Le relazioni tra Cuba e Stati Uniti tornano a irrigidirsi in un clima già segnato da diffidenza, embargo e tensioni mai davvero superate. A riaccendere lo scontro sono state alcune dichiarazioni di Donald Trump, pronunciate in Florida, insieme a un nuovo pacchetto di sanzioni che secondo il governo cubano colpisce l’intera popolazione più che i vertici del potere.
Le parole di Trump riaprono uno scontro storico
Nel corso di una cena privata del Forum Club a West Palm Beach, in Florida, Trump ha usato toni molto duri nei confronti dell’isola caraibica. Il presidente statunitense ha sostenuto di voler “prendere il controllo” di Cuba in tempi rapidissimi, aggiungendo che prima concluderà un’altra operazione riferita all’Iran. Parole che hanno subito riacceso il confronto politico e diplomatico tra due Paesi separati da appena 145 chilometri di mare ma divisi da decenni di ostilità.
Le nuove sanzioni colpiscono settori chiave
Il nuovo ordine esecutivo firmato da Trump amplia la pressione economica sull’isola e prende di mira persone considerate attive in comparti ritenuti strategici per l’economia cubana. Tra i settori indicati figurano energia, difesa, metalli, attività minerarie, servizi finanziari e sicurezza. Il provvedimento include anche funzionari accusati dagli Stati Uniti di violazioni dei diritti umani o di episodi di corruzione. In sostanza, Washington prova a stringere ulteriormente il cerchio attorno alle strutture pubbliche e statali dell’economia cubana.
Per L’Avana è una misura illegale e abusiva
La risposta del governo cubano non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha definito le nuove misure coercitive unilaterali una forma di punizione collettiva contro il popolo cubano. In un messaggio pubblicato su X ha respinto con fermezza l’iniziativa americana, parlando di decisioni che mostrano ancora una volta la volontà di colpire l’intera società dell’isola. Nella versione in spagnolo della sua dichiarazione, il ministro ha usato parole ancora più nette, descrivendo le sanzioni come illegali e abusive.
Una crisi economica già pesantissima
Le nuove restrizioni arrivano in un momento in cui Cuba sta già attraversando una fase molto difficile. La stagnazione economica si è aggravata negli ultimi mesi, anche per effetto delle limitazioni sulle forniture di carburante. La scarsità di beni essenziali, i blackout e le difficoltà nella vita quotidiana sono diventati elementi sempre più frequenti. A peggiorare il quadro c’è anche il crollo del turismo, per anni uno dei motori principali dell’economia cubana. In questo contesto, ogni nuova stretta esterna rischia di avere conseguenze che vanno oltre la dimensione politica.
Il primo maggio diventa una prova di forza simbolica
Le sanzioni sono entrate in vigore proprio durante le celebrazioni del primo maggio, trasformando la giornata in una manifestazione dal forte valore politico. All’Avana, una grande folla ha marciato verso l’ambasciata statunitense scandendo lo slogan “Difendere la Patria”. Alla testa del corteo c’erano il presidente Miguel Diaz-Canel e Raul Castro, figura storica della rivoluzione. Il giorno precedente, Diaz-Canel aveva invitato la popolazione a mobilitarsi contro quello che ha definito il blocco genocida e contro le minacce imperiali rivolte al Paese.
Le firme per la pace e i dubbi dell’opposizione
Durante il raduno, le autorità cubane hanno annunciato di aver raccolto oltre sei milioni di firme per la patria e per la pace nelle sei settimane precedenti. Il dato è stato presentato come una dimostrazione di compattezza nazionale di fronte alla pressione americana. Tuttavia, le opposizioni hanno sollevato dubbi sulle modalità con cui queste adesioni sarebbero state ottenute, mettendo in discussione la spontaneità e la reale trasparenza della raccolta. Intanto la televisione di Stato ha mostrato immagini di altre mobilitazioni in diverse città del Paese.
Dialogo fragile e tensione sempre pronta a riemergere
L’aspetto più significativo di questa nuova fase è forse il contrasto con i timidi segnali di dialogo emersi solo poco tempo fa. In aprile, infatti, funzionari statunitensi avevano visitato l’isola per alcuni colloqui, facendo pensare a una possibile riapertura almeno sul piano diplomatico. Le nuove misure, però, sembrano aver riportato tutto indietro, confermando quanto il rapporto tra Washington e L’Avana resti fragile, intermittente e facilmente esposto a nuove escalation. Quando la politica sceglie il linguaggio della minaccia, a pagare il prezzo più alto è quasi sempre la popolazione.
04 Maggio 2026
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