Quando un adolescente commette un reato, la società si trova davanti a una domanda difficile, che non può essere liquidata con uno slogan. Da una parte c’è il diritto delle vittime a essere tutelate e il bisogno collettivo di sicurezza. Dall’altra c’è la realtà, spesso scomoda, di ragazzi e ragazze che arrivano alla devianza dopo percorsi segnati da assenze educative, fragilità familiari, povertà sociale, abbandono scolastico o appartenenze sbagliate. La nuova proposta del Governo sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni riapre così un confronto molto delicato, quello tra responsabilità, punizione, prevenzione e recupero.
Cosa cambia per i minori imputabili dai 14 anni
Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri interviene sull’articolo 98 del codice penale e modifica il modo in cui viene valutata la capacità di intendere e di volere dei minorenni tra i 14 e i 18 anni. L’età minima per l’imputabilità resta fissata a 14 anni, quindi non viene abbassata la soglia anagrafica. A cambiare, invece, sarebbe il punto di partenza processuale, perché la capacità del minore verrebbe presunta salvo prova contraria.
In termini semplici, fino a oggi il giudice doveva accertare caso per caso se il ragazzo fosse realmente capace di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi. Con la nuova impostazione, questa capacità verrebbe considerata presente, lasciando comunque la possibilità di dimostrare il contrario. È un passaggio tecnico, ma con conseguenze culturali rilevanti, perché sposta il baricentro del giudizio dalla valutazione individuale del minore alla presunzione della sua responsabilità.
La fermezza dello Stato e il bisogno di sicurezza
Il Governo presenta la misura come una risposta alla criminalità minorile e alla percezione crescente di insicurezza legata ad aggressioni, rapine, danneggiamenti di gruppo e uso di armi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il principio secondo cui chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne, sostenendo che uno Stato giusto deve essere severo con chi commette reati ma anche presente con chi rischia di perdersi.
È un punto che intercetta una sensibilità diffusa. Molti cittadini chiedono regole più chiare e una risposta più rapida davanti a episodi di violenza giovanile che colpiscono quartieri, scuole, trasporti pubblici e spazi urbani. La sicurezza non è un tema astratto, soprattutto per chi subisce un’aggressione o vive in contesti dove piccoli gruppi violenti condizionano la vita quotidiana. Tuttavia, proprio perché la questione riguarda adolescenti, la sola fermezza rischia di non bastare.
Il nodo sociale dietro la criminalità minorile
La devianza minorile non nasce quasi mai all’improvviso. Prima del reato, spesso ci sono segnali ignorati, famiglie fragili, dispersione scolastica, periferie povere di servizi, mancanza di sport, cultura, ascolto, salute mentale e adulti di riferimento. Questo non significa giustificare chi commette un’aggressione o una rapina. Significa, piuttosto, chiedersi perché un ragazzo arrivi a considerare normale la violenza, il furto, la sopraffazione o l’appartenenza a un gruppo criminale.
Una società matura dovrebbe riuscire a tenere insieme due esigenze. La prima è affermare che ogni azione ha conseguenze, anche per un adolescente. La seconda è riconoscere che un minore non è un adulto in formato ridotto. Sta ancora costruendo la propria identità, la propria capacità di giudizio, il rapporto con le regole e con gli altri. Per questo la giustizia minorile è sempre stata pensata non solo per sanzionare, ma anche per educare e recuperare.
Il rischio di una giustizia minorile troppo simile a quella degli adulti
Le critiche arrivate dalle opposizioni e da organizzazioni come Save the Children si concentrano proprio su questo punto. La preoccupazione è che la nuova norma possa rendere la giustizia minorile più vicina al modello degli adulti, riducendo l’attenzione alla storia personale del ragazzo e alla sua effettiva maturità. L’organizzazione ha ricordato che le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni tra 14 e 18 anni sono diminuite nel tempo, passando da 256 nel 2004 a 60 nel 2024.
Questo dato apre una riflessione. Se i casi in cui l’immaturità viene riconosciuta sono già pochi, la domanda è se il problema principale sia davvero l’eccessiva indulgenza del sistema o piuttosto l’incapacità di intervenire prima che un adolescente entri nel circuito penale. La sfida, infatti, non dovrebbe essere solo processare più minori, ma fare in modo che meno minori arrivino a commettere reati.
Responsabilità non significa abbandonare il recupero
Parlare di responsabilità per un minorenne è necessario, ma la responsabilità non dovrebbe essere confusa con l’abbandono. Un ragazzo che commette un reato grave deve incontrare un limite chiaro, comprensibile e credibile. Ma quel limite dovrebbe aprire anche un percorso, non soltanto chiudere una porta. Il sistema minorile funziona quando riesce a far capire il danno prodotto, a ricostruire un rapporto con la vittima e con la comunità, a interrompere la spirale della violenza.
