LinkedIn è nato come spazio professionale, non come una bacheca qualsiasi dove pubblicare frasi motivazionali, commenti automatici e riflessioni tutte uguali. Proprio per questo, la crescita dei contenuti generati o assistiti dall’intelligenza artificiale sta diventando un tema delicato per la piattaforma. Il problema non è soltanto tecnologico, ma riguarda la fiducia, la reputazione e la reale utilità delle conversazioni online.
Negli ultimi mesi il social professionale ha iniziato a intervenire contro quello che viene definito AI slop, cioè contenuti prodotti con l’IA, spesso generici, ripetitivi e poco utili. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, LinkedIn ha introdotto una funzione che permette agli utenti di segnalare post e commenti sospetti attraverso l’opzione “seems like AI slop”.
Una piattaforma professionale sotto pressione
Il fenomeno dei contenuti artificiali non riguarda solo LinkedIn. Anche altri social network stanno affrontando l’aumento di testi, immagini e commenti prodotti con strumenti di intelligenza artificiale. Su LinkedIn, però, il problema pesa di più perché la piattaforma vive sulla credibilità delle informazioni professionali, sulla qualità delle relazioni e sulla fiducia tra utenti, aziende, recruiter e candidati.
Quando un post sembra costruito per ottenere interazioni, ma non aggiunge idee, esperienze o competenze reali, il valore della piattaforma si indebolisce. Il rischio è che un luogo nato per condividere opportunità e conoscenza diventi una sequenza di contenuti ben confezionati ma vuoti, un po’ come quei curriculum pieni di parole importanti che però non spiegano davvero cosa una persona sappia fare.
I numeri che alimentano il dibattito
Secondo un’analisi di Pangram Labs, ripresa dal quotidiano americano, una quota rilevante dei contenuti pubblicati su LinkedIn mostrerebbe segnali compatibili con la generazione artificiale. La società ha indicato che oltre il 40% dei post lunghi analizzati sulla piattaforma sarebbe stato classificato come interamente generato dall’IA. La stessa ricerca ha confrontato LinkedIn con altre piattaforme basate sul testo, rilevando percentuali inferiori su X e Reddit.
Anche Originality.ai, società specializzata nel rilevamento di testi prodotti artificialmente, ha analizzato migliaia di post pubblici su LinkedIn, stimando una presenza molto elevata di contenuti con un uso dell’IA superiore a un livello moderato. LinkedIn, però, contesta questo tipo di rilevazioni, sostenendo che spesso gli strumenti esterni non distinguono in modo adeguato tra contenuti interamente generati dall’intelligenza artificiale e testi semplicemente migliorati con il suo supporto.
Il confine tra aiuto e contenuto vuoto
Il punto più interessante è proprio questo. Usare l’intelligenza artificiale per correggere un testo, renderlo più chiaro o migliorare la forma non significa necessariamente produrre contenuti di bassa qualità. Un professionista può servirsi dell’IA come strumento di supporto, così come usa un correttore grammaticale, un dizionario o un editor.
Il problema nasce quando l’IA sostituisce completamente l’esperienza, il punto di vista e la competenza di chi pubblica. In quel caso il contenuto può apparire elegante, ordinato e persino convincente a una prima lettura, ma dopo poche righe mostra la sua debolezza, non racconta nulla di specifico, non prende posizione, non porta esempi concreti e sembra scritto per piacere all’algoritmo più che alle persone.
I segnali dei post generati dall’intelligenza artificiale
Secondo Dan Roth, caporedattore e vicepresidente dei contenuti di LinkedIn, alcuni indizi ricorrenti rendono riconoscibili molti contenuti artificiali. Tra questi ci sono conclusioni generiche, formattazioni insolite, frasi brevi costruite per sembrare profonde, emoji usate per spingere commenti e condivisioni, e commenti formalmente corretti che però si limitano a riassumere il post originale.
Sono segnali che molti utenti hanno già imparato a riconoscere. Il classico post che parte da una piccola esperienza personale, passa attraverso una lezione di vita e si chiude con una domanda studiata per generare engagement rischia ormai di sembrare più un modello precompilato che una riflessione autentica. E quando tutti usano lo stesso tono, anche le idee migliori finiscono per sembrare prodotte in serie.
LinkedIn riduce gli strumenti che alimentano il problema
Per limitare questa deriva, LinkedIn ha deciso anche di intervenire sui propri strumenti interni. Tra le novità segnalate c’è la graduale eliminazione della funzione “enhance your post”, che permetteva agli utenti di correggere e riscrivere i testi con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. La scelta sarebbe legata sia al basso utilizzo della funzione sia alla volontà di evitare un ulteriore aumento dei contenuti troppo standardizzati.
La piattaforma starebbe inoltre lavorando a un sistema di avviso per gli utenti i cui contenuti vengono segnalati da altri come potenzialmente generati dall’IA. Non si tratta, almeno nelle intenzioni dichiarate, di punire automaticamente chi utilizza strumenti artificiali, ma di contenere la diffusione dei contenuti considerati poco utili o troppo generici.
Spam, commenti automatici e qualità delle conversazioni
LinkedIn afferma di bloccare quotidianamente una grande quantità di commenti spam generati dall’intelligenza artificiale prima ancora della pubblicazione. Secondo le informazioni riportate dal Wall Street Journal, la piattaforma sostiene anche di riuscire a individuare una quota molto alta dei post generici o artificiali, limitandone la distribuzione oltre la rete diretta dell’autore.
Questo passaggio è importante perché il problema non riguarda solo i post principali, ma anche le conversazioni sotto i contenuti. Se i commenti diventano una sequenza di risposte educate, ordinate e inutili, la discussione perde valore. Un commento può essere scritto bene, ma se non aggiunge esperienza, dissenso, approfondimento o una domanda reale, resta soltanto rumore digitale.
Il vero tema è l’utilità per chi legge
LinkedIn sembra voler spostare il dibattito da una domanda tecnica a una domanda editoriale. Non basta chiedersi se un contenuto sia stato scritto dall’IA. È più importante capire se quel contenuto sia utile, se aiuti davvero qualcuno a comprendere meglio un lavoro, una competenza, un mercato o un’opportunità professionale.
In questo senso, l’intelligenza artificiale non è automaticamente il problema. Può diventarlo quando viene usata per moltiplicare testi senz’anima, privi di contesto e costruiti solo per apparire competenti. Al contrario, può essere uno strumento utile quando aiuta una persona a esprimere meglio un’idea propria, senza cancellarne la voce e senza trasformare ogni contenuto in una copia del contenuto precedente.
Una sfida che riguarda anche chi pubblica
La battaglia contro l’AI slop non può essere affidata soltanto agli algoritmi di LinkedIn. Riguarda anche gli utenti, le aziende e i professionisti che ogni giorno scelgono cosa pubblicare. In un ambiente saturo di contenuti artificiali, la differenza potrebbe tornare a farla proprio ciò che l’IA fatica a imitare davvero, l’esperienza concreta, il dubbio, l’errore, il contesto, la competenza maturata sul campo.
Per chi usa LinkedIn in modo professionale, il messaggio è abbastanza chiaro. Scrivere meno, ma scrivere meglio. Pubblicare contenuti più specifici, più verificabili, più aderenti alla realtà. Perché in una piattaforma dove tutti possono sembrare esperti grazie a un testo ben generato, l’autenticità potrebbe diventare il vero vantaggio competitivo.
10 Agosto 2026
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