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La pena di morte non rende giustizia

La legge sulla pena di morte in Israele riapre il confronto tra sicurezza, diritti umani e rischio di trasformare la giustizia in vendetta

La pena di morte non rende giustizia

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La scelta della Knesset divide politica e opinione pubblica, riportando al centro il tema della pena capitale contro il terrorismo

La scelta di introdurre la pena di morte per atti di terrorismo in Israele riporta al centro una delle questioni più controverse del diritto contemporaneo. La decisione approvata dalla Knesset in lettura finale apre infatti a una risposta estrema dello Stato, trasformando la punizione in un terreno dove il confine tra giustizia, vendetta e messaggio politico rischia di diventare sempre più sottile.

Una legge che segna un passaggio pesante

Con 62 voti favorevoli e 48 contrari, il Parlamento israeliano ha approvato una norma che consente la condanna a morte per chi provochi intenzionalmente la morte di una persona durante un atto di terrorismo, con l’obiettivo dichiarato di negare l’esistenza dello Stato di Israele. Il via libera ha ricevuto il sostegno del premier Benyamin Netanyahu, mentre all’interno della maggioranza non sono mancate posizioni contrarie. Un dato che mostra quanto il tema resti divisivo anche nello stesso quadro politico che ha portato alla sua approvazione.

Il punto più discusso non è solo la pena

A rendere ancora più controversa la norma non è soltanto la previsione della pena capitale, ma anche il modo in cui questa può essere applicata. Il testo consente infatti al tribunale di imporla persino se non richiesta dall’accusa e senza la necessità dell’unanimità dei giudici. In parallelo, resta la facoltà di convertire la condanna in ergastolo. È proprio questo margine di discrezionalità a suscitare forti perplessità, perché una sanzione irreversibile dovrebbe, per sua natura, richiedere il massimo livello di garanzie possibile.

La pena di morte divide le democrazie

Ogni volta che uno Stato democratico torna a discutere di pena capitale, il problema non riguarda solo il colpevole, ma la natura stessa delle istituzioni. Una democrazia si misura anche dalla capacità di difendere i propri principi quando affronta i crimini più gravi. Punire un assassino è compito della legge, ma decidere che lo Stato possa togliere la vita in nome della legge stessa apre una frattura etica profonda. Per molti osservatori, la pena di morte non rafforza lo Stato di diritto, ma lo espone al rischio di assomigliare proprio a ciò che dichiara di combattere.

Il rischio di confondere giustizia e vendetta

Il terrorismo colpisce nel modo più brutale possibile e provoca dolore, rabbia e paura. Proprio per questo il diritto dovrebbe mantenere lucidità e distanza emotiva. Quando una norma nasce in un clima segnato dalla tensione e dal conflitto, il rischio è che la risposta pubblica venga percepita più come una rivalsa che come un atto di giustizia. E una legge costruita anche per lanciare un segnale politico può finire per perdere quella neutralità che dovrebbe essere il fondamento di ogni ordinamento moderno.

L’errore irreparabile resta il nodo centrale

Chi difende la pena di morte la presenta spesso come deterrente o come forma di fermezza assoluta. Ma resta una domanda che nessuna legge può cancellare, cosa accade quando un sistema giudiziario sbaglia. L’ergastolo, per quanto durissimo, lascia almeno aperta la possibilità di correggere un errore. La pena capitale no. Ed è proprio questa irreversibilità a renderla, per molti giuristi e per una larga parte della comunità internazionale, incompatibile con una concezione moderna dei diritti umani.

Una scelta che pesa oltre i confini di Israele

Norme come questa non restano mai confinate entro i limiti di un singolo ordinamento nazionale. Hanno un impatto simbolico internazionale e contribuiscono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, diritto e libertà. In un mondo già attraversato da guerre, radicalizzazioni e tensioni identitarie, reintrodurre o rafforzare la pena di morte rischia di spostare ancora più avanti la soglia dell’accettabile. E quando uno Stato legittima la soppressione legale di una persona, il messaggio che passa è che esistano circostanze in cui la vita può tornare a essere negoziabile.

La vera forza di uno Stato è non uccidere

Un Paese ha il dovere di difendersi dal terrorismo e di proteggere i cittadini. Ma la sua forza non si misura nella durezza assoluta della pena. Si misura nella capacità di restare fedele ai principi di legalità, proporzione e umanità anche di fronte ai reati più odiosi. La pena di morte continua a rappresentare, per molti, una sconfitta del diritto prima ancora che una vittoria della sicurezza. Perché uno Stato che uccide in nome della giustizia finisce inevitabilmente per lasciare aperta una domanda scomoda, se la violenza sia davvero stata fermata oppure soltanto istituzionalizzata.


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31 Marzo 2026
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