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Un busto dimenticato riporta Michelangelo a Roma

La ricerca di Valentina Salerno riapre il dibattito sulle opere perdute di Michelangelo e sugli ultimi anni della sua vita

Un busto dimenticato riporta Michelangelo a Roma

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Un busto a Roma potrebbe essere riattribuito a Michelangelo Buonarroti dopo dieci anni di studi archivistici

A volte le grandi scoperte non emergono da scavi spettacolari, ma da lunghi anni di studio silenzioso. È il caso di un busto scultoreo custodito da secoli nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma, oggi al centro di una possibile clamorosa riattribuzione a Michelangelo Buonarroti. Un’ipotesi che, se confermata, aggiungerebbe un tassello significativo alla produzione dell’artista rinascimentale.

Una ricerca durata dieci anni

Alla base della scoperta c’è il lavoro della ricercatrice romana Valentina Salerno, che per oltre un decennio ha incrociato documenti, archivi e testimonianze italiane e internazionali. Nel suo studio “Michelangelo gli ultimi giorni”, Salerno ha ricostruito l’ultima fase della vita di Buonarroti, mettendo in discussione convinzioni consolidate dalla storiografia tradizionale.

Il mito delle opere distrutte

Per secoli si è ritenuto che Michelangelo avesse distrutto numerosi bozzetti, disegni e sculture presenti nella sua casa romana. Secondo la nuova ricostruzione, invece, l’artista avrebbe scelto una strada diversa: affidare opere e materiali a collaboratori fidati, con l’obiettivo di preservarli. Una decisione che aprirebbe scenari inediti sulla dispersione e sulla sopravvivenza di lavori finora considerati perduti.

La stanza segreta e il mistero delle chiavi

Uno dei documenti rintracciati dalla studiosa parla di una stanza destinata a custodire beni particolarmente preziosi, protetta da un sistema di chiavi multiple. Un dettaglio che suggerisce un livello di attenzione e segretezza non compatibile con l’idea di una distruzione volontaria delle opere. Quella stanza, secondo quanto emerso, sarebbe rimasta vuota per oltre quattro secoli, lasciando spazio a interrogativi ancora aperti.

Il busto di Sant’Agnese e le opere poco note

Il busto conservato nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura rientrerebbe tra una ventina di opere finora considerate di attribuzione incerta o poco conosciute. La possibile paternità michelangiolesca rappresenterebbe una svolta per la storia dell’arte rinascimentale, ridefinendo il catalogo delle opere dell’artista e offrendo nuovi spunti di studio sulla sua produzione tarda.

Il sostegno scientifico e il comitato internazionale

La ricerca di Valentina Salerno è stata sostenuta dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Salvatore e dal professor Michele Rak. L’interesse suscitato ha coinvolto anche il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro, che ha promosso la nascita di un comitato scientifico composto da esperti provenienti da importanti musei internazionali. Un lavoro collegiale che, secondo quanto anticipato, è proseguito persino durante il Conclave.

Una scoperta che può riscrivere la storia dell’arte

Se la riattribuzione sarà confermata, il busto di Sant’Agnese non rappresenterà solo un recupero artistico, ma un cambiamento nella narrazione degli ultimi anni di Michelangelo Buonarroti. Le ricerche suggeriscono infatti un artista meno incline alla distruzione delle proprie opere e più attento alla loro conservazione futura. Una prospettiva che invita a rileggere documenti, archivi e collezioni con uno sguardo nuovo.


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02 Marzo 2026
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