In questo senso, scuola, servizi sociali, famiglie, tribunali per i minorenni, educatori, psicologi, sport, associazioni e comunità locali non sono elementi accessori. Sono parte della sicurezza. Senza una rete capace di intercettare il disagio, la risposta penale arriva sempre tardi, quando il danno è già stato fatto e il ragazzo ha spesso consolidato relazioni, abitudini e linguaggi difficili da cambiare.
Punire dopo o prevenire prima
Il dibattito sull’imputabilità minorile mette in evidenza una scelta di fondo. Si può intervenire soprattutto dopo il reato, rafforzando la risposta giudiziaria. Oppure si può costruire un sistema più ampio, capace di prevenire il disagio prima che diventi violenza. Le due cose non sono necessariamente alternative, ma devono stare in equilibrio. Una giustizia senza conseguenze rischia di apparire debole. Una giustizia senza educazione rischia di produrre solo esclusione.
Il punto centrale è capire quale messaggio si vuole trasmettere ai ragazzi. Dire “sei responsabile” può essere educativo, se accompagnato da un percorso serio. Dire soltanto “sei punibile” può invece rafforzare l’idea che la società abbia già rinunciato a recuperare chi sbaglia. E quando un adolescente si sente definitivamente fuori, il ritorno alla legalità diventa più difficile.
Una questione che riguarda tutta la comunità
La criminalità minorile non è solo un problema dei tribunali, delle forze dell’ordine o del Governo. È uno specchio che restituisce l’immagine delle fragilità collettive. Riguarda le città che non offrono spazi sicuri, le scuole lasciate sole, le famiglie senza strumenti, le periferie dimenticate, il disagio psicologico non ascoltato, il fascino della violenza amplificato dai social e la difficoltà degli adulti a essere davvero presenti.
Per questo la discussione sulla nuova norma dovrebbe andare oltre lo scontro tra chi invoca più severità e chi teme una criminalizzazione dei giovani. Il tema reale è più profondo, come rendere i ragazzi responsabili senza considerarli irrecuperabili. La sicurezza di una comunità non si misura solo dal numero di pene applicate, ma anche dalla capacità di impedire che un adolescente diventi un adulto escluso, arrabbiato e più pericoloso.
Uno Stato severo deve essere anche presente
La responsabilità è un principio importante, soprattutto quando un reato ferisce persone, famiglie e comunità. Ma con i minori la responsabilità deve restare legata alla possibilità di cambiamento. Uno Stato può essere severo, ma non dovrebbe mai diventare distante. Può chiedere conto delle azioni commesse, ma dovrebbe anche domandarsi quali strumenti siano mancati prima.
La vera sfida non è scegliere tra sicurezza e recupero. È costruire un sistema in cui la sicurezza nasca anche dal recupero, dalla prevenzione, dalla scuola, dal lavoro educativo e dalla presenza nei territori. Perché un ragazzo che risponde dei propri errori e viene aiutato a non ripeterli non è solo un caso giudiziario risolto. È una possibilità restituita alla società.
Luigi Canali
24 Luglio 2026 © Luigi Canali
(w) Redazione editoriale PANTA-REI
__
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte e rielaborate da fonti ufficiali e/o agenzie di stampa riconosciute, nel rispetto del presente codice etico redazionale.
editoriale non-profit della
Fondazione Premio Antonio Biondi
realizzato in collaborazione con la

Centro studi su innovazione, comunicazione ed etica.
Copywriters ICOE
Francesca S., Matteo R., Laura A., Antonella B., Giorgio F., Anna C., Miriam M., Stefano G., Adele P. e Francesca N.
Redazione | Chi siamo

Seguici nel nostro canale WhatsApp con il tuo smartphone e quando vorrai, noi saremo li con le ultime notizie ...
__
Lettera aperta ai lettori, lettrici di PANTA-REI da parte di Luigi Canali
Presidente della Fondazione
Fondazione iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore RUNTS e riconoscita ISTITUTO CULTURALE dalla Regione Lazio - Ente NON-PROFIT
www.fondazionepremioantoniobiondi.it
C.F. 92088700601
__
Privacy e Cookies (GDPR)
PANTA-REI
editoriale della
Fondazione Premio Antonio Biondi
Via Garibaldi 34
03017 Morolo (FR)
redazione I.CO.E.
Via Giosué Carducci, 10 - 00187 Roma
+39.06.5654.8962
centrostudi@icoe.it
Messaggio WhatsApp
© PANTA-REI editoriale della Fondazione Premio Antonio Biondi. Tutti i diritti sono riservati.
[C]redit grippi associati ICT