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Quando la famiglia resta sola, il disagio dei figli e la crisi della coppia parlano la stessa lingua

Disagio giovanile e crisi della coppia raccontano lo stesso peso sociale, tra performance, colpa e solitudine familiare

Quando la famiglia resta sola, il disagio dei figli e la crisi della coppia parlano la stessa lingua

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Cristina Berrettini legge ritiro sociale e coppie esauste come sintomi di una cultura che chiede troppo ai legami

Una porta chiusa, una relazione che si consuma, un figlio che smette di uscire, due adulti che non riescono più a riconoscersi. Spesso leggiamo queste situazioni come problemi separati, da una parte il disagio giovanile, dall’altra la crisi della coppia. Ma forse il punto è proprio questo, continuiamo a separare ciò che nasce dallo stesso terreno.

Per Cristina Berrettini, antropologa e consulente familiare, molte sofferenze che entrano oggi nelle case non possono essere comprese solo guardando alla singola persona. Dietro un ragazzo che si ritira e dietro una coppia che cede può esserci lo stesso nodo culturale, una società che ha caricato sulle relazioni private un peso che un tempo veniva distribuito tra comunità, famiglie allargate, riti collettivi e reti sociali.

La casa come ultimo luogo su cui cade tutto il peso

La famiglia contemporanea è spesso raccontata come spazio di protezione, intimità e cura. Ed è vero, almeno in parte. Ma proprio perché molte strutture collettive si sono indebolite, la casa è diventata anche il luogo in cui finiscono tensioni, aspettative e paure che prima trovavano altri contenitori.

Il problema non è soltanto la fragilità di una coppia o la difficoltà di un adolescente. Il problema è che alla coppia, ai genitori e ai figli viene chiesto di reggere quasi tutto, il successo personale, la stabilità emotiva, la riuscita scolastica, l’identità, il futuro, la paura di fallire. Quando il peso diventa eccessivo, qualcuno si spezza, qualcuno si spegne, qualcuno semplicemente sparisce.

Il successo obbligatorio entra nelle relazioni

Viviamo in una cultura che parla continuamente di merito, crescita, risultato e realizzazione personale. In teoria sembra una promessa positiva, ognuno può costruire il proprio destino. In pratica, però, questa promessa produce anche un rovescio più duro, se non riesci, la colpa è tua.

Il pensiero di Alain de Botton, in Status Anxiety, aiuta a leggere questa trasformazione. In una società che misura il valore attraverso la riuscita, il fallimento non viene più considerato anche come effetto del caso, del limite umano, delle condizioni di partenza o degli eventi della vita. Diventa una macchia personale. Questa logica non resta fuori dalle relazioni, entra nelle case e cambia il modo in cui adulti e ragazzi guardano se stessi.

Quando l’ansia dei genitori diventa il clima dei figli

Un genitore può amare profondamente un figlio e, nello stesso tempo, trasmettergli ansia. Non perché voglia farlo. Non perché sia incapace di amare. Ma perché vive dentro la stessa pressione che poi, inevitabilmente, passa nei gesti, nelle parole, nelle aspettative e perfino nei silenzi.

Nel pensiero di Donald Winnicott torna una domanda decisiva per ogni bambino, sono amato anche quando fallisco?. Oggi questa domanda sembra diventare più difficile da sostenere. Il figlio può percepire che l’errore non è solo un errore, ma un segnale di inadeguatezza. E quando la casa diventa il luogo in cui si deve riuscire comunque, anche l’amore rischia di essere attraversato dalla paura di deludere.

I ragazzi che spariscono non sempre stanno solo fuggendo

Il ritiro sociale degli adolescenti viene spesso interpretato come fragilità, chiusura, incapacità di affrontare il mondo. In molti casi può esserlo. Ma fermarsi a questa lettura rischia di essere troppo semplice. Alcuni ragazzi non si ritirano perché non capiscono il mondo, ma perché lo capiscono fin troppo bene.

Quando la scena sociale diventa uno spazio in cui bisogna mostrarsi, vincere, funzionare, essere visibili e dimostrare continuamente valore, sparire può diventare una forma estrema di difesa. Massimo Recalcati ha parlato di ragazzi che escono dalla scena, che scelgono l’invisibilità rispetto a un mondo percepito come insostenibile. Non è sempre una resa. A volte è l’unica risposta disponibile davanti a una richiesta impossibile.

La coppia caricata di troppe promesse

Lo stesso sovraccarico attraversa la coppia. Un tempo il matrimonio era anche un’alleanza economica, familiare e sociale. Poi è diventato sempre più un legame affettivo. Oggi, come ha osservato Esther Perel, alla relazione viene chiesto qualcosa di ancora più impegnativo, diventare il luogo in cui trovare identità, desiderio, stabilità, riconoscimento, complicità, ascolto, cura e progetto di vita.

