L’avvio di L’Aquila come Capitale italiana della Cultura 2026 non è soltanto l’inaugurazione di un calendario di eventi. È un passaggio simbolico e politico che rimette la cultura al centro della vita collettiva, come strumento di convivenza, dialogo e responsabilità comune. In un tempo attraversato da conflitti e fratture profonde, il messaggio che arriva dall’Abruzzo assume un valore che va ben oltre i confini cittadini.
La cultura come spazio di convivenza e dialogo
Nel suo intervento inaugurale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato con forza il ruolo della cultura come fondamento della coesione sociale. Non un ornamento, ma un terreno condiviso in cui si costruiscono dialogo, ricerca comune e pace. Consentire alla cultura di crescere, ha sottolineato, significa permetterle di seminare e lasciare tracce, generando legami duraturi tra le persone e le comunità.
Investire in cultura significa investire in democrazia
Il richiamo di Mattarella è netto: investire in cultura vuol dire investire nella comunità e nello sviluppo della coscienza civile. In questa prospettiva, la cultura diventa parte integrante della democrazia stessa, perché rafforza la partecipazione, il senso critico e la responsabilità collettiva. Un messaggio che acquista ancora più peso in un contesto globale segnato da nuove tensioni e da dinamiche di dominio che si pensavano superate.
Un mondo inquieto e il valore ancora più evidente della cultura
Il Presidente ha ricordato come l’immenso valore della cultura emerga con maggiore evidenza proprio nei periodi di incertezza. Guerre, strategie predatorie e volontà di sopraffazione tornano a farsi sentire nello scenario internazionale, riportando immagini e ferite che sembravano appartenere al Novecento. In questo quadro, la cultura si propone come argine e come spazio di elaborazione collettiva del presente.
L’Aquila, dalla ferita alla visione collettiva
La nomina a Capitale italiana della Cultura viene letta dal ministro della Cultura Alessandro Giuli come il sigillo di una rinascita. Una rinascita che affonda le radici nel trauma del terremoto del 6 aprile 2009, ma che si è trasformata in un percorso di partecipazione e crescita condivisa. L’Aquila diventa così esempio di una comunità capace di guardare avanti, sicura della propria identità e aperta al mondo.
Un territorio, mille capitali
Secondo Giuli, L’Aquila non è sola in questo percorso. Il progetto culturale si allarga all’intero Abruzzo, valorizzandone la natura diffusa e plurale. Il riferimento alla visione di Guido Piovene e all’idea di un territorio fatto di “cento piccole capitali” si traduce nello slogan Un territorio, mille capitali, che sintetizza un modello culturale policentrico, lontano dalle logiche accentratrici.
Cultura come infrastruttura permanente
L’anno da Capitale della Cultura ambisce a trasformare la cultura da evento straordinario a infrastruttura stabile di sviluppo. Non solo identità e memoria, ma anche progettazione, partecipazione e crescita civile. Un approccio che riconosce il ruolo fondamentale delle città di medie dimensioni nella costruzione dell’equilibrio culturale nazionale.
Le giovani generazioni al centro della rinascita
Nel suo intervento, il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi ha posto l’accento sulla speranza riposta nei giovani. La rinascita della città passa attraverso il loro sguardo, la loro scelta di tornare, studiare, lavorare e costruire futuro. Conoscere i giovani, ha ricordato, significa andare oltre gli stereotipi, riconoscendo un mondo fatto di sogni, ferite e desiderio di partecipazione.
Un messaggio che guarda oltre il 2026
L’Aquila inaugura il suo anno da Capitale italiana della Cultura con un messaggio chiaro: la cultura non è una parentesi, ma un processo continuo. Un percorso che intreccia memoria e futuro, responsabilità e speranza, e che propone un modello replicabile di sviluppo umano e civile.
17 Gennaio 2026
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