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Educazione emotiva, l’Italia deve ancora imparare a parlarne

L’educazione emotiva in Italia cresce, ma uomini e giovani faticano ancora a gestire emozioni, fragilità e richiesta di aiuto

Educazione emotiva, l’Italia deve ancora imparare a parlarne

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Il MINDex 2026 racconta un Paese più consapevole, ma ancora frenato da stigma sociale, impulsività e silenzio emotivo

L’educazione emotiva non è un dettaglio privato, né un tema da relegare alla psicologia individuale. È una competenza che attraversa famiglie, relazioni, scuola, lavoro e salute mentale. Significa saper riconoscere ciò che si prova, dare un nome alle emozioni, comprenderne l’origine e imparare a gestirle senza esserne travolti. In Italia, però, questo percorso appare ancora incompleto, soprattutto quando si osserva il rapporto tra mondo maschile, vulnerabilità e richiesta di aiuto.

I dati del MINDex 2026, il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani realizzato da Unobravo insieme a Ipsos Doxa in occasione del mese della Consapevolezza sulla Salute Mentale, raccontano un Paese che sta cambiando, ma che porta ancora con sé molte eredità culturali. La consapevolezza emotiva cresce, ma non sempre diventa capacità concreta di gestire momenti difficili, tensioni, rabbia, tristezza o fragilità.

Il divario tra sentirsi consapevoli e saper gestire le emozioni

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda gli uomini. Una parte significativa del campione maschile dichiara di percepirsi molto consapevole della propria emotività, con una quota pari al 40%. Tuttavia, quando si passa dalla percezione alla gestione reale delle emozioni, il dato cambia in modo netto: solo il 15% afferma di riuscire pienamente a controllare i propri stati emotivi e i comportamenti che ne derivano.

Questo scarto è importante perché mostra una distanza tra sapere di provare qualcosa e riuscire davvero a gestirlo. L’educazione emotiva, infatti, non consiste soltanto nel riconoscere un’emozione, ma anche nel comprenderla, comunicarla e trasformarla in una risposta non impulsiva. È proprio qui che emergono le maggiori difficoltà, soprattutto quando rabbia, paura, frustrazione o vulnerabilità vengono vissute come segnali da nascondere anziché da ascoltare.

Gli uomini chiedono meno aiuto anche quando ne avrebbero bisogno

Il MINDex 2026 evidenzia anche un altro elemento centrale: gli uomini risultano più sicuri delle donne rispetto alla propria competenza emotiva, ma allo stesso tempo appaiono più restii a prendersi cura del proprio benessere psicologico. Da un lato, oltre il 60% degli uomini dichiara di aver ricevuto in famiglia un supporto emotivo, ad esempio nell’imparare a riconoscere e comprendere le emozioni. Tra le donne, questa percentuale scende al 44%.

Dall’altro lato, però, in caso di necessità solo un uomo su tre chiederebbe aiuto senza difficoltà a un professionista, mentre tra le donne la disponibilità appare più alta. Questo dato racconta una contraddizione ancora molto presente: gli uomini sembrano riconoscere l’importanza delle emozioni, ma faticano maggiormente a trasformare questa consapevolezza in una richiesta di supporto. Il problema non è solo personale, ma culturale, perché per molti la vulnerabilità resta associata a debolezza, perdita di controllo o inadeguatezza.

La salute mentale resta frenata dallo stigma sociale

Secondo la lettura proposta da Danila De Stefano, CEO e founder di Unobravo, gli uomini tendono a chiedere aiuto più tardi e spesso lo fanno quando il disagio è già diventato più complesso da affrontare. Alla base c’è anche un modello educativo che, fin dall’infanzia, può aver insegnato a contenere, semplificare o negare ciò che si prova, invece di accompagnare bambini e ragazzi a riconoscere le proprie emozioni.

Il tema dello stigma resta decisivo. Solo il 9% degli italiani ritiene che la salute mentale sia oggi un argomento discusso apertamente, mentre tre persone su quattro considerano ancora il giudizio sociale un ostacolo significativo. Eppure qualcosa si sta muovendo: più della metà del campione percepisce un cambiamento in corso e il 52% considera ormai il supporto psicologico uno strumento essenziale per il benessere. Tra le donne della Gen Z, questa convinzione raggiunge il 70%.