È un’attesa enorme. Una sola persona dovrebbe essere amante, amico, sostegno psicologico, conferma del valore personale, compagno di crescita e rifugio emotivo. Nessuna relazione può sostenere da sola un carico così ampio senza reti attorno. Quando queste reti mancano, anche una coppia che si ama può arrivare allo sfinimento.

Non tutte le coppie finiscono perché manca l’amore

Una delle idee più importanti da recuperare è che non tutte le relazioni crollano per assenza di amore. Alcune finiscono perché sono state lasciate sole troppo a lungo. L’amore può esserci ancora, ma non bastare più a compensare la fatica, la pressione quotidiana, le aspettative reciproche e il bisogno di essere salvati dall’altro.

In molte coppie la crisi nasce da un esaurimento lento. Non c’è necessariamente un grande tradimento, un evento definitivo, una frattura spettacolare. C’è piuttosto una somma di richieste implicite, di stanchezze non nominate, di fallimenti percepiti come colpe. A un certo punto non ci si chiede più che cosa stia accadendo alla relazione, ma chi abbia sbagliato. E da lì il dialogo diventa più difficile.

Adulti e ragazzi che si scusano per come stanno

C’è un elemento che accomuna molte storie di adulti e adolescenti, la tendenza a chiedere scusa per il proprio dolore. Gli adulti si scusano perché la coppia non ha funzionato. I ragazzi si scusano perché non riescono a stare bene. Come se la sofferenza dovesse essere presentata con una giustificazione, quasi fosse una mancanza personale.

Qui lo sguardo antropologico di Cristina Berrettini diventa rilevante. Prima di chiedere che cosa non funzioni in una persona, occorre chiedersi dentro quale sistema quella persona stia vivendo. Questo non significa eliminare la responsabilità individuale, ma evitare di trasformare ogni difficoltà in una colpa privata. A volte il dolore è personale nella forma, ma collettivo nelle cause.

Perché separare i problemi non aiuta a risolverli

Continuiamo ad avere linguaggi separati. Da una parte il disagio giovanile, dall’altra la crisi della coppia. Da una parte gli interventi sugli adolescenti, dall’altra quelli sulla famiglia. Da una parte la salute mentale, dall’altra le relazioni affettive. Questa divisione è comoda, perché permette di ordinare i problemi in categorie più semplici.

Ma se il filo che unisce questi fenomeni è una cultura della prestazione, allora dividerli rischia di far perdere il quadro generale. Il ragazzo che si chiude in camera e la coppia che non riesce più a parlarsi possono essere due segnali dello stesso sovraccarico. Non due fallimenti separati, ma due effetti di una società che ha ridotto gli spazi di sostegno e ha aumentato le richieste rivolte ai singoli.

La fragilità individuale non basta come spiegazione

Dire che le persone siano diventate più fragili è una formula rapida, ma insufficiente. Forse il punto non è che adulti e ragazzi siano meno forti di prima. Forse il punto è che sono rimasti più soli davanti a passaggi che nessuno dovrebbe attraversare senza appoggi.

Le comunità, i riti, le famiglie allargate, i luoghi di confronto e le appartenenze collettive non erano perfetti e non vanno idealizzati. Ma avevano una funzione, distribuivano il peso. Accompagnavano le persone nei momenti di soglia, crescita, lutto, separazione, nascita, fallimento, ricomposizione. Quando questi sostegni si indeboliscono, la famiglia nucleare resta esposta a una pressione enorme.

Servono comunità, non solo soluzioni private

Se il problema è strutturale, non può avere solo una risposta individuale. Non basta chiedere ai genitori di essere più consapevoli, alle coppie di comunicare meglio, agli adolescenti di reagire. Tutto questo può essere utile, ma non è sufficiente se il contesto continua a produrre la stessa pressione.

La risposta passa anche dalla ricostruzione di reti, luoghi, riti e forme di comunità. Non riti come ornamento culturale, ma come strumenti capaci di accompagnare le persone nei passaggi difficili senza chiedere loro di dimostrare valore. Una società più sana non elimina il dolore, ma evita di lasciare ciascuno solo davanti al proprio dolore.

Ripartire da uno sguardo meno colpevolizzante

Il primo passo è cambiare sguardo. Un figlio che si ritira non è automaticamente un ragazzo debole. Una coppia che crolla non è necessariamente una coppia senza amore. Un genitore stanco non è per forza un genitore sbagliato. In molti casi, queste storie raccontano l’incontro tra fragilità personali e pressioni sociali molto più grandi.

Riconoscere questa complessità non significa assolvere tutto. Significa, però, smettere di ridurre ogni sofferenza a una responsabilità privata. Forse da qui può cominciare una ricostruzione più onesta, meno giudicante e più utile, per i figli, per le coppie e per le famiglie che cercano di restare in piedi dentro un tempo che chiede moltissimo e sostiene troppo poco.


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11 Giugno 2026
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