La storia della Resistenza italiana non è fatta soltanto di montagne, staffette, brigate partigiane e scontri armati. Accanto alle forme più note della lotta contro l’occupazione nazifascista, tra il 1943 e il 1945, esistette anche una Resistenza discreta, spesso nascosta dietro porte di conventi, scuole, ospedali, case religiose e comunità femminili. Una trama di aiuti, protezione e coraggio che oggi la ricerca storica sta riportando con maggiore chiarezza all’attenzione pubblica.
A richiamare l’importanza di questa pagina è la prof.ssa Grazia Loparco, docente di Storia della Chiesa e studiosa della vita religiosa femminile, che ha definito il contributo delle religiose nella Resistenza “una rete fitta e imprevedibile di collaborazioni, in difesa della vita umana e in vista della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista”. Una definizione che restituisce bene il senso di un impegno spesso non appariscente, ma profondamente concreto.
Una memoria che si allarga a nuove prospettive
Negli ultimi anni, e in particolare nel quadro delle iniziative legate all’80° anniversario della Liberazione e della nascita della Repubblica, diversi incontri pubblici hanno riportato al centro aspetti meno conosciuti della Resistenza. Nel 2026, le attività promosse da ANPC, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, e ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, si sono intrecciate in varie occasioni con il contributo di Azione Cattolica, Istituti Storici della Resistenza e realtà universitarie.
Roma, Sinalunga, Venezia, Villadose, Carate Brianza, Morolo, Biella e Cassino sono alcune delle tappe in cui si è discusso del ruolo delle religiose durante gli anni più duri della guerra. Non si tratta soltanto di aggiungere un capitolo alla memoria civile, ma di leggere con maggiore profondità una vicenda nazionale complessa, nella quale molte donne consacrate agirono in favore di perseguitati, clandestini, ebrei, antifascisti, carabinieri, renitenti alla leva e partigiani.
Resistenze al plurale, una parola che racconta molte storie
Oggi gli storici parlano sempre più spesso di Resistenze, al plurale. Questa scelta non è solo linguistica, ma aiuta a comprendere la varietà delle esperienze vissute in Italia e in Europa durante l’occupazione nazifascista. La Resistenza non ebbe infatti un’unica forma, né un solo volto. Fu armata e civile, politica e morale, individuale e comunitaria, pubblica e nascosta.
In questa pluralità rientra anche l’azione delle religiose, che operarono spesso lontano dai riflettori. Le loro scelte non sempre lasciarono tracce immediate nei riconoscimenti ufficiali, ma produssero effetti reali nella vita di molte persone. Accogliere, nascondere, nutrire, curare, trasferire, proteggere documenti o identità poteva significare esporsi a rischi gravissimi. In molti casi, dietro gesti apparentemente assistenziali si nascondeva una precisa opposizione alla violenza e alla persecuzione.
Una presenza femminile a lungo rimasta in secondo piano
La storiografia italiana ha dedicato per molto tempo meno attenzione al contributo femminile nella Resistenza, e ancora meno alla partecipazione delle religiose. Questo ha reso più lento il riconoscimento di un impegno che non seguiva sempre le categorie tradizionali dell’azione partigiana. La domanda posta dalla prof.ssa Loparco è quindi particolarmente significativa, esistettero suore che ricevettero ufficialmente il titolo di partigiane o patriote dopo la Liberazione?
La questione non è soltanto formale. I riconoscimenti attribuiti nell’immediato dopoguerra rispondevano a criteri precisi e a un contesto politico e sociale molto diverso da quello attuale. Capire se e come alcune religiose siano state inserite negli elenchi ufficiali consente di distinguere tra ciò che oggi la ricerca storica riconosce e ciò che venne effettivamente certificato dalle istituzioni del tempo.
Gli archivi rivelano nomi e percorsi dimenticati
Un passaggio importante della ricerca riguarda il fondo Ricompart, conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, relativo al servizio per il riconoscimento delle qualifiche e delle ricompense ai partigiani. Questa documentazione, prodotta dalle commissioni istituite nel dopoguerra e poi dalla Commissione unica nazionale del 1968, permette di rintracciare nomi, domande, valutazioni e percorsi individuali.
Secondo quanto emerso dagli studi presentati anche a Biella, sono stati individuati più di venti nominativi di religiose riconosciute come partigiane combattenti, patriote o gregarie. Si tratta di un dato rilevante, ma non conclusivo. Il confronto con altre fonti, memorie, testimonianze e archivi di istituti religiosi suggerisce infatti che il numero delle donne coinvolte sia stato molto più ampio rispetto a quello documentato ufficialmente.
Una carità vissuta dentro la storia
Il contributo delle religiose alla Resistenza mostra una forma particolare di responsabilità cristiana. Non fu soltanto assistenza nel senso più tradizionale del termine, ma una carità tradotta in scelta concreta, capace di entrare nelle lacerazioni della storia. In alcuni casi significò aprire spazi di protezione. In altri, partecipare a reti clandestine, collaborare con civili e partigiani, aiutare persone braccate a salvarsi.
Queste azioni nacquero spesso tra paura, prudenza e incertezza, ma non furono per questo meno coraggiose. La vita religiosa femminile, in quel contesto, non rimase ai margini della società. Al contrario, molte comunità si trovarono dentro il cuore delle vicende italiane, contribuendo a difendere la dignità umana in un tempo in cui la legge, la forza militare e l’ideologia razzista avevano reso fragile ogni protezione.
Una pagina civile e religiosa da continuare a studiare
Riportare alla luce questa storia significa ampliare lo sguardo sulla Resistenza, senza togliere valore alle forme più note del movimento partigiano. Al contrario, permette di comprendere meglio quanto fosse estesa la rete di solidarietà che attraversò il Paese. La liberazione dell’Italia non fu il risultato di un’unica energia, ma di molte forze diverse, spesso non coordinate tra loro, unite però dalla difesa della vita e dal rifiuto dell’oppressione.
La ricerca della prof.ssa Grazia Loparco contribuisce così a restituire nome e consistenza a presenze rimaste per troppo tempo ai margini del racconto pubblico. In quelle microstorie locali, personali e comunitarie, si intravede una trasformazione più ampia, che preparò anche il cambiamento civile e politico del Paese.
Il valore della memoria davanti al presente
La memoria della Resistenza non riguarda soltanto il passato. È un esercizio civile che aiuta a riconoscere i segnali di violenza, esclusione e disumanizzazione quando tornano a manifestarsi in forme nuove. Per questo il richiamo a Primo Levi resta essenziale: “è accaduto, dunque può di nuovo accadere”.
Studiare il ruolo delle religiose nella Resistenza significa allora non soltanto colmare una lacuna storica, ma comprendere meglio come, anche nei momenti più oscuri, la difesa dell’essere umano possa nascere da luoghi inattesi. Conventi, scuole e case religiose diventarono, in molti casi, spazi di salvezza. Una storia silenziosa, ma non minore, che oggi chiede di essere conosciuta con rigore e trasmessa con responsabilità.
Luigi Canali
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Foto: prof.ssa Grazia Loparco
17 Luglio 2026 © Luigi Canali
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