Mentre il Parlamento rimanda, le persone decidono. È questa la distanza, difficile da colmare, che emerge dalla giornata in cui il Senato ha votato per rinviare nuovamente in commissione il disegno di legge sul fine vita. Un voto atteso dai sostenitori della norma con speranza, archiviato dalla maggioranza come necessità tecnica, vissuto dalle opposizioni come uno schiaffo. E intanto Lucia, una donna di Trieste, partiva per la Svizzera.
Il rinvio che non sorprende, ma che indigna
L’approdo in Aula a Palazzo Madama sembrava cosa fatta. La conferenza dei capigruppo aveva votato all’unanimità per calendarizzare il testo. Poi il colpo di scena: la maggioranza di centrodestra ha presentato una richiesta di sospensiva, approvata con 88 voti favorevoli e 59 contrari. Il ddl torna in commissione. Per le opposizioni è la conferma di una strategia dilatoria; per la maggioranza, una scelta di responsabilità. La distanza tra le due letture è, come spesso accade su questo tema, incolmabile.
Il nodo tecnico: i dispositivi per l’autosomministrazione
Al centro del rinvio c’è una questione concreta, non solo politica. Le commissioni Affari sociali e Giustizia del Senato stavano ascoltando le audizioni tecniche, tra cui quella dell’Istituto Superiore di Sanità. Dal Centro Nazionale delle Ricerche è arrivata una risposta scritta firmata dal presidente Andrea Lenzi: allo stato attuale non esistono dispositivi regolarmente autorizzati e idonei all’autosomministrazione del farmaco letale da parte di persone immobilizzate o impossibilitate a farlo autonomamente. Un vuoto tecnico che, per chi vuole rallentare la legge, diventa un argomento giuridico. Per chi la vuole approvare, è un problema risolvibile in sede normativa.
Forza Italia e FdI: non è tattica, è approfondimento
La presidente dei senatori di Forza Italia, Stefania Craxi, ha respinto l’accusa di ostruzionismo: il ritorno in commissione non sarebbe una manovra dilatoria, ma la volontà di affrontare con serietà una materia che riguarda "la persona, la sua libertà, la sua dignità". Sulla stessa linea Ignazio Zullo, co-relatore della legge e capogruppo FdI in commissione Sanità, che ha parlato dell’obiettivo di arrivare a una proposta "quanto più condivisa possibile, evitando velleità ideologiche". Parole che suonano ragionevoli in astratto, ma che le opposizioni leggono come un modo per non decidere.
Le opposizioni: un tradimento per chi soffre
Il centrosinistra ha risposto con una nota congiunta dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, che hanno ricordato come il ddl Bazoli - firmato da tutte le opposizioni - rappresentasse "un punto di equilibrio serio tra autodeterminazione della persona, responsabilità pubblica e tutela della dignità umana". Per i dem il voto di oggi è "un tradimento per chi soffre". Mariolina Castellone del Movimento 5 Stelle ha sottolineato l’amarezza di un rinvio su un tema in cui "le persone che soffrono di tempo non ne hanno". Riccardo Magi di Più Europa ha usato toni ancora più duri, parlando della destra italiana come di una "retroguardia umana e legislativa" rispetto al resto d’Europa. Elly Schlein, segretaria del Pd, ha definito la decisione "vergognosa", richiamando proprio il caso di Lucia.
Lucia e i tanti che non aspettano il Parlamento
Il caso di Lucia, la donna di Trieste che il giorno del voto partiva per la Svizzera per ottenere quello che in Italia non le è consentito, non è un’eccezione: è il simbolo di una condizione strutturale. Chi ha i mezzi economici e la forza fisica per viaggiare può scegliere. Chi non ce l’ha, no. È su questa disparità di fatto - prima ancora che sul merito della legge - che il dibattito politico fatica a misurarsi con onestà.
Il tema del fine vita è uno di quelli in cui le convinzioni etiche, religiose e politiche si mescolano in modo inestricabile, e in cui la buona fede può esistere su tutti i fronti. Ma il tempo che passa in commissione non è neutro: per alcune persone, è semplicemente il tempo che non hanno.
05 Giugno 2026
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