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Cani nei rifugi, la prevenzione può ridurre randagismo e costi per i Comuni

Oltre 14mila cani rischiano una lunga permanenza nei rifugi, formazione e microchip diventano centrali

Cani nei rifugi, la prevenzione può ridurre randagismo e costi per i Comuni

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Randagismo e canili, il rapporto Legambiente chiede più prevenzione, formazione e servizi veterinari essenziali

Adottare un cane ospitato in un rifugio non è soltanto una scelta affettiva. È anche un atto concreto di responsabilità sociale, perché dietro ogni animale che resta per anni in canile esiste una storia fatta di mancate prevenzioni, difficoltà gestionali e servizi territoriali non sempre sufficienti. Il nuovo rapporto Animali in Città 2026 di Legambiente riporta al centro del dibattito il tema del randagismo in Italia, mostrando quanto sia ancora fragile il sistema di tutela degli animali d’affezione.

Secondo i dati raccolti dall’associazione, oltre due cani su dieci tra quelli custoditi nei rifugi comunali monitorati non sono stati adottati, restituiti ai proprietari o inseriti in percorsi come cani di quartiere. Si tratta di circa tremila animali rilevati nei 221 rifugi dei Comuni mappati, ma la stima nazionale porta il numero potenziale oltre quota 14mila cani destinati a una lunga permanenza, quando non a un’intera vita, dentro una struttura.

Il canile come ultima tappa di problemi non risolti

Il rapporto di Legambiente invita a guardare oltre l’immagine, pur reale, dell’abbandono estivo. Le cause che alimentano i canili rifugio sono più ampie e spesso iniziano molto prima che un cane venga trovato vagante. Tra i fattori indicati figurano le cucciolate domestiche non controllate, il mercato online degli animali, la mancata iscrizione all’anagrafe e una preparazione insufficiente da parte di chi decide di accogliere un cane in famiglia.

Quando un animale non è registrato, diventa più difficile ricostruirne la provenienza e individuare il proprietario. Allo stesso modo, quando una persona prende un cane senza conoscere bisogni, tempi, costi e responsabilità, il rischio di rinuncia cresce alla prima difficoltà. Il risultato è un sistema che interviene spesso quando il problema è già esploso, con ricadute sugli animali, sui Comuni e sui cittadini.

Il costo dell’inazione pesa sugli animali e sulla collettività

Uno dei dati più immediati riguarda la spesa. Mantenere un cane in un canile rifugio per un anno costa mediamente circa 1.900 euro, con rette che possono oscillare tra 1.300 e 2.550 euro. Se l’animale diventa difficilmente adottabile, quella cifra si ripete di anno in anno, trasformando una mancata prevenzione in un costo permanente.

La formazione di base per il proprietario, invece, avrebbe un costo molto più contenuto, stimato tra 100 e 250 euro una sola volta. Il confronto è chiaro, prevenire costa da otto a diciannove volte meno rispetto alla gestione prolungata in canile. Ma il punto non è solo economico. Un proprietario più consapevole può comprendere meglio il comportamento del cane, affrontare con maggiore serenità le difficoltà iniziali e ridurre il rischio di abbandono o rinuncia.

Una spesa pubblica in calo mentre il mercato cresce

Il XV rapporto nazionale Animali in Città, intitolato “Il costo dell’inazione. Prendersi cura prima, animali, persone e comunità nelle politiche di prevenzione”, analizza i dati 2025 raccolti da 221 Comuni su 447 e da 43 Aziende sanitarie che hanno risposto al questionario. Il quadro che emerge evidenzia una distanza crescente tra la dimensione economica del mercato degli animali da compagnia e le risorse pubbliche destinate ai servizi essenziali.

Nel 2025 la spesa pubblica di settore è scesa a 193,6 milioni di euro, con una riduzione del 22% rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo, il mercato degli animali da compagnia vale circa 5,3 miliardi di euro, di cui 4,2 miliardi legati ai soli alimenti, con una crescita media annua del 6,9%. Questa sproporzione mostra un settore privato in espansione e un sistema pubblico che fatica a garantire prevenzione, controlli, sterilizzazioni e gestione ordinata del randagismo.

