiettivi iniziali di Vladimir Putin non sono stati raggiunti. L’Ucraina non è stata conquistata e neppure il Donbass è sotto controllo totale. Al contrario, la reazione all’invasione ha rafforzato la Nato, che è passata da 30 a 32 Stati membri. L’ingresso della Finlandia ha inoltre esteso il confine diretto tra Alleanza e Russia, imponendo a Mosca nuove e complesse sfide operative.
29 Gennaio 2026
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