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Casa sociale, quando l’emergenza abitativa non riguarda più solo i più poveri

In Italia l’emergenza casa coinvolge anche i ceti medi, tra affitti alti e alloggi pubblici insufficienti

Casa sociale, quando l’emergenza abitativa non riguarda più solo i più poveri

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Casa sociale e fascia grigia, cresce il numero di famiglie che non trovano risposte nelle grandi città

Per anni il tema è rimasto sullo sfondo, quasi come se fosse un problema limitato a una parte ristretta della popolazione. Oggi, invece, la questione abitativa torna al centro con un profilo molto più ampio e inquietante. In Italia, la difficoltà di trovare una casa accessibile non colpisce più soltanto le fasce economicamente fragili, ma investe anche ceti medi e nuclei familiari che fino a poco tempo fa sembravano meno esposti. Il 12 marzo 2026, in audizione davanti alla Bicamerale sulle gestioni previdenziali, il vicepresidente di Ance, Stefano Betti, ha parlato di un problema emerso “in tutta la sua drammaticità”.

Una casa sempre più difficile da comprare o affittare

Il punto più delicato riguarda i grandi centri urbani, dove acquistare o prendere in affitto un’abitazione sta diventando sempre più complicato. Non si tratta soltanto di prezzi alti, ma di un equilibrio che si è spezzato tra domanda reale, offerta disponibile e capacità di spesa delle famiglie. In questo scenario, il bisogno abitativo non coincide più solo con il disagio estremo, ma si allarga a una zona intermedia fatta di lavoratori, giovani coppie e famiglie con redditi regolari ma insufficienti per reggere il mercato urbano.

Il patrimonio pubblico che non riesce a rispondere

Secondo i dati richiamati da Betti, l’edilizia residenziale pubblica in Italia conta circa 980 mila alloggi. Ma dentro questo numero ce n’è un altro che pesa molto, quello degli appartamenti vuoti e non a norma, circa 80 mila, che di fatto non possono essere assegnati. È qui che l’emergenza casa mostra uno dei suoi paradossi più evidenti: esiste un patrimonio che potrebbe aiutare a ridurre la pressione sociale, ma una parte di questo patrimonio resta inutilizzabile proprio mentre la domanda cresce.

Le famiglie in attesa e il disagio che si allarga

Il dato più forte emerso nell’audizione riguarda le circa 650 mila famiglie che aspettano un alloggio pubblico, cifra che Ance attribuisce a Federcasa. È un numero che racconta da solo la distanza tra il bisogno reale e la capacità di risposta del sistema. Quando le liste d’attesa raggiungono questa dimensione, il problema smette di essere amministrativo e diventa sociale, economico e perfino urbano, perché incide sulla stabilità delle persone, sulla mobilità lavorativa e sulla possibilità stessa di restare nelle città.

La fascia grigia che non trova soluzioni

Uno degli aspetti più interessanti del ragionamento di Stefano Betti riguarda la cosiddetta fascia grigia. Non si parla di chi ha i requisiti più evidenti per l’accesso all’edilizia pubblica, né di chi può muoversi con tranquillità nel libero mercato. Si parla invece di quella parte di popolazione che resta in mezzo, troppo “forte” per alcune tutele ma troppo “debole” per sostenere canoni e prezzi nelle città ad alta tensione abitativa. È proprio questa area intermedia a rendere il tema casa una questione trasversale e ormai strutturale.

Non solo emergenza, ma segnale di trasformazione sociale

La difficoltà ad accedere a un’abitazione sta diventando uno specchio di trasformazioni più profonde. Se anche i ceti medi iniziano a percepire la casa come un traguardo incerto, significa che qualcosa si è modificato nel rapporto tra redditi, costo della vita e qualità dell’abitare. La casa, in questo senso, non è soltanto un bene materiale, ma il punto in cui si misurano sicurezza, autonomia e possibilità di costruire un progetto di vita. Per questo il dibattito non riguarda solo l’edilizia, ma il modello sociale che il Paese è in grado di sostenere.

Il nodo politico che non può più essere rinviato

L’audizione di Ance riporta quindi al centro una domanda che la politica non può più aggirare: come ricostruire un equilibrio tra bisogno abitativo e risposta pubblica, senza lasciare scoperte le famiglie più fragili e senza ignorare la nuova vulnerabilità dei ceti intermedi. I numeri citati il 12 marzo 2026 non descrivono soltanto un disagio momentaneo, ma indicano una pressione destinata a crescere se non verranno recuperati gli alloggi inutilizzabili e rafforzate le politiche per l’abitare nelle grandi città.


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13 Marzo 2026
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