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Iran, boom di esecuzioni nel 2025

Il nuovo rapporto di Iran Human Rights e ECPM segnala un aumento del 68 per cento rispetto al 2024

Iran, boom di esecuzioni nel 2025

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Nel 2025 l’Iran ha registrato almeno 1.639 esecuzioni, il numero più alto rilevato dal 1989

Il ricorso alla pena di morte in Iran ha raggiunto nel 2025 un livello che non si vedeva da decenni. Secondo il 18° rapporto annuale pubblicato congiuntamente da Iran Human Rights e ECPM, nel corso dell’anno sono state registrate almeno 1.639 esecuzioni, con un aumento del 68 per cento rispetto alle 975 del 2024. Il documento descrive il 2025 come l’anno più grave dal 1989 sul fronte delle impiccagioni e delle condanne capitali eseguite nel Paese.

Un record che segna un salto drammatico

Il dato colpisce non solo per la sua dimensione assoluta, ma anche per la velocità con cui è cresciuto. In un solo anno il numero delle esecuzioni è salito in modo impressionante, confermando una tendenza che le organizzazioni per i diritti umani giudicano sempre più allarmante. Tra le persone messe a morte nel 2025 figurano anche 48 donne, altro elemento che rende il quadro ancora più duro e simbolicamente pesante.

La pena capitale come strumento di repressione

Secondo le due organizzazioni che hanno firmato il rapporto, il rischio non riguarda soltanto il presente ma anche quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi. L’uso della pena di morte viene letto non come una misura isolata di giustizia penale, ma come un possibile strumento di controllo politico e repressione interna. Nel documento si avverte che, se la Repubblica islamica dovesse superare la crisi attuale, le esecuzioni potrebbero essere impiegate in modo ancora più massiccio per rafforzare l’oppressione del dissenso.

Il peso della crisi regionale

Il rapporto collega questo scenario anche alle tensioni militari e geopolitiche che coinvolgono l’Iran. Le organizzazioni firmatarie ritengono infatti che il ricorso alla pena capitale possa aumentare ulteriormente dopo la guerra con Israele e gli Stati Uniti, in un contesto segnato da instabilità, pressione interna e irrigidimento del potere. In altre parole, la pena di morte rischia di diventare ancora di più una leva politica in una fase già molto delicata.

Un sistema sempre più opaco

Uno degli aspetti più inquietanti riguarda la trasparenza. L’infografica collegata al rapporto segnala che solo una quota molto ridotta delle esecuzioni del 2025 è stata annunciata ufficialmente dalle autorità, mentre la maggior parte dei casi è stata ricostruita attraverso monitoraggi indipendenti. Questo significa che il quadro reale dipende in larga parte dal lavoro delle organizzazioni internazionali e dei difensori dei diritti umani, che cercano di documentare una realtà spesso nascosta o comunicata in modo parziale.

Il nodo dei diritti umani

La crescita delle esecuzioni riporta al centro una questione che va oltre i numeri. Ogni aumento della pena capitale in un contesto di scarsa trasparenza, tensione politica e limitazioni delle libertà civili apre interrogativi profondi sul rispetto dei diritti fondamentali. Non si tratta solo di una statistica annuale, ma del segnale di un sistema che continua a usare la condanna a morte su scala molto ampia, in un contesto già osservato con forte preoccupazione anche dagli organismi internazionali.

Il timore di una nuova escalation

Il dato del 2025 non viene quindi letto come un episodio isolato, ma come un possibile passaggio verso una fase ancora più dura. Le organizzazioni che hanno pubblicato il rapporto mettono in guardia da una possibile escalation, soprattutto se il potere iraniano dovesse scegliere di rispondere alle difficoltà interne e internazionali con un ulteriore irrigidimento repressivo. In questo scenario, la pena di morte non apparirebbe più soltanto come una sanzione estrema, ma come un messaggio politico rivolto all’intera società.


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13 Aprile 2026
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