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Amatrice dieci anni dopo il terremoto, la ricostruzione avanza ma la comunità cerca ancora il suo futuro

La ricostruzione di Amatrice avanza tra servizi mancanti, attese e il rischio di perdere abitanti e identità locale

Amatrice dieci anni dopo il terremoto, la ricostruzione avanza ma la comunità cerca ancora il suo futuro

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Nel centro ferito di Amatrice tornano strade, cantieri e speranze, ma il futuro dipende dalla forza della comunità

A Amatrice, dieci anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016, il tempo sembra ancora misurarsi con un orologio fermo. Sono le 3.36 sulla torre civica rimasta in piedi, simbolo resistente di una notte che ha cambiato per sempre la vita dell’Appennino centrale. Nel sisma morirono 299 persone tra Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri borghi colpiti dalla scossa.

Oggi, nel cuore del centro storico, una nuova lingua d’asfalto lunga circa seicento metri attraversa Corso Umberto I. Non è ancora una strada restituita alla quotidianità piena, ma è un segno concreto dentro un paesaggio fatto di gru, polvere, impalcature, edifici puntellati e cantieri. Una traccia minima, eppure importante, in una città che prova a ricomporsi pezzo dopo pezzo.

Una ferita collettiva ancora aperta

La memoria del terremoto non appartiene solo alle macerie. È entrata nella vita delle persone, nei ritmi delle famiglie, nelle case provvisorie, nei silenzi di chi è rimasto e nelle partenze di chi non è più tornato. Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice al momento della tragedia, ha descritto questi anni come un lungo lutto collettivo, vissuto da ciascuno con tempi e reazioni differenti.

Dopo l’emergenza, oltre un migliaio di sfollati furono trasferiti nelle Sae, le soluzioni abitative di emergenza. Dovevano essere una risposta temporanea, ma con il passare degli anni sono diventate quartieri veri e propri, con giardini, oggetti davanti agli ingressi, abitudini, relazioni e piccoli segni di normalità. Meno di una parte consistente degli abitanti, però, è rientrata nelle proprie case.

Le case provvisorie diventate quotidianità

Per molti residenti le Sae sono state un riparo necessario, ma anche il simbolo di una provvisorietà troppo lunga. C’è chi aspetta ancora la fine dei lavori, chi teme di rientrare in edifici ricostruiti e chi, nel tempo, ha cercato altrove una nuova stabilità. Per altri, invece, la casa originaria resta un punto fermo da riconquistare.

Tra loro c’è anche Umberto, ottant’anni, che racconta di non vivere male nella sistemazione provvisoria, ma non ha rinunciato all’idea di tornare nella casa acquistata con i risparmi di una vita. La sua attesa assomiglia a quella di molte persone che, più che una struttura abitativa, aspettano di recuperare un pezzo della propria identità.

Un centro storico sospeso tra cantieri e servizi mancanti

Nel centro di Amatrice la vita pubblica procede ancora in spazi temporanei. Alcuni edifici sono tornati agibili, ma molte funzioni essenziali restano legate a container o sedi provvisorie. La nuova sede comunale, la stazione dei carabinieri, gli uffici, le banche e altri servizi attendono ancora una piena ricostruzione.

Sulla strada principale passano motociclisti diretti verso le montagne, qualche automobile e i residenti che attraversano un paese dove il presente convive con i resti del passato. La ricostruzione materiale è visibile, ma non uniforme. Avanza per blocchi, rallenta, riparte, si interrompe. E intanto la comunità deve continuare a vivere.

L’ospedale come possibile segnale di ripartenza

Una delle attese più importanti riguarda il nuovo ospedale, la cui apertura è prevista nel 2027. La struttura, ancora avvolta dalle impalcature, potrebbe diventare un punto di riferimento sanitario per un’area vasta tra Rieti e Ascoli, offrendo servizi non solo ad Amatrice ma anche ai territori montani vicini.

Per molti cittadini, però, il bilancio resta amaro. Sonia Santarelli, presidente del Comitato 3.36, ricorda che in questi anni si sono succeduti diversi commissari per la ricostruzione, mentre i servizi realmente disponibili sono rimasti pochi. La scuola rappresenta un presidio fondamentale, ma non basta a garantire il futuro di un’intera comunità.

Il rischio più grande è perdere la comunità

La questione demografica pesa quanto quella urbanistica. Su 2.323 residenti ufficiali, poco più di un migliaio vive effettivamente ad Amatrice. Le nascite sono pochissime, appena tre o quattro bambini del paese ogni anno. In un territorio già fragile prima del sisma, il terremoto ha accelerato una tendenza che ora rischia di diventare irreversibile.

Ricostruire i muri, dunque, non significa automaticamente ricostruire una città. Servono abitanti, servizi, lavoro, luoghi di incontro, motivi per restare e per tornare. Senza questi elementi, anche gli edifici nuovi rischiano di diventare involucri ordinati dentro un paese svuotato.

Il sindaco e la sfida dei luoghi di aggregazione

L’attuale sindaco Giorgio Cortellesi conosce personalmente il trauma di quella notte. La sua casa crollò e i figli furono ritrovati vivi per miracolo. Oggi cammina tra le strade del centro storico osservando le gru e i cantieri, convinto che Amatrice possa tornare a vivere, anche se i lavori procedono spesso con difficoltà legate alle imprese e ai tempi della ricostruzione.

Il problema, però, non riguarda soltanto gli edifici. Secondo il sindaco, una parte significativa della popolazione è seguita dai servizi di assistenza perché tende a isolarsi e fatica a uscire. Per questo servono spazi capaci di creare relazioni. Il teatro e i piccoli centri commerciali non sono sufficienti a ricostruire una socialità spezzata.

Turismo, ristorazione e identità locale

A tenere viva Amatrice contribuiscono anche i ristoratori e gli operatori del territorio, che guardano al turismo delle seconde case e ai visitatori provenienti da Roma, distante circa due ore d’auto. La gastronomia resta uno dei legami più forti con l’identità del paese, a partire dall’amatriciana, diventata nel tempo un simbolo riconosciuto ben oltre i confini locali.

Giovanni Apa, ristoratore della zona, ricorda l’istituzione della giornata dell’amatriciana, celebrata il 6 marzo, come un modo per riportare attenzione sul territorio. Prima del terremoto le strutture tra ristoranti e alberghi erano 38, oggi sono 29. Il numero racconta una resistenza, ma anche una perdita ancora evidente.

La speranza nei segni più semplici

Davanti alla chiesa di Sant’Agostino, crollata nel sisma, la vita religiosa continua in una sistemazione provvisoria, con un crocifisso ligneo custodito in un container. Don Savino, parroco per diciotto anni ad Amatrice, segue da vicino anche il progetto di Casa Futura, un ex orfanotrofio in ricostruzione destinato a diventare centro polifunzionale.

La sua preoccupazione è chiara: il rischio è che la città possa spegnersi prima ancora di essere ricostruita. Poco distante, due ragazzi suonano per gioco la piccola campana della chiesa improvvisata in giardino, sotto lo sguardo indulgente di Don John. È una scena semplice, quasi fragile, ma dentro Amatrice assume un significato preciso. Finché qualcuno suona una campana, c’è ancora una comunità che prova a farsi sentire.

Luigi Canali


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21 Agosto 2026 © Luigi Canali
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