PANTA REI, quando l'informazione è libera, gratuita e partecipativa

Torna a precedente

Brexit, dieci anni dopo il conto economico è più pesante del previsto

Dieci anni dopo la Brexit, il Regno Unito mostra crescita più debole, meno investimenti e maggiore incertezza economica

Brexit, dieci anni dopo il conto economico è più pesante del previsto

Condividi

La Brexit ha ridotto Pil, produttività e scambi del Regno Unito, lasciando aperto il dibattito sul rapporto con l’Ue

A dieci anni dal referendum sulla Brexit, il bilancio economico del Regno Unito appare molto diverso dalle promesse che avevano accompagnato la scelta di uscire dall’Unione Europea. La ricorrenza del voto riapre una domanda rimasta sospesa nel dibattito britannico, quanto è costata davvero la separazione da Bruxelles?

Secondo uno studio del National Bureau of Economic Research, basato sui dati disponibili fino alla fine del 2025, la Brexit avrebbe ridotto il Pil britannico tra il 6 e l’8%, gli investimenti tra il 12 e il 13%, l’occupazione tra il 3 e il 4% e la produttività tra il 3 e il 4%. Numeri che raccontano un impatto profondo, aggravato negli anni da pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetiche e instabilità in Medio Oriente.

Un’economia più fragile dopo l’uscita dall’Ue

La promessa di una Gran Bretagna più libera, più competitiva e più autonoma non ha trovato una conferma evidente nei risultati economici. Al contrario, molti indicatori mostrano un Paese più esposto all’incertezza, con una crescita più debole e una minore capacità di attrarre investimenti rispetto allo scenario precedente alla Brexit.

Il problema non riguarda soltanto il commercio con l’Unione Europea, anche se le nuove barriere hanno pesato. La separazione ha inciso sulla fiducia delle imprese, sulla programmazione industriale, sulle catene di fornitura e sulla capacità delle aziende britanniche di operare con facilità in un mercato europeo che, fino al referendum, rappresentava il loro spazio economico naturale.

L’incertezza come freno agli investimenti

Uno degli elementi più rilevanti evidenziati dallo studio del National Bureau of Economic Research è l’aumento persistente dell’incertezza. Per le imprese, non sapere con chiarezza quali sarebbero state le regole future ha significato rinviare decisioni, ridurre investimenti e limitare nuovi progetti di sviluppo.

Questa incertezza ha colpito in modo particolare le aziende più esposte ai mercati internazionali, cioè proprio quelle che avrebbero dovuto sostenere la competitività del Paese. Le imprese più produttive, più innovative e più integrate negli scambi globali si sono trovate davanti a procedure più complesse, costi maggiori e prospettive meno stabili.

Meno domanda, meno innovazione e meno produttività

La ricerca individua diversi canali attraverso cui la Brexit ha indebolito l’economia britannica. Oltre all’incertezza, si è registrata una minore domanda di beni e servizi, con effetti diretti sulle imprese che dipendevano dagli scambi con l’Europa e dai rapporti commerciali internazionali.

A questo si è aggiunta una riduzione degli investimenti in innovazione e tecnologie informatiche. È un punto centrale, perché la produttività non cresce solo con il lavoro, ma anche con la capacità di migliorare processi, strumenti, organizzazione e competenze. Quando le imprese investono meno in innovazione, il rallentamento non resta confinato al presente, ma produce effetti anche negli anni successivi.

Un’uscita lunga e politicamente logorante

La Brexit non è stata un evento immediato, ma un processo lungo e complesso. Dopo il referendum del 2016, il periodo di transizione si è protratto fino al 31 dicembre 2020, mentre i negoziati sull’Irlanda del Nord hanno continuato a occupare il confronto politico fino al 2023. Di fatto, il percorso può essere considerato pienamente stabilizzato solo nel 2024.

Questa durata ha pesato anche sulla stabilità politica del Regno Unito. Dal 2016 a oggi si sono alternati sei primi ministri a Downing Street, segno di un sistema politico attraversato da tensioni continue. L’attuale premier laburista Keir Starmer si muove in un contesto ancora delicato, dove il tema europeo resta sensibile e divisivo.

