La chiusura dello Stretto di Hormuz può trasformare il costo dei fertilizzanti in una nuova pressione sui prezzi alimentari globali.
La crisi energetica non resta mai confinata all’energia. Quando una rotta strategica come lo Stretto di Hormuz entra in tensione, gli effetti possono arrivare molto più lontano delle petroliere e del prezzo del gas. Possono raggiungere i campi agricoli, le decisioni sulle semine, i costi dei fertilizzanti e, alla fine, il carrello della spesa.
Il nuovo allarme lanciato da Fao e Unione Europea riguarda proprio questo passaggio delicato: una crisi logistica ed energetica potrebbe trasformarsi, nel giro di pochi mesi, in una crisi alimentare globale. Non perché manchi immediatamente il cibo, ma perché produrlo potrebbe diventare più costoso, più difficile e meno prevedibile.
Dallo shock energetico al rischio alimentare
Secondo la Fao, una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe avere conseguenze pesanti sul mercato alimentare internazionale entro un periodo stimato tra sei e dodici mesi. Il punto critico non riguarda soltanto il trasporto di energia, ma l’intera catena che collega combustibili, fertilizzanti, produzione agricola e prezzi finali.
L’organizzazione delle Nazioni Unite invita i governi ad agire prima che la situazione diventi più difficile da controllare. Tra le misure indicate ci sono la ricerca di rotte commerciali alternative, il contenimento delle restrizioni alle esportazioni, la protezione dei flussi umanitari e la creazione di riserve capaci di assorbire l’aumento dei costi di trasporto.
La finestra per intervenire si sta restringendo
Il messaggio della Fao è piuttosto chiaro: le decisioni prese oggi possono determinare lo scenario dei prossimi raccolti. Agricoltori e governi devono scegliere ora come gestire l’uso dei fertilizzanti, le importazioni, i finanziamenti e le misure di sostegno alla produzione agricola.
Il capo economista della Fao, Maximo Torero, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare la capacità dei Paesi di assorbire gli shock esterni. In altre parole, non basta reagire quando i prezzi sono già saliti. Serve costruire una maggiore resilienza prima che il collo di bottiglia commerciale produca effetti difficili da contenere.
Il nodo dei fertilizzanti nella strategia europea
La Commissione europea si muove nella stessa direzione, ma il suo nuovo Piano fertilizzanti non ha convinto pienamente il mondo agricolo. Le principali organizzazioni del settore, tra cui Confagricoltura, Coldiretti e Cia, hanno giudicato le misure insufficienti rispetto all’urgenza della crisi.
Il problema non è nuovo. L’agricoltura europea aveva già affrontato forti difficoltà nell’approvvigionamento dei fertilizzanti dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022. Le tensioni legate all’Iran e allo Stretto di Hormuz aggiungono ora un ulteriore elemento di instabilità a un mercato che non è mai davvero tornato alla normalità.
Prezzi ancora alti e accessibilità in calo
Il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen, ha spiegato al Parlamento europeo che i fertilizzanti sono materie prime globali, anche quando la dipendenza diretta dell’Europa da una specifica area geografica appare limitata. Questo significa che una crisi in una regione strategica può comunque influenzare i prezzi in tutto il mondo.
I fertilizzanti azotati risultano circa il 70% più costosi rispetto alla media del 2024 e restano ben al di sopra dei livelli precedenti alla pandemia. Secondo i dati richiamati da Eurostat, nel quarto trimestre del 2025 il prezzo medio di fertilizzanti e ammendanti del suolo nell’Unione Europea è cresciuto dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con aumenti registrati in 24 Paesi su 27.
Le scelte degli agricoltori possono cambiare i raccolti
Nel breve periodo non sembrano emergere problemi immediati di disponibilità. La vera preoccupazione riguarda però le decisioni che gli agricoltori stanno per prendere per le prossime semine. Se i fertilizzanti diventano troppo costosi, molte aziende agricole potrebbero orientarsi verso colture che ne richiedono un impiego minore.
Questa scelta, comprensibile dal punto di vista economico, potrebbe però modificare la composizione dei raccolti futuri. Il consumatore finale potrebbe non accorgersene subito, ma nel medio periodo una variazione delle colture disponibili può incidere sull’offerta, sui prezzi e sull’equilibrio di alcune filiere alimentari.
Il dibattito sul Cbam divide Bruxelles e agricoltori
Tra le richieste delle organizzazioni agricole c’è la sospensione del Cbam, il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, applicato anche ai fertilizzanti prodotti in Paesi con politiche climatiche meno stringenti. Per gli agricoltori, sospendere questo dazio climatico potrebbe alleggerire subito una parte dei costi.
La Commissione, però, non considera questa strada la soluzione migliore. Per Christophe Hansen, bloccare il Cbam rischierebbe di indebolire una politica pensata per accompagnare la transizione ecologica europea. Qui emerge il nodo politico della questione: come conciliare sostenibilità ambientale, competitività agricola e sicurezza alimentare quando i costi aumentano rapidamente?
Digestato e alternative europee ai fertilizzanti minerali
Una misura accolta con maggiore favore riguarda il digestato, cioè il materiale residuo della fermentazione anaerobica negli impianti di biogas. Ricco di nutrienti come azoto, fosforo e potassio, può rappresentare una risorsa utile per ridurre almeno in parte la dipendenza dai fertilizzanti minerali tradizionali.
Nel lungo periodo, la Commissione punta anche su fertilizzanti organici, soluzioni bio-based, biomassa di alghe, ammendanti del suolo, biostimolanti, soluzioni microbiche e recupero di azoto e fosforo dai fanghi di depurazione. Sono direzioni interessanti, ma richiedono tempo, investimenti, regole chiare e una capacità produttiva adeguata alla scala del problema.
La sfida agricola è soprattutto una corsa contro il tempo
Il punto centrale è che l’agricoltura non segue i tempi della politica né quelli delle conferenze stampa. Le semine, i raccolti, i cicli produttivi e la disponibilità di fertilizzanti hanno calendari precisi. Se una decisione arriva troppo tardi, può essere corretta sul piano teorico ma inutile sul piano pratico.
Per questo la crisi dei fertilizzanti non può essere considerata una semplice questione tecnica o commerciale. È un indicatore della fragilità delle filiere globali. Quando energia, logistica, agricoltura e clima si intrecciano, il rischio è che un problema nato in mare arrivi fino ai campi e poi sugli scaffali dei supermercati.
Il rischio di una crisi alimentare globale
Il vero pericolo non è soltanto l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti, ma l’effetto domino che potrebbe seguire. Se produrre diventa più costoso, alcuni agricoltori riducono gli investimenti. Se gli investimenti diminuiscono, i raccolti possono calare. Se l’offerta si restringe, i prezzi alimentari possono salire, colpendo soprattutto le famiglie e i Paesi più vulnerabili.
Per evitare questo scenario, servono interventi rapidi e coordinati. Rotte alternative, riserve strategiche, sostegno finanziario, uso efficiente dei fertilizzanti e sviluppo di alternative europee non sono misure separate, ma parti della stessa risposta. La domanda è se l’Europa e la comunità internazionale riusciranno a muoversi in tempo, prima che l’allarme diventi emergenza.
21 Maggio 2026
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