Comuni fragili e servizi veterinari sotto pressione

La situazione finanziaria degli enti locali incide direttamente sulla capacità di intervenire. I dati della Corte dei conti, richiamati da Legambiente, segnalano 1.001 Comuni in crisi finanziaria a fine 2024. Dove le risorse mancano, diventano più difficili le campagne di sterilizzazione, il monitoraggio del territorio, il funzionamento dei canili e la continuità dei servizi veterinari.

Non sorprende, quindi, che alcune delle regioni con maggiore concentrazione di Comuni in difficoltà economica, come Sicilia, Calabria e Campania, siano anche tra quelle dove il randagismo resta più presente. In questi territori il problema non riguarda soltanto gli animali vaganti, ma anche la qualità della convivenza urbana, la sicurezza, la salute pubblica e la capacità delle istituzioni di lavorare in modo coordinato.

L’Indice di Convivenza Urbana misura i servizi ai cittadini

Tra le novità del rapporto 2026 c’è l’Indice di Convivenza Urbana, calcolato per la prima volta da Legambiente sui territori in cui erano disponibili risposte complete da parte dei Comuni e delle Aziende sanitarie. L’indice valuta la qualità degli strumenti offerti ai cittadini che vivono con animali d’affezione, considerando il lavoro congiunto tra amministrazioni comunali e servizi sanitari.

Il valore medio rilevato è di 36 punti su 100, un risultato che corrisponde a un livello essenziale di servizi. In altre parole, molti territori garantiscono alcune funzioni di base, ma resta ampio lo spazio per rafforzare prevenzione, informazione, tracciabilità, assistenza veterinaria e collaborazione istituzionale. L’indice non nasce come una semplice classifica, ma come uno strumento per capire dove intervenire e come migliorare.

Le proposte di Legambiente per una strategia nazionale

A pochi giorni dalla giornata internazionale del cane randagio, che si celebra il 27 luglio, Legambiente ha indirizzato al Parlamento sei proposte operative. La prima riguarda l’istituzione di un fondo nazionale vincolato per i servizi veterinari essenziali, con particolare attenzione a sterilizzazioni, anagrafe e gestione del randagismo.

L’associazione chiede inoltre corsi di formazione gratuiti e obbligatori per chi decide di prendere un animale, una riduzione dell’IVA sulle prestazioni veterinarie al 10%, invece dell’attuale 22%, e detrazioni più adeguate per le cure. Un altro punto riguarda l’integrazione tra SINAC, Servizio sanitario e Servizi sociali, così da affrontare il benessere animale anche come parte di una rete più ampia di tutela delle persone e delle comunità.

Microchip e tracciabilità al centro delle nuove regole europee

Un passaggio importante riguarda il recepimento del primo regolamento europeo dedicato al benessere e alla tracciabilità di cani e gatti, approvato il 22 maggio. Le nuove norme prevedono regole comuni sull’identificazione obbligatoria tramite microchip, sulla registrazione in banche dati nazionali interoperabili, sull’allevamento, sulla vendita e sull’importazione.

L’applicazione sarà progressiva a partire dal 2028, con periodi transitori più lunghi per alcuni obblighi. Per l’Italia, secondo Legambiente, questo percorso rappresenta un’occasione per superare frammentazioni e disomogeneità territoriali. Un animale identificato e correttamente registrato è più tutelato, più facilmente riconducibile al proprietario e meno esposto al rischio di sparire nel circuito del randagismo.

Le buone pratiche europee indicano una direzione

Il rapporto richiama anche alcune esperienze europee considerate utili. In Germania, ad esempio, è prevista una sorta di patente per il proprietario, non per la razza del cane. L’attestato, chiamato Sachkundenachweis, comprende una prova teorica prima dell’arrivo dell’animale e una prova pratica entro il primo anno.