La Gen Z conosce le emozioni ma fatica a governarle

La ricerca dedica attenzione anche alla Gen Z, cioè alla fascia tra i 18 e i 29 anni. Qui emerge un quadro non lineare. Solo una donna su quattro dichiara di comprendere bene il proprio mondo interiore, mentre tra gli uomini della stessa generazione la percentuale supera il 40%. Anche in questo caso, però, la sicurezza dichiarata non coincide necessariamente con una reale capacità di gestione.

Tra i giovani uomini, infatti, solo uno su dieci afferma di riuscire pienamente a gestire le emozioni e a riflettere prima di reagire. È un dato che fa pensare a una generazione più abituata a parlare di benessere mentale rispetto al passato, ma non sempre dotata degli strumenti necessari per affrontare le emozioni quando diventano intense. L’impulsività, quindi, resta un nodo aperto, soprattutto se manca un’educazione emotiva solida e continuativa.

Amore, affetto, rabbia e felicità sono ancora parole difficili

Un altro elemento significativo riguarda le emozioni più difficili da esprimere in famiglia. Per circa un terzo degli italiani, indipendentemente dall’età, amore e affetto restano i sentimenti più complicati da articolare. Può sembrare paradossale, perché si tratta di emozioni positive, ma proprio la loro esposizione richiede una forma di vulnerabilità che non sempre viene incoraggiata.

Tra i giovani uomini, invece, a rimanere più spesso inespressa è la felicità, mentre tra le coetanee emergono con maggiore difficoltà tristezza e rabbia. Come osserva Corena Pezzella, Clinical Manager e psicoterapeuta di Unobravo, l’alfabetizzazione emotiva aiuta a restare in contatto con ciò che si prova, senza evitarlo e senza esserne sopraffatti. Paura e rabbia, se comprese, possono diventare segnali utili, non nemici da reprimere.

L’eredità del non piangere pesa ancora sulle relazioni

Il passato continua a influenzare il modo in cui gli italiani vivono le emozioni. Solo due persone su dieci dichiarano di aver avuto genitori capaci di aiutarle a dare un nome a ciò che provavano. Per oltre la metà, invece, le emozioni venivano affrontate in modo discontinuo, minimizzate o evitate. Nel 10% dei casi, parlarne era persino scoraggiato con frasi del tipo “non esagerare”.

Questa cultura del silenzio emotivo ha avuto un impatto forte, soprattutto sulle donne Baby Boomer, tra le quali circa una su due racconta di averne subito maggiormente gli effetti. Allo stesso tempo, però, si intravedono segnali di cambiamento: tra i giovani uomini della Gen Z, il 26% dichiara di aver ricevuto un reale supporto emotivo da parte dei genitori. Non è ancora abbastanza, ma indica una possibile rottura con i modelli educativi precedenti.

I nuovi genitori cercano un approccio diverso

Uno dei dati più incoraggianti riguarda i genitori di oggi. Una persona su due dichiara di voler adottare con i figli un approccio diverso da quello ricevuto. In media, il 66% considera prioritario insegnare ai bambini e ai ragazzi a parlare delle proprie emozioni. La differenza di genere, però, rimane evidente: tre donne su quattro ritengono questo obiettivo fondamentale, mentre tra gli uomini la quota supera di poco la metà.

La sfida, quindi, non riguarda soltanto la scuola o i servizi psicologici, ma l’intero modo in cui una società educa alla relazione con sé stessi e con gli altri. Parlare di emozioni non significa rendere le persone più fragili, ma aiutarle a diventare più consapevoli, meno isolate e più capaci di affrontare conflitti, delusioni, paure e cambiamenti. L’educazione emotiva, in questo senso, non è un lusso culturale, ma una forma concreta di prevenzione e benessere.

Una consapevolezza che deve diventare pratica quotidiana

Il quadro che emerge dal MINDex 2026 racconta un’Italia sospesa tra apertura e resistenza. Da una parte cresce il riconoscimento della salute mentale come parte integrante della qualità della vita. Dall’altra, restano forti lo stigma, la paura del giudizio e alcuni modelli educativi che hanno insegnato a trattenere più che a comprendere.

Il punto centrale è trasformare la consapevolezza in pratica. Sapere che le emozioni esistono non basta, se poi non si trovano parole, spazi e strumenti per attraversarle. Per gli uomini, in particolare, il passaggio più delicato sembra essere proprio questo: riconoscere che chiedere aiuto non significa perdere forza, ma imparare a usarla in modo diverso.


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18 Maggio 2026
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