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Biennale di Venezia 2026, tra arte, memoria e tensioni politiche

In Minor Keys nasce come invito all’ascolto, ma arriva al pubblico in un clima acceso tra arte, geopolitica e scelte istituzionali

Biennale di Venezia 2026, tra arte, memoria e tensioni politiche

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Biennale di Venezia 2026, la mostra pensata da Koyo Kouoh si apre tra debutti internazionali e forti tensioni politiche

La 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nasceva con un’intenzione quasi raccolta, suggerita già dal titolo In Minor Keys, cioè In tonalità minore. Un invito a guardare l’arte con maggiore attenzione, a privilegiare la dimensione interiore, la cura, le relazioni delicate e i racconti lontani dal rumore. Eppure, alla vigilia dell’apertura, il clima che accompagna questa edizione sembra muoversi in direzione opposta, trasformando la mostra in uno dei momenti culturali più discussi dell’anno.

Un’edizione segnata dalle polemiche

A spostare il baricentro dal piano artistico a quello istituzionale è stata soprattutto la scelta annunciata il 4 marzo di riaprire alla partecipazione degli artisti russi. Da quel momento si è acceso uno scontro che ha assunto toni sempre più accesi, coinvolgendo la governance della Biennale e il Ministero della Cultura. La vicenda ha generato verifiche interne, frizioni ai vertici e un clima di tensione che ha rapidamente superato il perimetro dell’arte contemporanea per entrare in quello, molto più delicato, della politica internazionale.

Il caso dei padiglioni nazionali

Il punto più sensibile riguarda proprio i padiglioni nazionali, da sempre uno degli elementi simbolici della Biennale. La presenza russa è diventata il nodo più controverso, anche perché il relativo Padiglione sarà accessibile soltanto nei giorni di pre-apertura e non durante l’intero periodo della manifestazione. Accanto a questo tema si è inserita anche la questione della partecipazione israeliana, finendo per rendere evidente come, in un contesto globale attraversato da guerre e crisi diplomatiche, anche le esposizioni artistiche non possano più considerarsi spazi separati dalla storia.

Una Biennale senza la giuria tradizionale

Tra gli effetti più sorprendenti di questa situazione c’è stata la rinuncia al consueto meccanismo dei premi. L’assenza della giuria ha infatti cancellato la tradizionale cerimonia inaugurale nella forma conosciuta fino a oggi. Al suo posto, la Biennale ha scelto una soluzione inedita, affidando ai visitatori il compito di assegnare due Leoni, uno per il miglior artista e uno per il miglior Paese. La decisione introduce un elemento nuovo e quasi sperimentale, perché trasferisce al pubblico una responsabilità che in passato apparteneva esclusivamente agli addetti ai lavori.

Il segno lasciato da Koyo Kouoh

Al centro di questa edizione resta comunque l’impronta di Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio 2025. La Biennale ha scelto di portare avanti il progetto da lei costruito, nel rispetto del lavoro già compiuto e con il sostegno della famiglia. È una scelta che ha un valore culturale e umano insieme, perché consente di preservare una visione curatoriale già definita nei suoi aspetti essenziali e di far arrivare al pubblico un percorso pensato con coerenza, profondità e sensibilità.

Un progetto curatoriale già compiuto

Quando era stata nominata Direttrice artistica del Settore Arti Visive, nel novembre 2024, Kouoh aveva già cominciato a delineare con precisione l’ossatura della mostra. Il testo teorico, la selezione degli artisti, le opere, il catalogo, l’identità visiva e persino l’impostazione degli spazi erano parte di un lavoro già ampiamente sviluppato. Il gruppo dei partecipanti comprende 111 presenze tra artisti, duo, collettivi e organizzazioni, provenienti da contesti geografici molto diversi. Il criterio scelto non sembra essere quello della semplice rappresentanza, ma quello delle affinità, delle risonanze e delle possibili connessioni tra linguaggi anche lontani.

Una mappa fatta di incontri e convergenze

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la sua costruzione relazionale. L’idea non era limitarsi a mettere insieme nomi da aree diverse del mondo, ma immaginare una trama di corrispondenze tra esperienze artistiche sviluppate in luoghi come Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville. In questa prospettiva, la mostra cerca di restituire una geografia fatta non solo di coordinate fisiche, ma di scambi, intuizioni e incontri. È una visione che considera l’arte come spazio di contatto, non come somma di individualità isolate.

Il cuore concettuale di In Minor Keys

Il titolo della mostra non va letto come un semplice riferimento poetico, ma come una precisa dichiarazione di metodo. Per la curatrice, il centro del progetto non era definito da categorie teoriche rigide, ma da opere capaci di parlare insieme all’intelligenza e alla sensibilità. In questo senso, In Minor Keys si presenta come una mostra che cerca intensità più che spettacolo, profondità più che volume, ascolto più che clamore. Proprio per questo appare quasi paradossale che attorno a essa si sia sviluppato un dibattito così rumoroso.

Nuovi Paesi e assenze improvvise

Questa edizione si distingue anche per l’alto numero di debutti nazionali. Repubblica di Guinea, Guinea Equatoriale, Nauru, Qatar, Sierra Leone, Somalia e Vietnam partecipano per la prima volta, mentre anche El Salvador arriva con un proprio padiglione nazionale. È un dato che racconta una Biennale sempre più estesa e aperta a nuove presenze. Allo stesso tempo, non mancano le rinunce e i cambi di programma dell’ultima ora. L’Iran, inizialmente incluso, ha deciso di ritirarsi a ridosso dell’inaugurazione, mentre Tanzania e Seychelles hanno avanzato richieste di partecipazione in una fase successiva all’annuncio di marzo.

Tra visione artistica e realtà del presente

La Biennale di Venezia 2026 sembra così sospesa tra due livelli che si intrecciano senza mai separarsi davvero. Da una parte c’è una mostra pensata per indagare la delicatezza, l’interiorità e le relazioni sottili. Dall’altra c’è un contesto internazionale che spinge ogni scelta dentro una dimensione pubblica, politica e simbolica. Il risultato è un’edizione destinata a essere ricordata non solo per il suo impianto curatoriale, ma anche per le domande che riapre sul rapporto tra arte, istituzioni e conflitti del presente. E forse è proprio questa contraddizione, più di ogni altra cosa, a renderla già memorabile.


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05 Maggio 2026
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