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Dal 1967 a oggi, per i laureati il futuro è ancora la disoccupazione?

Dalla FIAT a Stellantis, il lavoro cambia forma ma i laureati continuano a fare i conti con un futuro fragile

Dal 1967 a oggi, per i laureati il futuro è ancora la disoccupazione?

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Dal 1967 a oggi la laurea protegge ancora, ma non basta a cancellare precarietà, mismatch e incertezza industriale

Nel 1967, sulle pagine di Conquiste del Lavoro, l’articolo di N. Cacace lanciava un allarme che suonava quasi provocatorio, “Una laurea per restare disoccupati”. Sullo sfondo c’era l’Italia industriale della FIAT, delle catene di montaggio, del progresso tecnico vissuto insieme come promessa e minaccia. Oggi quello scenario non esiste più nella stessa forma, ma la domanda resta attuale. Studiare protegge davvero dal rischio di restare ai margini oppure il sistema economico continua a produrre una frattura tra formazione e lavoro? L’impressione è che sia cambiato il paesaggio, non il disagio di fondo. L’articolo del 1967 insisteva proprio su questo nodo, il progresso aumentava la produttività ma non garantiva automaticamente occupazione, nemmeno ai più istruiti.

La FIAT del 1967 e l’ottimismo che conviveva con la paura

Nel 1967 la FIAT rappresentava il cuore simbolico dell’industria italiana. Era la fabbrica che incarnava il futuro, la modernizzazione, la crescita del Paese. Eppure proprio in quel contesto emergeva una contraddizione potente: più tecnologia non significava più lavoro per tutti. Al contrario, la razionalizzazione produttiva lasciava intuire una riduzione progressiva del bisogno di manodopera. In quell’Italia ancora fiduciosa nello sviluppo, il timore della disoccupazione dei laureati sembrava quasi un paradosso. Ma era un paradosso solo in apparenza. Il progresso, già allora, mostrava di poter selezionare, escludere, comprimere.

Dalla fabbrica fordista alla crisi industriale contemporanea

Oggi il confronto con Stellantis rende quel vecchio articolo ancora più amaro. Se nel 1967 la preoccupazione nasceva dentro un sistema industriale che cresceva, nel presente il problema si colloca dentro un’industria dell’auto che in Italia appare ridimensionata, incerta, spesso più attenta agli equilibri finanziari che a una vera prospettiva produttiva nazionale. Nel 2024 la produzione italiana di Stellantis è scesa del 37%, toccando il livello più basso da decenni, con un crollo particolarmente forte per le auto prodotte negli stabilimenti italiani. Il punto critico è questo: nel 1967 si temeva che l’industria moderna riducesse il lavoro; oggi il timore è che una parte dell’industria non creda più davvero nel proprio radicamento produttivo.

La laurea oggi vale di più, ma rassicura di meno

Rispetto agli anni Sessanta, un cambiamento c’è stato. Oggi la laurea offre ancora un vantaggio occupazionale concreto. In Italia, tra i 25 e i 64 anni, il tasso di occupazione dei laureati è più alto di quello dei diplomati e molto più alto di quello di chi possiede solo titoli bassi. Istat segnala per il 2023 un tasso di occupazione dell’84,3% tra i laureati, contro il 73,3% dei diplomati. Ma questo dato, da solo, non basta a raccontare la realtà. Avere più probabilità di lavorare non significa trovare un lavoro stabile, coerente con gli studi, ben retribuito e capace di dare un’idea di futuro. Il vantaggio statistico esiste, ma la serenità sociale molto meno.

Dal rischio disoccupazione al rischio svalutazione

Il problema contemporaneo, infatti, non è soltanto restare senza lavoro. È finire in un lavoro che non valorizza la formazione ricevuta. AlmaLaurea descrive da tempo questo fenomeno come una forma di mismatch, cioè di disallineamento tra titolo di studio, competenze acquisite e occupazione effettivamente svolta. Anche quando il laureato lavora, non sempre il suo percorso universitario viene riconosciuto o utilizzato in modo pieno. In questo senso, il titolo dell’articolo del 1967 può essere aggiornato senza perdere forza. Oggi forse non bisognerebbe dire soltanto una laurea per restare disoccupati, ma anche una laurea per restare sotto utilizzati.

L’ottimismo del passato e il disincanto del presente

C’è poi una differenza culturale importante. Nel 1967 il futuro era ancora percepito, almeno in parte, come una direzione migliorabile. Si discuteva di riforme, di investimenti, di politiche attive, di redistribuzione del lavoro. Si pensava che lo sviluppo potesse essere corretto e guidato. Oggi, invece, il discorso pubblico appare più sfiduciato. Molti giovani studiano sapendo che potrebbero essere costretti a emigrare, ad accettare contratti fragili, a entrare tardi nella vita adulta o a lavorare in settori lontani dalla propria preparazione. Il punto non è la nostalgia per il passato, ma la constatazione che l’ottimismo industriale di allora, pur pieno di contraddizioni, aveva almeno una fiducia nel domani che oggi sembra molto più debole.

La vera domanda non è se studiare serva, ma per quale Paese

La questione, allora, non è stabilire se la laurea serva oppure no. Serve ancora, e i dati lo confermano. Il problema è capire per quale modello di Paese si studia. Se il sistema produttivo arretra, se l’industria si restringe, se il lavoro qualificato viene assorbito male, se la mobilità sociale rallenta, allora anche il titolo più alto rischia di perdere parte della sua forza emancipatrice. Rileggere oggi l’articolo di N. Cacace significa riconoscere che il suo allarme non era eccessivo. Era precoce. Aveva intuito che il progresso senza una politica industriale e sociale capace di governarlo può diventare una promessa tradita. Dalla FIAT del 1967 alla Stellantis di oggi, il nome cambia, il contesto pure, ma la domanda resta scomoda: che posto ha, davvero, un laureato in un’Italia che fatica ancora a immaginare il proprio futuro produttivo?

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fonte originale Conquiste del Lavoro N. 20 Anno 20 del 21/05/1967


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23 Marzo 2026
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