La violenza contro le donne non si manifesta soltanto nei tribunali o nelle cronache nere. Spesso prende forma anche nelle parole, nelle giustificazioni, nelle omissioni e in quel riflesso automatico che sposta l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce alla vita di chi denuncia. È in questo clima che tornano al centro due vicende diverse, ma unite da uno stesso nodo culturale, quello che molte associazioni definiscono senza esitazioni cultura dello stupro.
Due fatti diversi, un problema comune
Da una parte c’è la conferma in appello della condanna a sei anni per il calciatore della Reggiana Manolo Portanova, una decisione che invece di rafforzare la riflessione pubblica sulle responsabilità ha riacceso attacchi contro la donna che ha denunciato la violenza. Dall’altra c’è l’inchiesta milanese che ha portato ai domiciliari quattro manager di una società di eventi, accusati di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione. Due episodi differenti, ma entrambi mostrano quanto sia ancora radicata una visione che normalizza il dominio maschile sui corpi femminili.
Quando a finire sotto accusa è chi denuncia
Uno degli aspetti più gravi di questo meccanismo è la tendenza a mettere sotto processo la donna che trova il coraggio di parlare. Invece di concentrarsi sui fatti, sulle responsabilità e sulle sentenze, il dibattito pubblico troppo spesso deraglia verso insinuazioni, sospetti e aggressioni verbali. È un passaggio noto a chi si occupa di violenza di genere, perché la vittimizzazione secondaria non è un dettaglio collaterale, ma una parte del problema. Chi denuncia viene esposta a un nuovo livello di violenza, più sottile ma non meno pesante.
Il richiamo di D.i.Re contro l’indifferenza
Su questo punto è intervenuta D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, sottolineando come non basti indignarsi davanti ai singoli scandali. Secondo la presidente Cristina Carelli, contrastare la cultura dello stupro richiede una presa di posizione concreta, quotidiana, capace di rompere complicità, tolleranze e silenzi. Il riferimento è anche a un quadro più ampio, in cui la violenza viene alimentata da gruppi, linguaggi e modelli che si rafforzano reciprocamente, anche online, trasformando l’abuso in spettacolo, sfida o dimostrazione di potere.
Il peso dei modelli maschili nello sport
Il tema tocca inevitabilmente anche il mondo del calcio e, più in generale, dello sport professionistico. Gli atleti più popolari non rappresentano solo una squadra o una carriera personale, ma diventano modelli osservati da migliaia di ragazzi. Proprio per questo il loro comportamento pubblico ha un valore che va oltre il campo. Quando intorno a certe figure prevale il silenzio, o peggio la difesa automatica, si rischia di rafforzare uno stereotipo maschile fondato su forza, impunità e prevaricazione. Sarebbe invece necessario promuovere un’idea diversa di autorevolezza, fondata sul rispetto e sulla responsabilità.
I gesti simbolici non bastano più
C’è poi un altro punto sollevato da D.i.Re che merita attenzione. Le campagne simboliche, i messaggi di facciata e i gesti pubblici contro la violenza sulle donne rischiano di perdere credibilità se non sono accompagnati da una vera assunzione di responsabilità. Mostrare vicinanza in occasioni ufficiali può avere un valore, ma diventa insufficiente quando non si traduce in comportamenti coerenti, nel linguaggio quotidiano e nelle scelte concrete. Il contrasto alla violenza non può fermarsi all’immagine, deve entrare nella cultura, nelle relazioni e nelle istituzioni.
Serve una reazione collettiva e quotidiana
Parlare di violenza di genere e di cultura dello stupro significa allora andare oltre il singolo caso mediatico. Significa riconoscere che il problema riguarda l’intera società, dalle reti amicali ai luoghi di lavoro, dalle tifoserie ai social, dalle famiglie ai contesti educativi. Stigmatizzare certi comportamenti, interrompere battute e giustificazioni, non minimizzare i segnali, credere alle donne che denunciano, sono passaggi essenziali per cambiare davvero il contesto. Il punto non è solo condannare dopo, ma impedire prima che certi modelli continuino a sembrare normali.
Cambiare cultura prima ancora delle sentenze
Le sentenze sono importanti, così come le indagini e le responsabilità penali, ma da sole non bastano a trasformare una mentalità. Il cambiamento reale comincia quando una comunità smette di proteggere chi esercita potere in modo abusante e smette di colpire chi trova la forza di esporsi. Finché la denuncia verrà vissuta come uno scandalo più della violenza stessa, il problema resterà aperto. Per questo il contrasto alla cultura dello stupro non riguarda solo la giustizia, ma la coscienza collettiva di un Paese.
22 Aprile 2026
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