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Ecommerce italiano, crescita apparente e squilibri nascosti

Dietro la concorrenza apparente dell’ecommerce si nasconde un sistema che penalizza i commercianti digitali più piccoli

Ecommerce italiano, crescita apparente e squilibri nascosti

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Regole private, tutele deboli e norme obsolete mettono a rischio l’equilibrio dell’ecommerce in Italia

L’ecommerce in Italia continua a macinare numeri positivi, con volumi in aumento e una diffusione sempre più capillare. Dal punto di vista del consumatore, il mercato appare dinamico, competitivo e ricco di alternative. Se però si osserva il sistema dall’interno, soprattutto dal lato dei piccoli e medi operatori digitali, emerge una realtà meno rassicurante, fatta di concentrazione di potere e margini sempre più ridotti.

Un mercato aperto solo in apparenza

Secondo Fabio De Rienzo, imprenditore digitale ed esperto di commercio online, molti piccoli commercianti non competono davvero in un mercato aperto. Operano piuttosto all’interno di ecosistemi chiusi, dove pochi soggetti stabiliscono regole, costi e criteri di visibilità. In questi contesti, la scelta non è realmente libera: o si accettano condizioni imposte dall’alto, oppure si viene progressivamente esclusi.

L’asimmetria tra chi vende e chi controlla l’accesso

Il nodo centrale non è l’esistenza dei grandi player né l’innovazione tecnologica, ma l’asimmetria strutturale che si è consolidata nel tempo. Per l’utente finale tutto sembra funzionare secondo logiche di concorrenza e pluralità. Per i venditori, invece, la filiera è sempre più concentrata: pochi intermediari controllano l’accesso al cliente finale, la visibilità dei prodotti e, di fatto, la sostenibilità economica delle attività più piccole.

Quando le regole private contano più delle leggi

Un aspetto particolarmente critico riguarda il peso delle regole private imposte dalle grandi piattaforme. Queste condizioni contrattuali, spesso non negoziabili, possono essere modificate unilateralmente e finiscono per funzionare come norme para-legislative. In questo scenario, parlare di reale libertà contrattuale diventa complesso, perché il venditore si trova ad accettare regole che incidono direttamente sulla sua sopravvivenza economica.

Il diritto di difesa resta teorico

In teoria esistono strumenti legali per contestare pratiche scorrette. Nella pratica, però, per un piccolo imprenditore digitale è quasi impossibile sostenere un contenzioso contro una multinazionale dotata di risorse economiche e legali enormemente superiori. Il risultato è che il diritto di difesa resta spesso formale, ma difficilmente esercitabile in modo concreto.

La richiesta di tutele minime e condivise

Da qui nasce una richiesta chiara alle istituzioni. Non si parla di privilegi o protezioni artificiali, ma di tutele minime che rendano il mercato realmente equo: maggiore trasparenza sulle regole, limiti alla loro modificabilità unilaterale e strumenti di tutela accessibili anche ai piccoli operatori. Senza queste condizioni, il rischio è una selezione che favorisce solo chi detta le regole.

Norme nate in un’altra epoca digitale

Un ulteriore problema riguarda l’adeguatezza dell’impianto normativo. Il Codice del Consumo italiano nasce nel 2005, in un contesto molto diverso dall’attuale economia delle piattaforme. Nonostante gli aggiornamenti successivi, resta il bisogno di norme pensate specificamente per l’ecommerce contemporaneo e per le dinamiche di potere che lo caratterizzano oggi.

Il ruolo della politica e delle competenze

La regolamentazione del commercio digitale richiede competenze tecniche reali. Senza una conoscenza approfondita del settore, il rischio è produrre norme generiche, facilmente aggirabili o inefficaci. Il compito delle istituzioni dovrebbe essere quello di impedire che la crescita dei grandi operatori si traduca automaticamente nella scomparsa dei piccoli, preservando un tessuto imprenditoriale vitale e diversificato.


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17 Gennaio 2026
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