Nel 2024 oltre 36 mila donne hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza con il supporto dei Centri antiviolenza. È un dato che colpisce non solo per la sua dimensione, ma per ciò che rappresenta: migliaia di storie in cui la richiesta di aiuto arriva dopo mesi o anni di soprusi, paure e isolamento. Dietro i numeri diffusi da Istat non ci sono semplici statistiche, ma vite segnate da violenze spesso multiple e ripetute.
Un fenomeno ampio che assume forme diverse
La violenza che emerge dai dati non ha un solo volto. La forma più frequente resta quella fisica, subita dal 64,5% delle donne accolte nei percorsi di uscita, seguita dalle minacce, che riguardano più di una donna su due. Accanto a queste compaiono le violenze sessuali più gravi, come stupro o tentato stupro, ma anche molestie, revenge porn, pressioni degradanti e abusi online. A rendere il quadro ancora più pesante c’è la diffusione dello stalking, compreso quello digitale.
La violenza psicologica resta la più invisibile e la più diffusa
Tra tutte le forme di abuso, quella psicologica continua a essere una delle più pervasive. Quasi nove donne su dieci dichiarano di averla subita insieme ad altre forme di violenza. È una violenza meno visibile di un livido, ma spesso agisce ogni giorno, consumando autonomia, autostima e libertà personale. Offese, umiliazioni, controllo costante e isolamento diventano così parte di una quotidianità difficile anche da raccontare.
La violenza economica, il controllo che passa dal denaro
C’è poi una forma di abuso che per molto tempo è rimasta ai margini del dibattito pubblico, ma che oggi appare in tutta la sua gravità: la violenza economica. Riguarda quasi il 40% delle donne seguite dai Cav e si manifesta attraverso il controllo del reddito, l’esclusione dalle decisioni familiari sul denaro o l’impossibilità di disporre delle proprie risorse. In pratica, non si colpisce solo la persona, ma anche la sua possibilità concreta di scegliere, allontanarsi e ricominciare.
Età, vulnerabilità e differenze che non possono essere ignorate
I dati mostrano anche differenze importanti tra gruppi diversi di donne. La violenza fisica colpisce in misura maggiore la fascia tra i 30 e i 39 anni, mentre quella sessuale pesa di più sulle più giovani. Le donne straniere, mediamente più giovani rispetto alle italiane, risultano più esposte a violenze fisiche e sessuali. Cresce inoltre il numero delle donne con disabilità che si rivolgono ai Centri antiviolenza, un aumento che segnala da un lato una maggiore emersione, ma dall’altro conferma una vulnerabilità che richiede strumenti di protezione ancora più mirati.
I figli spettatori e vittime di una violenza che si allarga
Uno degli aspetti più duri del rapporto riguarda i figli. In quasi l’80% dei casi in cui le donne vittime di violenza hanno figli, questi assistono alle aggressioni subite dalla madre. Non si tratta di una presenza marginale o passiva. In molti casi i minori vivono dentro lo stesso clima di paura, e in quasi un quarto delle situazioni subiscono essi stessi violenza da parte del maltrattante. Questo significa che la violenza domestica non resta mai confinata alla coppia, ma investe l’intero nucleo familiare.
I Centri antiviolenza, una rete che regge ma chiede risposte più rapide
Nel 2024 i Centri antiviolenza attivi in Italia sono 409, un numero sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente ma molto più alto rispetto al 2017. La rete esiste, lavora e continua a rappresentare un presidio essenziale. Quasi tutti i centri adottano strumenti di valutazione del rischio, segnale di una crescita organizzativa importante. Resta però il nodo dei tempi di risposta dei provvedimenti di protezione, che troppo spesso non arrivano in modo rapido. E quando il tempo si allunga, il rischio per le vittime non resta fermo ad aspettare.
I numeri non bastano se non diventano responsabilità collettiva
Leggere questi dati significa prendere atto di una realtà che non può essere archiviata come emergenza occasionale. La violenza contro le donne continua a essere strutturale, trasversale e radicata. I numeri raccontano percorsi di uscita, ma anche ritardi, fragilità e bisogni ancora aperti. Per questo il lavoro dei Centri antiviolenza va sostenuto non solo come servizio, ma come parte di una risposta culturale, sociale e istituzionale che deve diventare più forte, più accessibile e più tempestiva.
11 Marzo 2026
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