I social network stanno cambiando pelle. Accanto a creator, testimonial e personaggi reali, compaiono sempre più spesso volti perfetti, voci credibili e scene costruite con cura, ma senza una persona reale dietro lo schermo. Sono gli influencer generati dall’intelligenza artificiale, avatar digitali capaci di promuovere abiti, cosmetici, oggetti di design, applicazioni e servizi con la stessa naturalezza di una recensione pubblicata da un utente qualsiasi.
Il punto non è soltanto tecnologico. Il vero nodo riguarda la trasparenza nella comunicazione digitale. Se un marchio sceglie un personaggio virtuale dichiarandolo apertamente, siamo davanti a una forma creativa di marketing. Se invece quell’avatar viene presentato come una persona reale, magari mentre racconta un’esperienza mai vissuta, il confine tra pubblicità, simulazione e possibile inganno diventa molto più fragile.
Perché i brand guardano agli avatar digitali
Per le aziende, gli influencer artificiali sono una soluzione molto conveniente. Non hanno agenda, non chiedono compensi da celebrità, non cambiano opinione, non rischiano scandali personali e possono essere adattati a qualunque campagna pubblicitaria. Una stessa figura digitale può apparire in una casa elegante, su una spiaggia mediterranea, in una boutique di lusso o in un video girato apparentemente con il cellulare.
Secondo una recente indagine del Guardian, diversi marchi stanno già utilizzando avatar realistici per simulare contenuti promozionali vicini al linguaggio degli utenti comuni. La stessa indagine segnala che molte campagne non rendono sempre evidente la natura artificiale dei soggetti mostrati, aprendo un problema rilevante per consumatori e autorità di controllo.
Il caso degli influencer virtuali nella moda
Il settore moda è uno dei terreni più avanzati per questo tipo di sperimentazione. Personaggi digitali come Lil Miquela hanno dimostrato che un’identità virtuale può raccogliere milioni di follower, collaborare con brand internazionali e diventare parte del linguaggio visivo della pubblicità contemporanea. Non si tratta più di semplici immagini generate al computer, ma di personalità costruite con estetica, tono, stile e continuità narrativa.
In questo scenario, l’avatar non indossa davvero un abito, non entra realmente in uno showroom e non prova un cosmetico. Eppure può raccontarlo come se lo facesse. È proprio qui che nasce la domanda più scomoda, il consumatore sta guardando una scelta creativa dichiarata oppure una testimonianza costruita per sembrare reale?
La fiducia rischia di diventare il vero costo nascosto
La pubblicità vive da sempre di immaginazione, messa in scena e aspirazione. Nessuno pretende che ogni spot sia una ripresa documentaria della realtà. Tuttavia, i social hanno cambiato le regole del gioco, perché molti contenuti pubblicitari assumono l’aspetto di consigli personali, recensioni spontanee o esperienze quotidiane.
Quando un volto artificiale viene usato per imitare una persona vera, la fiducia può deteriorarsi rapidamente. I brand impiegano anni per costruire reputazione, coerenza e credibilità, ma possono perderle in poco tempo se il pubblico percepisce una comunicazione poco chiara. L’innovazione può rendere il marketing più efficiente, ma non dovrebbe trasformare l’autenticità in un effetto speciale.
L’AI Act e l’obbligo di rendere riconoscibile l’artificiale
In Europa il tema non resterà affidato solo alla sensibilità dei singoli marchi. Dal 2 agosto 2026, le regole di trasparenza previste dall’AI Act diventeranno applicabili anche per diversi contenuti generati o manipolati con sistemi di intelligenza artificiale. La Commissione Europea indica che gli utenti dovranno essere informati quando interagiscono con sistemi di IA o quando sono esposti a determinati contenuti artificiali o manipolati.
Questo passaggio è importante perché sposta il tema dalla buona pratica alla responsabilità regolatoria. Etichettare un contenuto generato dall’IA non significa bloccare la creatività, ma permettere alle persone di capire che cosa stanno guardando. In altre parole, l’utente non deve diventare un investigatore digitale ogni volta che scorre un video sponsorizzato.
Il problema non è l’avatar ma la mancanza di chiarezza
Un influencer virtuale può essere uno strumento interessante. Può raccontare un prodotto in modo originale, creare mondi visivi coerenti, ridurre costi di produzione e offrire nuove possibilità ai settori moda, design, turismo, intrattenimento e lifestyle. Il problema nasce quando la sua identità artificiale viene nascosta o resa ambigua.
La differenza è semplice. Un personaggio dichiaratamente virtuale appartiene al territorio della creatività pubblicitaria. Un personaggio artificiale presentato come cliente reale, invece, rischia di alterare la percezione del pubblico. E questo vale ancora di più quando il contenuto riguarda salute, finanza, prodotti costosi o servizi che richiedono fiducia.
Consumatori sempre più esposti a contenuti indistinguibili
La capacità delle persone di distinguere immagini reali e immagini artificiali sta diventando sempre più debole. Alcune ricerche recenti indicano che, davanti a immagini generate dall’IA, molti utenti ottengono risultati vicini al caso, anche quando sono convinti di saper riconoscere i contenuti sintetici.
Questo dato rende la trasparenza ancora più necessaria. Non si può chiedere al pubblico di riconoscere da solo ogni dettaglio sospetto, ogni mano sbagliata, ogni riflesso improbabile o ogni volto troppo perfetto. La responsabilità deve stare anche a monte, nelle piattaforme, nelle agenzie, nei marchi e nei sistemi che producono e distribuiscono questi contenuti.
Dalla pubblicità ingannevole ai deepfake
Il tema degli influencer artificiali è solo una parte di un problema più ampio. La stessa tecnologia che crea una modella virtuale può essere usata per generare recensioni false, profili inesistenti, video manipolati o contenuti deepfake. La posta in gioco non riguarda soltanto il marketing, ma la qualità dell’informazione digitale.
Secondo dati citati da Juniper Research e ripresi da diverse testate, le piattaforme social hanno generato nel 2025 ricavi molto rilevanti da annunci ingannevoli rivolti agli utenti europei. Alcune stime parlano di circa 4,4 miliardi di euro collegati a pubblicità fraudolente o deceptive advertising in Europa.
Innovare senza confondere il pubblico
L’intelligenza artificiale non va demonizzata. Sarebbe inutile e anche poco realistico. Gli avatar digitali entreranno sempre di più nella comunicazione commerciale, nella moda, nella musica, negli eventi, nel turismo e nell’intrattenimento. La domanda corretta non è se usarli, ma come usarli.
La regola dovrebbe essere comprensibile a tutti, quando un contenuto è generato o manipolato dall’IA deve essere riconoscibile. Non con note invisibili, formule burocratiche o etichette nascoste, ma con indicazioni chiare. La creatività può anche essere artificiale, la trasparenza invece deve restare molto umana.
24 Giugno 2026
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