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Quando i chatbot diventano confidenti digitali

Sempre più giovani parlano con i chatbot di emozioni e salute mentale, tra conforto immediato e nuovi rischi relazionali

Quando i chatbot diventano confidenti digitali

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In Europa e in Italia cresce il ricorso ai chatbot come confidenti digitali, ma gli esperti invitano alla prudenza

L’intelligenza artificiale non viene più usata soltanto per cercare informazioni, scrivere testi o risolvere dubbi pratici. Sempre più spesso entra in una sfera molto più delicata, quella personale. Tra adolescenti e giovani adulti europei, i chatbot stanno assumendo un ruolo inatteso, diventando interlocutori a cui affidare pensieri intimi, fragilità emotive e perfino temi legati al benessere psicologico.

Un dialogo più semplice con la macchina

Una ricerca realizzata da Ipsos Bva per la Cnil, l’autorità francese che si occupa della tutela dei dati personali, mostra un dato che fa riflettere. Circa un giovane europeo su due utilizza chatbot basati su intelligenza artificiale per affrontare questioni private o molto personali. In particolare, il 51 per cento dei 3.800 ragazzi coinvolti, tra gli 11 e i 25 anni, ritiene più facile parlare di salute mentale con un’interfaccia digitale che con un professionista in carne e ossa.

Le reti tradizionali appaiono più lontane

Lo studio fotografa anche una certa distanza dai canali di aiuto classici. Solo il 49 per cento degli intervistati ha dichiarato di essersi rivolto a operatori umani, mentre appena il 37 per cento ha contattato uno psicologo. È un dato che suggerisce una trasformazione profonda nelle abitudini di ascolto e di confronto. Per molti ragazzi, il chatbot appare più accessibile, immediato e meno impegnativo rispetto a una conversazione reale.

La presenza continua dei chatbot rassicura

Uno degli elementi che spiega questo fenomeno è la disponibilità costante degli assistenti digitali. I chatbot sono sempre presenti, non hanno orari, non chiedono appuntamenti e non mostrano espressioni che possano essere interpretate come critica o fastidio. Non sorprende quindi che il 60 per cento del campione li percepisca come veri e propri consiglieri di vita. Secondo quanto riportato da The Next Web, questa presenza continua finisce per colmare un vuoto lasciato da reti di supporto considerate meno vicine o meno pronte a intervenire.

I rischi che gli esperti continuano a segnalare

Dietro questa apparente comodità, però, restano dubbi importanti. Reuters ha ricordato che nell’ultimo anno sono aumentate le preoccupazioni sugli effetti psicologici che questi strumenti possono avere sui più giovani. Il punto centrale è semplice, ma decisivo: un sistema di intelligenza artificiale può simulare attenzione, ma non prova emozioni e non sempre è in grado di riconoscere correttamente il disagio umano. Per questo molti esperti mettono in guardia sui limiti dell’IA quando si parla di supporto emotivo sicuro.

Anche i consigli possono creare confusione

A rendere il quadro ancora più complesso è una considerazione emersa dallo stesso studio. Uno degli autori, Franke Föyen, ha osservato che perfino professionisti qualificati potrebbero incontrare difficoltà nel distinguere un consiglio prodotto dall’intelligenza artificiale da uno formulato da un esperto umano. Questo non significa che i due piani siano equivalenti, ma mostra quanto i chatbot siano diventati abili nel riprodurre linguaggi, toni e formule che trasmettono autorevolezza.

Anche in Italia il rapporto è sempre più stretto

Il fenomeno non riguarda solo il resto d’Europa. Un’indagine realizzata ad aprile da Skuola.net insieme all’Associazione Di.Te., su 927 ragazzi italiani tra i 10 e i 20 anni, conferma una tendenza simile. Il 46 per cento usa i chatbot per parlare di sé, mentre il 10,9 per cento lo fa ogni giorno. Il 60 per cento considera questa esperienza appagante perché priva di giudizi, e il 40,3 per cento ammette di aver sviluppato un legame emotivo con gli assistenti digitali. Numeri che raccontano un cambiamento culturale già in atto.

Tra aiuto percepito e solitudine reale

Il successo dei chatbot come confidenti digitali pone una domanda che riguarda famiglie, scuole e servizi sanitari. Se tanti ragazzi scelgono di confidarsi con una macchina, il tema non è soltanto tecnologico. È anche sociale, educativo e relazionale. Da una parte c’è il bisogno di ascolto immediato, dall’altra emerge il rischio che l’illusione di essere compresi sostituisca un supporto umano più profondo, competente e sicuro. L’intelligenza artificiale può forse offrire una prima forma di interazione, ma difficilmente può sostituire del tutto la complessità dell’empatia umana.


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07 Maggio 2026
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