A trent’anni dalla scomparsa, ricordare Luciano Lama significa tornare a una stagione della storia italiana in cui il lavoro non era soltanto una questione economica, ma un terreno decisivo di democrazia, diritti e partecipazione civile. Nato a Gambettola il 14 ottobre 1921 e morto a Roma il 31 maggio 1996, Lama è stato sindacalista, politico e partigiano, ma soprattutto una delle figure più riconoscibili del movimento dei lavoratori nel secondo Novecento italiano.
Segretario generale della CGIL dal 1970 al 1986, poi vicepresidente del Senato dal 1987 al 1994 durante la presidenza di Giovanni Spadolini, Luciano Lama attraversò alcuni dei passaggi più difficili della Repubblica. Lo fece con uno stile sobrio, spesso duro, mai incline alla retorica facile. Il suo nome resta legato a un’idea di sindacato capace di stare dentro il conflitto sociale, ma anche dentro le responsabilità del Paese.
Dalla Resistenza alla rappresentanza dei lavoratori
La biografia di Luciano Lama non può essere separata dalla storia italiana del Novecento. La sua esperienza di partigiano contribuì a formare una visione della politica e del sindacato legata alla libertà, alla giustizia sociale e alla difesa delle istituzioni democratiche.
Per una generazione cresciuta tra fascismo, guerra e ricostruzione, il lavoro rappresentava molto più di un salario. Era il punto da cui ripartire per costruire cittadinanza, dignità e futuro. Lama portò questa consapevolezza dentro il suo percorso sindacale, interpretando la rappresentanza non come semplice difesa di categoria, ma come parte di un progetto più ampio di emancipazione sociale.
Gli anni alla guida della CGIL
Quando nel 1970 assunse la guida della CGIL, l’Italia era attraversata da tensioni profonde. Le lotte operaie, le trasformazioni industriali, le rivendicazioni salariali, la crescita dei diritti sociali e il confronto politico rendevano il sindacato uno dei protagonisti centrali della vita pubblica.
Luciano Lama guidò la confederazione in anni complessi, segnati da grandi mobilitazioni ma anche da crisi economiche, inflazione, terrorismo e cambiamenti nel mondo produttivo. La sua segreteria non fu una stagione lineare. Fu piuttosto un lungo attraversamento del conflitto, in cui il sindacato cercò di difendere i lavoratori senza perdere il rapporto con la tenuta generale del Paese.
Un sindacalista dentro la storia della Repubblica
Lama apparteneva a una generazione di dirigenti per cui la politica non era comunicazione permanente, ma organizzazione, studio, assemblee, mediazione e responsabilità. Il suo linguaggio poteva apparire severo, a tratti spigoloso, ma rifletteva un’idea precisa del ruolo pubblico del sindacato.
Per lui la rappresentanza dei lavoratori non doveva ridursi alla protesta, né dissolversi nella gestione burocratica. Doveva restare capace di contrattare, di opporsi, di proporre e, quando necessario, di assumersi il peso di scelte difficili. In questo equilibrio, spesso instabile, si riconosce una parte importante della sua eredità politica e sindacale.
Il confronto con un Paese che cambiava
Gli anni Settanta e Ottanta furono un laboratorio sociale durissimo. L’Italia industriale cambiava volto, le fabbriche non erano più soltanto luoghi di produzione, ma anche spazi di conflitto culturale e politico. Il sindacato doveva misurarsi con nuove domande, nuove paure e nuove fratture.
Luciano Lama comprese che il mondo del lavoro non era immobile. Difendere i diritti significava anche leggere le trasformazioni dell’economia, evitare semplificazioni e tenere insieme lavoratori occupati, giovani, pensionati e categorie più fragili. Non sempre le sue posizioni furono accolte senza critiche, ma proprio quelle tensioni raccontano il peso reale del suo ruolo nella storia repubblicana.
La stagione istituzionale al Senato
Dopo la lunga esperienza alla guida della CGIL, Luciano Lama portò il suo profilo pubblico anche nelle istituzioni. Dal 1987 al 1994 fu vicepresidente del Senato sotto la presidenza di Giovanni Spadolini, confermando un percorso che univa cultura sindacale e senso dello Stato.
Quella fase rappresentò un passaggio naturale per una figura che aveva sempre interpretato il sindacato come parte della democrazia costituzionale. Lama non fu soltanto un uomo del conflitto sociale, ma anche un uomo delle istituzioni. Una combinazione oggi meno frequente, ma essenziale per capire la sua idea di partecipazione pubblica.
Un’eredità ancora attuale
A trent’anni dalla morte, il ricordo di Luciano Lama non riguarda solo la memoria storica della CGIL o della sinistra italiana. Riguarda il modo in cui una democrazia decide di guardare al lavoro, alla rappresentanza e alla dignità delle persone.
In un tempo in cui il lavoro è spesso frammentato, intermittente, digitale, precario o invisibile, la sua figura invita a tornare a una domanda semplice e scomoda, chi rappresenta davvero chi lavora? Lama visse in un’altra epoca, ma il nodo resta aperto. Senza rappresentanza, il lavoro rischia di diventare solo prestazione. Senza dignità, rischia di perdere il suo valore sociale.
Il valore del ricordo
Ricordare Luciano Lama non significa trasformarlo in un monumento immobile. Significa riconoscere la forza e anche la complessità di una figura che attraversò decenni decisivi, portando con sé una visione del sindacato come strumento di tutela, partecipazione e responsabilità collettiva.
Il suo nome resta legato a un’Italia che discuteva duramente, che si divideva, che scioperava, che cercava compromessi e che provava a costruire futuro attraverso il lavoro. Trent’anni dopo, quella lezione non appartiene soltanto agli archivi. Continua a parlare a un Paese che ha ancora bisogno di dare voce a chi lavora, a chi cerca lavoro e a chi teme di non averne più uno.
Luigi Canali
08 Giugno 2026 © Luigi Canali
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