Nel Regno Unito, invece, il veterinario ha anche un ruolo di sentinella sociale. In caso di sospetto maltrattamento animale, il professionista è chiamato a valutare se nella stessa abitazione possano essere presenti rischi per bambini, donne o adulti fragili, attivando i canali competenti. In Francia, infine, tra il 90 e il 95% dei cani risulta identificato e tracciabile grazie all’anagrafe nazionale I-CAD, obbligatoria per cani, gatti e furetti dal 2012.

Prevenire significa investire in benessere e responsabilità

Il messaggio centrale del rapporto è che la prevenzione non può essere considerata una voce accessoria. Come ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, la prevenzione “non è una spesa assistenziale, ma un investimento importante con un ritorno economico misurabile”, capace di generare benessere per l’animale e per il proprietario.

Anche Antonino Morabito, responsabile nazionale Cites e Benessere animale di Legambiente, ha sottolineato il valore dei dati raccolti grazie alla collaborazione di Comuni e Aziende sanitarie. Misurare il fenomeno, ha spiegato, non serve a distribuire pagelle, ma a fornire strumenti concreti per affrontare randagismo, prevenzione e salute pubblica con maggiore efficacia.

Premiati i territori più attivi nella gestione degli animali

Nel corso della presentazione è stato assegnato anche il Premio nazionale Animali in Città, dedicato alle realtà più impegnate nella gestione degli animali. Tra i Comuni, San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, si conferma al primo posto ed è, insieme a Modena, tra le realtà che raggiungono il livello eccellente. Seguono Piacenza e Bolzano, mentre tra le grandi città si conferma Napoli.

Tra le Aziende sanitarie resta al vertice ASL Napoli 1 Centro, davanti alle agenzie lombarde di Brescia, Bergamo e della Montagna, oltre alle aziende toscane. Il nuovo premio alla collaborazione istituzionale, collegato all’Indice di Convivenza Urbana, è stato assegnato al territorio di Napoli insieme ad ASL Napoli 1 Centro. Riconoscimenti al progresso sono andati a Grignasco, in provincia di Novara, e all’ATS Val Padana, competente per Cremona e Mantova.

Dai Tartadog un esempio di collaborazione positiva

Accanto ai dati sui canili e sul randagismo, Legambiente ha presentato anche la squadra completa dei Tartadog, unità cinofile addestrate insieme a ENCI per individuare sulle spiagge italiane i nidi di tartaruga marina Caretta caretta. È un esempio diverso, ma significativo, di come la relazione tra persone e cani possa diventare una risorsa per l’ambiente e per la comunità.

Il tema resta lo stesso, costruire una convivenza più consapevole. Il cane non è un acquisto impulsivo, né una presenza da gestire solo quando nasce un problema. È un essere vivente che richiede cura, tempo, competenze e responsabilità. Per questo la prevenzione, la formazione e la tracciabilità non sono dettagli amministrativi, ma strumenti concreti per evitare che migliaia di animali restino in eterna attesa dietro le sbarre di un rifugio.

Adotta un nonno a distanza

Ci sono cani anziani che nei rifugi aspettano da anni una famiglia che forse non arriverà mai. Sono animali spesso meno cercati rispetto ai cuccioli, ma hanno ancora bisogno di cure, attenzioni, cibo adeguato, controlli veterinari e, soprattutto, di non essere dimenticati.

Per questo anche l’adozione a distanza può diventare un gesto prezioso. Sostenere un cane anziano significa accompagnarlo nella parte più fragile della sua vita, aiutando le strutture che se ne prendono cura e offrendo a un “nonno” a quattro zampe una forma concreta di vicinanza.

Adotta un nonno a distanza, perché anche chi ha aspettato troppo merita ancora cura, dignità e affetto.

#adottaunnonno
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IBAN: IT13D0200839470000400541830


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23 Luglio 2026
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