L’odio online non è più soltanto un eccesso sporadico del linguaggio digitale, ma un fenomeno che mostra continuità, adattamento e capacità di trasformarsi. È questo uno degli elementi più rilevanti che emerge dalla nuova edizione della Mappa dell’intolleranza 9, il progetto che osserva e analizza i discorsi d’odio sulla piattaforma X in Italia. Il quadro che ne deriva è complesso e, per molti aspetti, più inquietante rispetto al passato, perché evidenzia forme di ostilità sempre meno immediate da riconoscere e quindi più difficili da contrastare.
Un fenomeno stabile nel tempo
Dal 2016 il progetto Vox Diritti segue l’evoluzione del linguaggio ostile nel dibattito digitale italiano, costruendo negli anni una serie storica ormai consolidata. L’edizione più recente, realizzata insieme all’Università degli Studi di Milano e con il contributo di The Fool, prende in esame circa 2 milioni di contenuti pubblicati tra gennaio e novembre 2025. Più della metà dei messaggi analizzati è stata classificata come negativa. Il dato, molto vicino a quello dell’anno precedente, conferma che non si tratta di una deriva momentanea o legata a singole ondate polemiche, ma di una componente ormai radicata del discorso pubblico online.
La viralità non nasce per caso
Tra gli aspetti più nuovi dell’indagine c’è lo studio delle dinamiche di diffusione. La ricerca mostra che i contenuti d’odio non si espandono sempre in modo spontaneo o casuale. Al contrario, seguono spesso schemi ricorrenti, con nuclei di profili che agiscono come moltiplicatori della visibilità. Questo significa che la viralizzazione non dipende soltanto dalla forza provocatoria del messaggio, ma anche dalla presenza di reti che ne aumentano la portata. In altre parole, l’odio digitale non appare come un semplice sfogo individuale, ma come un linguaggio che può contare su meccanismi di amplificazione riconoscibili e ripetuti.
Misoginia, meno evidente ma più radicata
Uno dei dati più significativi riguarda ancora una volta le donne, che restano il bersaglio principale dei contenuti ostili monitorati. Il peso percentuale della misoginia appare in calo rispetto all’anno precedente, ma la lettura qualitativa del fenomeno suggerisce una conclusione diversa. Più che diminuire, il linguaggio sessista sembra essersi integrato nel lessico quotidiano, perdendo spesso i tratti espliciti che lo rendevano facilmente identificabile. Gli stereotipi diventano così più invisibili, più diffusi e più difficili da isolare. È proprio questa normalizzazione a rendere il fenomeno più insidioso, perché trasforma l’offesa in abitudine e il pregiudizio in formula apparentemente ordinaria.
Quando l’odio passa anche attraverso le donne
Un altro elemento che colpisce è il ruolo degli account femminili nella produzione e nella circolazione di contenuti misogini e ostili. La ricerca segnala che una quota rilevante dei messaggi discriminatori rivolti alle donne proviene da profili riconducibili a utenti femminili. Non solo. In termini più generali, i contenuti ostili pubblicati da donne generano mediamente più interazioni rispetto a quelli diffusi da account maschili. Questo dato aggiunge complessità all’analisi, perché sposta l’attenzione da una lettura lineare dell’odio a una dinamica più articolata, nella quale stereotipi e discriminazioni possono essere interiorizzati e riprodotti anche da chi ne subisce gli effetti.
La deumanizzazione come linguaggio ricorrente
Tra i risultati più preoccupanti della Mappa dell’intolleranza 9 c’è l’approfondimento sulla deumanizzazione. Lo studio mette in evidenza come una parte significativa del discorso d’odio non si limiti ad attaccare o insultare, ma punti a negare simbolicamente l’umanità dell’altro. Questo avviene attraverso strategie diverse a seconda della categoria colpita. Il bersaglio viene ridotto a oggetto, animale, anomalia, scarto. È un meccanismo pericoloso perché abbassa la soglia della percezione morale e rende più facile giustificare esclusione, aggressività e delegittimazione. Quando il linguaggio smette di riconoscere l’altro come persona, il terreno democratico si indebolisce in profondità.
Ogni bersaglio ha la sua grammatica ostile
La ricerca mostra che la deumanizzazione non si esprime sempre nello stesso modo. Alcune forme di discriminazione utilizzano più frequentemente la biologizzazione, altre ricorrono all’animalizzazione o ad altri registri degradanti. Questo significa che l’odio non è indistinto, ma costruisce lessici specifici in base al gruppo preso di mira. Nell’abilismo, ad esempio, termini nati per descrivere condizioni reali vengono svuotati del loro significato e trasformati in insulti generici. Nella xenofobia, invece, prevalgono immagini che assimilano le persone a presenze minacciose o inferiori. Nell’islamofobia emerge persino una torsione retorica ulteriore, in cui l’accusa rivolta all’altro diventa lo strumento per disumanizzarlo a propria volta.
L’odio implicito sfugge ai controlli
Un passaggio importante dell’indagine riguarda anche le forme indirette dello hate speech. Quasi metà degli stereotipi rilevati si manifesta infatti attraverso allusioni, ironie, doppi sensi e generalizzazioni non esplicite. È un punto decisivo, perché rende evidente quanto il linguaggio ostile sappia adattarsi ai sistemi di moderazione automatica. Se l’insulto diretto può essere individuato più facilmente, il pregiudizio insinuato in forma obliqua tende invece a passare sotto traccia. Questo spiega perché la lotta all’odio online non possa essere affidata soltanto agli strumenti tecnologici, ma richieda anche letture culturali, sociali e linguistiche più sofisticate.
Antisemitismo e ostilità in crescita
Tra i fenomeni monitorati, anche l’antisemitismo mostra un incremento significativo. L’aumento percentuale può sembrare contenuto, ma assume un peso ben diverso se inserito in un corpus complessivo cresciuto in modo consistente. In termini assoluti, i contenuti ostili risultano quindi sensibilmente più numerosi. La ricerca evidenzia inoltre come il bersaglio venga colpito sempre più spesso attraverso associazioni lessicali violente e minacciose. È un segnale che conferma quanto il linguaggio d’odio non si limiti a riflettere tensioni sociali già esistenti, ma contribuisca attivamente a rafforzarle e a renderle più accettabili nello spazio pubblico digitale.
Una questione che riguarda tutta la società
L’aspetto forse più importante della nuova mappa è che invita a non considerare l’odio online come un problema confinato al web. Le parole che circolano sulle piattaforme non restano sospese in uno spazio separato, ma influenzano il clima culturale, i rapporti sociali e la qualità della convivenza democratica. Se l’aggressività diventa linguaggio abituale, se il pregiudizio si fa ironia condivisa, se la disumanizzazione entra nel lessico comune, il danno supera il piano digitale. Per questo la ricerca non descrive solo ciò che accade su una piattaforma, ma fotografa una fragilità più ampia della società italiana contemporanea.
15 Aprile 2026
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