Il commercio con l’Europa resta il nodo centrale

L’Office for Budget Responsibility ha stimato che il nuovo rapporto commerciale tra Regno Unito e Unione Europea, nato dopo la Brexit, ridurrà la produttività di lungo periodo del 4% rispetto a uno scenario di permanenza nell’Ue. Il punto più critico riguarda l’aumento delle barriere non tariffarie, cioè controlli, procedure, certificazioni e adempimenti che rendono più complesso esportare e importare.

Secondo le stime dell’istituto, nel lungo periodo esportazioni e importazioni britanniche saranno inferiori di circa il 15% rispetto a quanto sarebbero state senza l’uscita dall’Unione Europea. I nuovi accordi commerciali con Paesi extra Ue, spesso presentati come una compensazione possibile, non sembrano destinati ad avere un impatto significativo nel breve periodo e, anche nel lungo termine, potrebbero produrre effetti limitati e graduali.

La valutazione della Bank of England

Anche la Bank of England ha offerto una lettura prudente ma chiara degli effetti della Brexit. Il governatore Andrew Bailey ha riconosciuto che il livello di attività economica e di crescita è stato inferiore, collegando questo risultato alla riduzione dei mercati di riferimento per le imprese britanniche.

Il ragionamento è semplice, se si riduce la dimensione dei mercati con cui un Paese commercia, si riduce anche il potenziale di crescita. Meno esportazioni, meno integrazione e meno scala produttiva tendono a incidere negativamente su produttività, competitività e dimensione complessiva dell’economia.

La City ha resistito meglio del previsto

Nel quadro complessivo, la City di Londra rappresenta forse uno degli ambiti in cui le previsioni più negative non si sono realizzate nella misura temuta. Molti osservatori, prima e subito dopo il referendum, immaginavano un colpo molto più duro per i mercati finanziari britannici.

Questo non significa che la Brexit abbia fatto bene alla City. Piuttosto, il settore finanziario londinese ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle attese, anche grazie alla sua posizione storica, alla rete internazionale di relazioni e alla forza degli operatori già presenti. Il danno c’è stato, ma non nella forma di una fuga generalizzata e immediata.

I cittadini vedono pochi vantaggi concreti

La percezione dell’opinione pubblica britannica appare sempre più critica. Un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations segnala che molti cittadini associano la Brexit a effetti negativi sul costo della vita, sull’economia, sulle opportunità per i giovani e persino sull’immigrazione clandestina.

Il dato più significativo riguarda proprio quest’ultimo punto. Anche una parte consistente degli elettori che avevano votato per lasciare l’Unione Europea ritiene che la Brexit abbia peggiorato la gestione dell’immigrazione clandestina, uno dei temi centrali della campagna referendaria. Quando viene chiesto quali siano stati i principali vantaggi dell’uscita dall’Ue, la risposta più frequente è non so, seguita da nessuna delle precedenti.

Crescita rivista al ribasso e inflazione ancora instabile

Le prospettive economiche restano caute. Le stime di crescita della Gran Bretagna per il 2026 sono state riviste al ribasso, passando da +1,4% a +1,1%. Il taglio riflette un contesto internazionale incerto, ma si inserisce in un’economia già indebolita da anni di crescita fragile.

La Bank of England ha mantenuto il tasso di interesse bancario al 3,75%, mentre l’inflazione è scesa al 2,8%. Tuttavia, il rischio di nuove pressioni sui prezzi resta presente, soprattutto a causa dell’aumento dei costi energetici legato alle tensioni in Medio Oriente. Bollette più alte possono spingere le imprese ad aumentare i prezzi finali, trasferendo sui consumatori una parte dei costi.

Il ritorno nell’Ue resta una strada complicata

A dieci anni dal referendum, nel dibattito britannico si rafforza il movimento Rejoin Ue, favorevole a un rientro del Regno Unito nell’Unione Europea. Tuttavia, un eventuale percorso di riadesione sarebbe lungo, politicamente complesso e tutt’altro che automatico.

