L’ansia tra gli anziani non è più un tema marginale, né un disagio da liquidare con qualche frase di circostanza. Sempre più persone sopra i 65 anni sembrano ricorrere agli psicofarmaci per affrontare inquietudine, solitudine, insonnia e senso di vuoto dopo la fine della vita lavorativa. Un fenomeno che preoccupa i medici di medicina generale e che, allo stesso tempo, pesa in modo crescente sulla spesa privata dei cittadini.
A lanciare l’allarme è Pierluigi Bartoletti, vicepresidente vicario della Federazione italiana medici di Medicina generale, secondo cui gli anziani rappresentano oggi una delle categorie più esposte all’uso improprio di farmaci contro ansia e insonnia. Il rischio, avverte, è quello di intervenire sul sintomo senza affrontare davvero la causa del malessere.
Quando la pensione diventa un vuoto difficile da gestire
Per molti anziani il passaggio alla pensione non coincide con una nuova stagione serena, fatta di tempo libero, interessi e relazioni. In diversi casi accade l’opposto. Dopo anni trascorsi a lavorare molte ore al giorno, la quotidianità cambia improvvisamente ritmo e può trasformarsi in una lunga sequenza di giornate vuote.
Il telefono squilla meno, i rapporti sociali si assottigliano, gli impegni diminuiscono e ciò che prima sembrava una conquista, cioè avere più tempo per sé, può diventare un peso. In questo spazio silenzioso l’ansia trova terreno fertile. Non sempre si tratta di una patologia vera e propria, ma di un segnale che racconta isolamento, perdita di ruolo, fragilità emotiva e mancanza di stimoli.
Il ricorso agli psicofarmaci come risposta immediata
Il problema nasce quando il disagio viene affrontato quasi automaticamente con una compressa. Secondo Bartoletti, il percorso può iniziare anche in modo informale, attraverso il passaparola, il consiglio di un conoscente o l’idea che esista un prodotto capace di spegnere rapidamente l’inquietudine.
È proprio qui che il rimedio rischia di diventare parte del problema. Gli psicofarmaci, se usati senza una valutazione adeguata e senza un controllo medico attento, possono portare ad abuso, dipendenza e assuefazione. L’ansia, ricorda il medico, è prima di tutto un sintomo. Sedarla farmacologicamente può dare un sollievo momentaneo, ma non significa necessariamente comprendere perché sia comparsa.
Benzodiazepine e anziani, i rischi da non sottovalutare
Tra i farmaci più discussi ci sono le benzodiazepine, utilizzate come ansiolitici o come ipnotici-sedativi. Negli anziani, tuttavia, il loro impiego richiede particolare cautela. Bartoletti sottolinea che possono avere effetti negativi su cuore, cervello, ossa e muscoli, oltre ad aumentare in modo significativo il rischio di cadute.
Per una persona anziana una caduta non è mai un episodio banale. Può comportare fratture, perdita di autonomia, lunghi periodi di riabilitazione e un peggioramento generale della qualità della vita. Per questo il tema non riguarda soltanto il consumo di farmaci, ma anche la sicurezza quotidiana e la prevenzione delle fragilità.
La spesa per l’ansia continua a crescere
Il fenomeno ha anche una dimensione economica rilevante. Secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali dell’Agenzia italiana del farmaco, la spesa sostenuta dagli italiani in farmacia per affrontare stati d’ansia avrebbe raggiunto circa 619 milioni di euro, in aumento rispetto ai quasi 599 milioni del 2024.
Numeri che raccontano un mercato ampio e in crescita. I derivati benzodiazepinici, sia ansiolitici sia ipnotici-sedativi, risultano tra le categorie terapeutiche di classe C più acquistate privatamente. I farmaci contro l’ansia, in particolare, rappresentano una delle voci più pesanti, con una spesa indicata in 376,7 milioni di euro.
Farmaci di classe C e peso diretto sui cittadini
Gli psicofarmaci citati rientrano nella fascia C, cioè tra i medicinali non rimborsati dal Servizio sanitario nazionale. Sono quindi a carico del paziente e richiedono prescrizione medica. Questo significa che il loro peso economico ricade direttamente sulle famiglie e sulle persone che li acquistano.
Nel complesso, secondo i dati riportati dall’Osmed, nel 2025 la spesa farmaceutica pubblica avrebbe raggiunto i 28,4 miliardi di euro, mentre il segmento dei farmaci di classe C avrebbe registrato 10,7 miliardi di euro, con un aumento del 7,5% rispetto al 2024. Un incremento che non dipenderebbe soltanto dai maggiori consumi, ma anche dallo spostamento delle prescrizioni verso prodotti più costosi e dall’aumento dei prezzi.
Il confine tra cura e abitudine
La questione centrale non è demonizzare i farmaci. In molti casi possono essere utili, necessari e parte di un percorso terapeutico corretto. Il punto è evitare che diventino una risposta automatica a ogni forma di disagio. Un anziano che si sente solo, spaesato o improvvisamente inutile non ha sempre bisogno soltanto di una prescrizione. Può avere bisogno di ascolto, relazioni, attività, movimento, occasioni di socialità e un nuovo ruolo nella propria comunità.
Il rischio è confondere il silenziamento del sintomo con la soluzione del problema. Se l’ansia nasce da isolamento, mancanza di interessi, perdita di autonomia o paura del futuro, la cura deve guardare anche a questi aspetti. Altrimenti la compressa diventa una scorciatoia, forse comoda nell’immediato, ma poco utile nel lungo periodo.
Una diversa cultura del farmaco
La riflessione dei medici riporta al centro un tema più ampio, la cultura del farmaco in Italia. Bartoletti usa un’immagine molto diretta, sostenendo che troppo spesso le pasticche vengono assunte “come se fossero confetti della prima comunione”. Una provocazione che segnala un’abitudine diffusa, cioè cercare nel medicinale la risposta più rapida anche quando il problema richiederebbe un approccio più complesso.
Cambiare questa cultura significa rafforzare il ruolo del medico di famiglia, informare meglio i pazienti, coinvolgere le famiglie e costruire reti di supporto per gli anziani. Significa anche ricordare che la salute mentale nella terza età non può essere trattata come una questione secondaria. Ansia, solitudine e fragilità emotiva meritano attenzione, ma non sempre la prima risposta deve essere farmacologica.
La solitudine come problema sanitario e sociale
Il tema degli psicofarmaci tra gli anziani non riguarda soltanto la medicina. Riguarda il modo in cui una società accompagna le persone dopo il lavoro, dopo la perdita di relazioni quotidiane, dopo l’uscita da una routine che per decenni ha dato identità e riconoscimento.
Un pensionato senza hobby, senza reti sociali e senza occasioni di partecipazione può diventare più vulnerabile. Non perché sia debole, ma perché il vuoto relazionale ha conseguenze reali sulla salute. Per questo la prevenzione dell’ansia nella terza età passa anche da centri sociali, attività culturali, sport leggero, volontariato, assistenza territoriale e presenza familiare.
Il dato economico racconta una crescita della spesa. Il dato umano racconta qualcosa di più delicato, una generazione di anziani che rischia di trovare nella farmacia una risposta a bisogni che spesso nascono altrove.
20 Agosto 2026
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