L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più rapidamente nella vita quotidiana, nelle imprese e nelle professioni, ma alla crescita delle sue possibilità si accompagna una domanda che riguarda milioni di lavoratori: creerà nuove opportunità oppure ridurrà il numero dei posti di lavoro? Una ricerca internazionale del Pew Research Center mostra come, in molti Paesi, a prevalere siano soprattutto le preoccupazioni.
Il lavoro è la principale fonte di preoccupazione
Considerando complessivamente i Paesi analizzati, le persone che prevedono una diminuzione dell’occupazione nei prossimi vent’anni sono più numerose di quelle convinte che l’intelligenza artificiale possa generare nuovi posti di lavoro. La differenza appare particolarmente evidente nelle economie più avanzate, dove la mediana di chi ritiene che l’IA porterà a una riduzione dei posti raggiunge il 55%, contro il 36% registrato nei Paesi a reddito medio.
In alcuni Paesi la percezione del rischio è ancora più marcata. Negli Stati Uniti circa sette adulti su dieci prevedono conseguenze negative sull’occupazione, mentre livelli elevati di preoccupazione emergono anche in Australia e Corea del Sud. L’Italia si colloca a sua volta tra le nazioni dove il possibile impatto sul mercato del lavoro viene osservato con particolare attenzione.
Una ricerca internazionale su 37 Paesi
Lo studio pubblicato nel settembre 2026 prende in esame le opinioni raccolte in 37 Paesi. Per 36 di questi il Pew Research Center ha intervistato 42.151 persone tra l’8 febbraio e il 13 maggio 2026, mentre per gli Stati Uniti sono state utilizzate due rilevazioni separate condotte a febbraio e giugno su oltre 8.600 adulti. La ricerca consente quindi di confrontare società con livelli di reddito, diffusione tecnologica e conoscenza dell’intelligenza artificiale molto differenti.
Un dato significativo riguarda proprio l’incertezza. Nei Paesi a reddito medio la quota di persone che non sa ancora prevedere quali conseguenze avrà l’IA sull’occupazione raggiunge una mediana del 34%, contro il 22% delle economie ad alto reddito. La maggiore familiarità con la tecnologia, dunque, non coincide necessariamente con una maggiore fiducia nei suoi effetti economici.
I giovani guardano al futuro con qualche timore in più
Il rapporto tra età e percezione dell’intelligenza artificiale non segue ovunque lo stesso andamento, ma in diversi Paesi sono proprio gli adulti più giovani a mostrare una particolare attenzione alle possibili conseguenze sul lavoro. Canada, Francia, Singapore e Svezia, così come India, Indonesia e Malesia, rientrano tra le realtà nelle quali le fasce più giovani manifestano maggiori timori rispetto alle generazioni più anziane.
È un risultato interessante perché riguarda proprio le generazioni che avranno più tempo per convivere professionalmente con l’automazione e con i sistemi di intelligenza artificiale. Il Pew Research Center rileva comunque un quadro tutt’altro che uniforme: tra i giovani convivono preoccupazione e interesse, e il rapporto con l’IA cambia sensibilmente a seconda del Paese e del livello di conoscenza della tecnologia.
Il timore che aumentino le disuguaglianze
Il lavoro non rappresenta l’unica questione aperta. La ricerca ha chiesto agli intervistati anche se l’intelligenza artificiale possa modificare la distanza economica tra ricchi e poveri. Anche in questo caso prevale, nel complesso, l’ipotesi di un aumento delle disuguaglianze rispetto a quella di una loro riduzione.
La differenza tra le diverse economie è significativa. Nei Paesi ad alto reddito una mediana del 35% pensa che l’IA possa ampliare il divario economico, contro il 22% registrato nei Paesi a reddito medio. Negli Stati Uniti la quota raggiunge il 46%, mentre in alcune economie avanzate, come Australia e Corea del Sud, la preoccupazione risulta ancora particolarmente diffusa.
Preoccupazione e curiosità possono convivere
La percezione dell’intelligenza artificiale non è però soltanto negativa. Quando la domanda si sposta dal lavoro all’utilizzo dell’IA nella vita quotidiana, il quadro diventa più articolato. Nei 37 Paesi considerati, una mediana del 37% dichiara di sentirsi più preoccupata che entusiasta, ma una quota ancora maggiore, il 41%, afferma di provare contemporaneamente entusiasmo e preoccupazione.
La ricerca mostra inoltre che conoscere maggiormente l’intelligenza artificiale non significa automaticamente averne più paura. In diversi Paesi le persone che dichiarano di aver letto o sentito parlare molto di IA mostrano atteggiamenti relativamente più positivi rispetto a chi ne possiede una conoscenza limitata. Il rapporto con questa tecnologia sembra quindi dipendere non soltanto dai suoi possibili effetti, ma anche dal livello di informazione con cui vengono interpretati.
Una trasformazione ancora difficile da prevedere
I risultati fotografano soprattutto una società consapevole di trovarsi davanti a una trasformazione profonda, ma ancora incapace di determinarne con precisione le conseguenze. Automazione di alcune attività, nascita di nuove professioni, maggiore produttività e modifica delle competenze richieste potrebbero procedere contemporaneamente, rendendo difficile tradurre l’avanzamento tecnologico in una semplice equazione tra posti perduti e posti creati.
È forse proprio l’incertezza uno degli elementi più importanti che emergono dalla ricerca. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata da una parte crescente della popolazione, ma il suo impatto economico e sociale di lungo periodo resta aperto. Nei prossimi anni la questione non riguarderà quindi soltanto quanto rapidamente evolveranno gli strumenti di IA, ma anche come imprese, istituzioni, sistemi educativi e lavoratori riusciranno ad adattarsi alla trasformazione.
Fonte
Pew Research Center, settembre 2026.
21 Settembre 2026
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