Da un lato, una parte dell’opinione pubblica britannica appare più favorevole a riaprire il dossier europeo. Dall’altro, molte istituzioni e capitali del continente restano prudenti. Pesano la memoria dei negoziati passati, la sfiducia accumulata durante gli anni della Brexit e la presenza ancora forte, nei sondaggi britannici, di figure politiche come Nigel Farage, considerato uno degli artefici principali dell’uscita dall’Ue.

Un Paese più diviso e meno influente

Il giudizio complessivo sulla Brexit, a dieci anni di distanza, appare severo. Secondo The Economist, il referendum ha cambiato il Regno Unito in molti piccoli modi, perlopiù in peggio. Il Paese risulta più diviso, meno influente e più povero di quanto sarebbe probabilmente stato restando nell’Unione Europea.

La Brexit non ha prodotto un solo effetto, ma una somma di conseguenze. Ha modificato il commercio, la politica, la percezione internazionale del Regno Unito e il rapporto dei cittadini con il futuro. La promessa di riprendere il controllo si è scontrata con una realtà più concreta, fatta di crescita più lenta, investimenti ridotti e margini di manovra più stretti.

Dieci anni dopo resta una lezione politica ed economica

La Brexit mostra quanto una scelta politica possa generare effetti economici profondi e duraturi. Uscire da un grande mercato integrato non significa soltanto cambiare regole doganali o firmare nuovi accordi commerciali, ma ridefinire il modo in cui imprese, lavoratori, investitori e istituzioni costruiscono fiducia.

A dieci anni dal voto, il Regno Unito non è crollato, ma appare più fragile di quanto molti sostenitori della Brexit avessero previsto. La domanda, oggi, non è più soltanto se uscire dall’Unione Europea sia stato giusto o sbagliato. La domanda è quanto tempo servirà per riparare gli effetti di una decisione che continua a pesare sull’economia e sulla società britannica.


Condividi

22 Giugno 2026
© Redazione editoriale PANTA-REI
https://www.panta-rei.it/home.do?dettagli=brexit-dieci-anni-dopo&key=1782115038
__
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte e rielaborate da fonti ufficiali e/o agenzie di stampa riconosciute, nel rispetto del presente codice etico redazionale.

PANTA-REI, l'informazione libera, gratuita e partecipativa

editoriale non-profit della
Fondazione Premio Antonio Biondi
Fondazione Premio Antonio Biondi
realizzato in collaborazione con la
icoe, centro studi su innovazione, comunicazione ed etica.
Centro studi su innovazione, comunicazione ed etica.

Copywriters ICOE
Francesca S., Matteo R., Laura A., Antonella B., Giorgio F., Anna C., Miriam M., Stefano G., Adele P. e Francesca N.
Redazione | Chi siamo


PANTA-REI canale WhatsApp

Seguici nel nostro canale WhatsApp con il tuo smartphone e quando vorrai, noi saremo li con le ultime notizie ...

__
Lettera aperta ai lettori, lettrici di PANTA-REI da parte di Luigi Canali
Presidente della Fondazione

L'EDITORIALE
libero, gratuito e partecipativo

Precedente

Ogni giorno selezioniamo, verifichiamo e raccontiamo. Perché l'informazione di qualità è essa stessa un atto di cultura.
www.icoe.it
www.panta-rei.it
LANGUAGE

Fondazione iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore RUNTS e riconoscita ISTITUTO CULTURALE dalla Regione Lazio - Ente NON-PROFIT
www.fondazionepremioantoniobiondi.it
C.F. 92088700601
__
Privacy e Cookies (GDPR)

PANTA-REI
editoriale della
Fondazione Premio Antonio Biondi
Via Garibaldi 34
03017 Morolo (FR)
redazione I.CO.E.
Via Giosué Carducci, 10 - 00187 Roma
+39.06.5654.8962
centrostudi@icoe.it
Messaggio WhatsApp

© PANTA-REI editoriale della Fondazione Premio Antonio Biondi. Tutti i diritti sono riservati.
[C]redit grippi associati ICT