Negli ultimi anni l’espressione mascolinità tossica è entrata conz, ma spesso viene usata in modo generico o semplificato. Una recente ricerca internazionale prova invece a fare chiarezza, andando oltre gli slogan e offrendo una fotografia più articolata del fenomeno. I risultati mostrano che la mascolinità tossica esiste, ma riguarda una minoranza ben definita e non l’universo maschile nel suo insieme.
Uno studio su larga scala
La ricerca è stata condotta da Deborah Hill Cone della University of Auckland e si basa su un ampio campione di oltre 15mila uomini eterosessuali appartenenti a società occidentali. L’obiettivo non era etichettare, ma individuare indicatori ricorrenti utili a comprendere quando alcuni modelli di mascolinità diventano problematici sul piano sociale e relazionale.
Otto indicatori per definire la mascolinità tossica
Lo studio ha permesso di identificare otto indicatori principali associati a una mascolinità considerata tossica. Tra i più rilevanti emergono il pregiudizio verso le identità sessuali, come l’omofobia, e il sessismo ostile, ovvero l’atteggiamento negativo verso le donne che mettono in discussione i ruoli di genere tradizionali. A questi si affiancano elementi come dominanza e narcisismo, che rafforzano dinamiche di controllo e superiorità.
Il peso del sessismo benevolo
Accanto alle forme più evidenti di ostilità, la ricerca evidenzia anche il ruolo del cosiddetto sessismo benevolo. Si tratta di atteggiamenti apparentemente positivi, come l’idea che gli uomini debbano “proteggere e amare le donne”. Pur avendo un impatto più contenuto rispetto al sessismo ostile, anche questo tipo di visione contribuisce a consolidare stereotipi di genere e rapporti sbilanciati.
Cinque profili maschili, non un’unica categoria
Analizzando le risposte del sondaggio, i ricercatori hanno suddiviso gli intervistati in cinque gruppi distinti. Il dato più significativo è che solo il gruppo più piccolo, pari al 3,2%, è stato definito “ostile tossico”. All’estremo opposto si colloca il gruppo più numeroso, il 35,4%, classificato come “atossico”, caratterizzato da atteggiamenti aperti e non discriminatori.
Le zone intermedie tra tolleranza e contraddizioni
Tra questi due poli si collocano diversi profili intermedi. Due gruppi mostrano livelli diversi di tolleranza verso le persone appartenenti alle minoranze sessuali e di genere, mentre un altro viene definito “benevolo tossico”: uomini con punteggi elevati nel sessismo, ma non necessariamente ostili. Un quadro che restituisce la complessità del tema, lontano da letture rigide o binarie.
Chi rientra più spesso nel profilo ostile
Secondo lo studio, il profilo ostile e tossico è più frequente tra uomini più anziani, single, disoccupati o con difficoltà economiche, spesso religiosi o appartenenti a minoranze etniche. A incidere sono anche un basso livello di istruzione e problemi di disregolazione emotiva. Ne emerge un dato rilevante: la mascolinità tossica non è sinonimo di privilegio, ma appare spesso legata a condizioni di emarginazione e svantaggio sociale.
Oltre gli stereotipi, uno sguardo più realistico
La ricerca ridimensiona l’idea che la mascolinità tossica sia un tratto diffuso e generalizzato. Al contrario, mostra come la maggioranza degli uomini non rientri in questi profili e come il fenomeno sia concentrato in una minoranza specifica. Un risultato che invita a spostare l’attenzione dalla colpevolizzazione generica alla comprensione delle dinamiche sociali e culturali che alimentano certi comportamenti.
23 Gennaio 2026
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