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L’educazione all’altro come risposta culturale alla violenza sulle donne

Dacia Maraini richiama il ruolo della scuola nella prevenzione della violenza contro le donne e del femminicidio

L’educazione all’altro come risposta culturale alla violenza sulle donne

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Educare al rispetto dell’altro può aiutare a superare modelli culturali fondati su possesso e controllo

La violenza contro le donne non può essere affrontata soltanto con strumenti di controllo, sanzioni o misure restrittive. Leggi, carcere e dispositivi di protezione restano necessari quando il rischio è concreto, ma non bastano a modificare le radici profonde di un problema che riguarda il modo in cui una società educa alle relazioni, al rispetto e alla libertà dell’altra persona.

È questo il punto centrale della riflessione proposta da Dacia Maraini parlando ai giovani del Festival di Giffoni, dove il tema del femminicidio è stato affrontato non solo come emergenza di cronaca, ma come questione culturale. La scrittrice ha richiamato l’attenzione sulla necessità di partire dalla scuola, fin dall’infanzia, per costruire una vera educazione alla presenza dell’altro.

La scuola come luogo di prevenzione culturale

Quando si parla di violenza di genere, il dibattito tende spesso a concentrarsi sugli interventi successivi al pericolo: denunce, protezioni, braccialetti elettronici, pene più severe. Sono strumenti che possono salvare vite e che non vanno sottovalutati. Tuttavia, secondo la prospettiva indicata da Maraini, il punto decisivo è intervenire molto prima, nel momento in cui bambine e bambini imparano a riconoscere le emozioni, i limiti, il valore dell’autonomia e la dignità delle persone con cui entrano in relazione.

La scuola, in questo senso, non dovrebbe essere considerata solo il luogo dell’apprendimento disciplinare, ma anche lo spazio in cui si impara a stare nel mondo insieme agli altri. Educare al rispetto non significa imporre una visione ideologica della società, ma insegnare che nessuna relazione può fondarsi sul possesso, sulla paura o sulla pretesa di controllare la vita di un’altra persona.

Oltre l’educazione sessuale

Uno dei passaggi più significativi riguarda il rapporto tra educazione sessuale ed educazione affettiva. Maraini invita a non ridurre tutto al sesso, come se fosse un tema isolato dal resto dell’esperienza umana. La sessualità, al contrario, fa parte della persona, dei sentimenti, della sensibilità, del modo in cui si guarda il mondo e si entra in relazione con gli altri.

Per questo parlare soltanto di informazione sessuale rischia di essere insufficiente. Serve un’educazione più ampia, capace di includere il rispetto del corpo, la gestione del rifiuto, la libertà dell’altro, l’ascolto e la responsabilità emotiva. Non si tratta di insegnare formule astratte, ma di aiutare i giovani a comprendere che una relazione non è un territorio da dominare, bensì un incontro tra persone libere.

La violenza nasce dalla negazione dell’altro

Nella riflessione della scrittrice, la violenza non è soltanto fisica o sessuale. Può essere economica, psicologica, sociale, perfino bellica. In tutte le sue forme, però, contiene un elemento comune: la difficoltà di riconoscere l’altro come essere umano pienamente autonomo. Quando l’altra persona viene percepita come nemica, proprietà, minaccia o ostacolo, la relazione si deforma.

Da qui nasce l’importanza di una cultura dell’incontro. L’idea che “non ci sono nemici, ci sono esseri umani” riassume una visione in cui la prevenzione della violenza passa attraverso la conoscenza, il dialogo e la capacità di vedere nell’altro non qualcuno da possedere o annullare, ma una persona con desideri, fragilità e diritti.

Il femminicidio come regressione culturale

Secondo Maraini, il femminicidio non può essere spiegato come un impulso naturale né come una questione semplicemente legata al sesso. È piuttosto una regressione culturale, cioè il ritorno di modelli antichi in cui l’identità maschile veniva associata al controllo sulla donna. Per secoli, in molte società, l’uccisione della donna in determinati contesti è stata tollerata, giustificata o addirittura legittimata.

Il riferimento al delitto d’onore, abolito in Italia soltanto nel 1981, mostra quanto siano vicine alcune eredità culturali che oggi appaiono inaccettabili. Non si tratta di dire che tutti gli uomini siano violenti, né di contrapporre uomini e donne come due mondi separati. Al contrario, il punto è riconoscere che ogni persona va giudicata per i propri comportamenti, ma anche che alcune idee di possesso hanno avuto una lunga storia e continuano a produrre conseguenze.

Quando il possesso viene confuso con l’identità

Uno degli aspetti più delicati riguarda l’incapacità di alcuni uomini di accettare l’autonomia della donna con cui hanno avuto una relazione. Quando una compagna o una moglie decide di essere libera, indipendente o semplicemente di andarsene, chi ha costruito la propria identità sul controllo può vivere quella scelta come una perdita insopportabile.

In questa dinamica, la violenza non nasce da un vantaggio concreto. Chi uccide non ottiene nulla: perde la famiglia, i figli, la libertà e spesso distrugge anche la propria vita. Proprio per questo Maraini parla di tragedia culturale. Non è un gesto razionale finalizzato a un guadagno, ma l’esito estremo di un’idea distorta della relazione, in cui l’altro non viene riconosciuto come libero.

Educare alla libertà delle relazioni

La risposta più profonda, allora, non può limitarsi alla repressione. Serve una prevenzione culturale che aiuti i ragazzi e le ragazze a capire che amare non significa possedere, che essere lasciati non significa essere annullati, che la libertà dell’altro non è una minaccia alla propria identità. Sono concetti semplici, ma richiedono tempo, continuità e un’educazione capace di entrare nella vita quotidiana.

Parlare di femminicidio con i giovani significa anche evitare semplificazioni. Non esiste una guerra naturale tra uomini e donne. Esistono invece modelli culturali da superare, responsabilità individuali da riconoscere e strumenti educativi da rafforzare. La scuola può diventare uno dei luoghi centrali di questo cambiamento, se viene messa nelle condizioni di affrontare con serietà l’educazione emotiva, affettiva e relazionale.

Una sfida che riguarda tutta la società

La violenza sulle donne non è soltanto un tema giudiziario o familiare. È una questione pubblica, culturale e sociale. Ogni femminicidio interroga il modo in cui vengono raccontati l’amore, la gelosia, la virilità, l’indipendenza femminile e il potere dentro le relazioni. Per questo la risposta non può essere affidata a un solo strumento.

Le norme servono, la protezione delle vittime è indispensabile, le istituzioni devono fare la loro parte. Ma accanto a tutto questo occorre un lavoro più lento e profondo: insegnare fin da piccoli che nessuno appartiene a qualcun altro. In questa educazione all’altro si trova forse una delle strade più concrete per costruire relazioni più sane, più libere e più umane.


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21 Luglio 2026
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