Ci sono artisti che attraversano una città, e altri che finiscono per diventarne parte. Nel caso di Dario Fo, il rapporto con Milano non è stato solo biografico o professionale, ma quasi organico. A cento anni dalla sua nascita, il percorso del grande autore, attore e pittore appare ancora intrecciato con quello della città che lo ha formato, applaudito, contestato e infine consacrato come una delle sue figure più riconoscibili.
Gli anni della formazione tra arte e palcoscenico
Prima ancora di diventare il giullare più celebre del teatro italiano, Dario Fo aveva studiato a Brera e poi al Politecnico. Non è un dettaglio secondario. Quel passaggio tra arti visive, spazio scenico e progettazione ha contribuito a costruire una visione del teatro molto personale, in cui parola, corpo e immagine convivevano con naturalezza. Dentro il comico che il pubblico imparò ad amare, c’era anche un artista visivo raffinato, capace di pensare la scena come un luogo da disegnare prima ancora che da recitare.
La Milano che rideva con lui
Negli anni Cinquanta, Milano fu il terreno ideale per la sua esplosione artistica. Frequentava il triangolo teatrale formato da Piccolo Teatro, Odeon e Gerolamo, mentre alla macchina per scrivere costruiva un flusso continuo di testi ironici, farseschi e satirici. Titoli come Il dito nell’occhio, I sani da legare o Gli arcangeli non giocano a flipper raccontano già da soli un’epoca di invenzione febbrile. In quella stagione Dario Fo non era soltanto un attore brillante, ma una presenza scenica impossibile da confondere, capace di imporsi con una comicità fisica, rapida e tagliente.
Gli imprevisti comici di un attore fuori dagli schemi
Anche quando non cercava la satira, sembrava inciampare in situazioni degne di una sua commedia. Durante le riprese di Lo svitato, diretto da Carlo Lizzani, prima rimase ferito agli occhi per la luce violenta di una lampada di scena, poi venne davvero morso alla mano da un cane durante un’altra sequenza. Episodi che oggi fanno sorridere per assurdità, ma che raccontano bene il clima di quegli anni e la fisicità totale con cui affrontava il mestiere. In fondo, anche nei momenti più scomodi, Dario Fo sembrava destinato a trasformare la realtà in racconto.
Con Franca Rame, dal teatro comico a quello civile
L’incontro con Franca Rame fu decisivo sul piano umano e artistico. Insieme costruirono uno dei sodalizi più forti e influenti del teatro italiano. Ma con il passare del tempo cambiò anche il tono della loro scena. La Milano leggera e vitale del dopoguerra lasciò spazio a una città segnata dalla tensione politica e dalle ferite civili. Dopo la strage di Piazza Fontana e la morte di Giuseppe Pinelli, il riso non scomparve, ma si fece più amaro, più necessario, più affilato. In opere come Morte accidentale di un anarchico, la comicità diventò uno strumento per smontare versioni ufficiali, ipocrisie e menzogne.
La Palazzina Liberty e l’idea di teatro come bene pubblico
Tra il 1974 e il 1980 la Palazzina Liberty, in largo Marinai d’Italia, divenne molto più di una sede teatrale. Fu laboratorio artistico, luogo di incontro, spazio di confronto e talvolta di scontro. In quell’esperienza si vede con chiarezza la visione di Dario Fo e Franca Rame, un teatro che non voleva restare chiuso dentro una cornice elegante, ma aprirsi alla città, ai conflitti sociali, alla partecipazione. Non solo spettacolo, quindi, ma cultura come presenza viva nello spazio pubblico.
Il Nobel, la satira politica e la Milano degli ultimi anni
Con il Premio Nobel del 1997 arrivò il riconoscimento internazionale, ma Dario Fo non abbandonò mai la sua natura di autore scomodo. Continuò a osservare la politica e il potere con l’occhio del giullare, prendendo di mira anche la stagione della Milano berlusconiana con spettacoli satirici che dividevano e facevano discutere. Persino la scelta di partecipare alle primarie del 2006 per la candidatura a sindaco confermava il suo legame diretto con la città, non da semplice osservatore, ma da protagonista impegnato nel dibattito pubblico.
Un’eredità che Milano continua a custodire
Sulla lapide al Famedio del Cimitero Monumentale è inciso “giullare e pittore”. Due parole che bastano a riassumere una figura impossibile da rinchiudere in una sola definizione. La sua ultima messinscena, Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano, portata al Piccolo nel 2009, conferma fino all’ultimo la volontà di tornare alla città, alle sue origini simboliche, alla sua anima profonda. A distanza di anni, Dario Fo resta per molti una coscienza irriverente, una voce capace di far ridere e pensare insieme, senza mai separare l’arte dalla realtà.
Luigi Canali
23 Marzo 2026 © Luigi Canali
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