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Come cambia il modo di informarsi e guardare contenuti in Italia

Dai giornali alla rete, i dati raccontano un secolo di trasformazioni nei consumi culturali italiani

Come cambia il modo di informarsi e guardare contenuti in Italia

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Lo streaming e Internet cambiano il modo in cui gli italiani si informano e consumano contenuti culturali

L’Italia sta vivendo da anni una trasformazione silenziosa ma profonda nel modo di informarsi e di trascorrere il tempo libero. La diffusione delle piattaforme digitali, dello streaming e dei contenuti disponibili in qualsiasi momento ha modificato abitudini che per decenni erano sembrate stabili. La televisione generalista, la radio e i quotidiani non sono più gli unici riferimenti dell’informazione e dell’intrattenimento, mentre Internet occupa uno spazio sempre più centrale nella vita quotidiana.

Un nuovo equilibrio tra schermo, rete e contenuti

Le piattaforme e i servizi di streaming hanno introdotto un modello basato sulla fruizione on demand, cambiando il rapporto tra pubblico e contenuti. Non è più il palinsesto a imporre tempi e modalità della visione, ma è il singolo utente a scegliere cosa vedere e quando farlo. Questo passaggio ha inciso in modo diretto sul modello della tv generalista, che per lungo tempo aveva rappresentato il centro del consumo audiovisivo in Italia.

I numeri delle piattaforme nel panorama italiano

Secondo i dati richiamati nello studio, nel terzo trimestre del 2025 gli utenti unici delle piattaforme di video on demand a pagamento erano pari a 15,7 milioni, mentre quelli delle piattaforme gratuite arrivavano a circa 38 milioni. Si tratta di numeri che mostrano con chiarezza quanto la visione digitale sia diventata parte integrante della quotidianità. Il pubblico si distribuisce ormai tra offerte diverse, spesso complementari, che rispondono a esigenze di intrattenimento più flessibili e personalizzate.

Internet cresce anche come porta d’ingresso all’informazione

Accanto alla trasformazione del video, cambia anche il modo in cui gli italiani cercano notizie e approfondimenti. Nel 2025, pur collocandosi ancora all’ultimo posto tra i Paesi europei, l’Italia registrava un dato significativo, oltre la metà della popolazione tra i 16 e i 74 anni utilizzava Internet per accedere a siti di informazione e giornali. Il dato appare ancora più rilevante se confrontato con il 2013, perché segna una crescita del 15% e conferma che la rete è diventata uno spazio sempre più importante anche per leggere, capire e seguire l’attualità.

Lo studio Istat racconta un secolo di consumi culturali

A fotografare questa evoluzione è la quarta pubblicazione di StorieDiDati, intitolata Tra cultura e svago, un viaggio lungo un secolo, presentata durante l’Istat talk dedicato a libri, letture, musei, cinema e teatro. L’indagine non si limita a osservare il presente, ma segue l’evoluzione dei comportamenti culturali degli italiani attraverso i decenni, offrendo una prospettiva ampia sui mutamenti che hanno coinvolto informazione, svago e mezzi di comunicazione.

Gli anni Novanta, il punto più alto dei media tradizionali

Nel percorso ricostruito dallo studio, gli anni Novanta emergono come il momento di massima diffusione dei media tradizionali. In quel periodo quasi il 40% della popolazione ascoltava regolarmente la radio, mentre i lettori di giornali erano cresciuti in modo costante tra il 1965 e il 1994, passando dal 31,6% al 64,6% delle persone di almeno 11 anni. Era una fase in cui i mezzi classici dell’informazione e dell’intrattenimento mantenevano ancora una forte centralità, sia sul piano culturale sia su quello sociale.

Il lento arretramento di tv, radio e quotidiani

Nel trentennio successivo il quadro cambia progressivamente. I fruitori abituali delle fonti tradizionali iniziano a diminuire in modo costante. Gli spettatori regolari della televisione scendono sotto il 70%, gli ascoltatori della radio sotto il 30%, mentre i lettori di quotidiani conoscono una contrazione ancora più evidente, soprattutto negli ultimi quindici anni, fino a fermarsi al 26% nel 2025. Non si tratta di un semplice calo quantitativo, ma del segnale di una riorganizzazione complessiva del tempo, delle abitudini e delle modalità con cui si accede ai contenuti.

La dimensione digitale come fattore decisivo

Alla base di questa trasformazione c’è soprattutto l’espansione del digitale, che ha cambiato sia l’intrattenimento sia l’informazione. Tra il 2001 e il 2025 gli utenti regolari di Internet passano dal 20% a circa l’80% della popolazione di 6 anni e più. È una crescita che aiuta a capire perché i media tradizionali abbiano perso terreno. Non significa che siano scomparsi, ma che oggi convivono con un ecosistema molto più ampio, veloce e frammentato, nel quale il pubblico si muove tra schermi, piattaforme, siti e contenuti accessibili in qualsiasi momento.

Non solo tecnologia, cambia il rapporto con il tempo libero

Il dato più interessante, forse, è che questo passaggio non riguarda soltanto gli strumenti, ma il modo stesso in cui gli italiani organizzano il proprio tempo libero e costruiscono il proprio rapporto con la cultura. La possibilità di scegliere, interrompere, riprendere, confrontare e cercare contenuti in autonomia ha modificato abitudini consolidate. L’informazione e lo svago non seguono più un ritmo unico e collettivo, ma si adattano sempre di più ai tempi individuali. È in questo slittamento che si misura il cambiamento più profondo raccontato dallo studio.


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24 Aprile 2026
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