Il 12 febbraio 1980 resta una data incisa nella storia della Repubblica. Nei corridoi della facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, le Brigate rosse colpirono a sangue freddo Vittorio Bachelet. Un omicidio che non fu soltanto un atto di violenza politica, ma un attacco diretto alle istituzioni democratiche e alla cultura del dialogo.
Un giurista stimato e un uomo delle istituzioni
Nato a Roma il 20 febbraio 1926, Vittorio Bachelet era un docente di diritto amministrativo molto apprezzato, un cattolico impegnato e una figura rispettata nel panorama pubblico italiano. Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ricopriva un incarico centrale nell’equilibrio istituzionale: la presidenza del Csm spetta infatti al capo dello Stato — all’epoca Sandro Pertini — ma la gestione operativa compete al vicepresidente.
Il suo ruolo rappresentava un presidio concreto della legalità in un periodo attraversato da tensioni e violenze.
Un bersaglio simbolico negli anni di piombo
Agli occhi dei terroristi, Bachelet incarnava ciò che la lotta armata intendeva colpire: uno Stato impegnato a contrastare l’eversione senza rinunciare al dialogo politico. Iscritto alla Democrazia cristiana e considerato vicino ad Aldo Moro, era stato eletto al Csm come membro laico con un ampio consenso parlamentare, nel clima della cosiddetta solidarietà nazionale.
La sua figura univa fermezza istituzionale e apertura culturale, una combinazione che nella logica estremista appariva inaccettabile.
L’agguato alla Sapienza
Quel 12 febbraio, mentre conversava con la sua assistente Rosy Bindi, Bachelet venne raggiunto da sette colpi di pistola. A sparare furono Anna Laura Braghetti e Bruno Seghetti. L’assassinio avvenne in un luogo simbolo del sapere, trasformando uno spazio di studio e confronto in teatro di violenza.
L’obiettivo non era soltanto eliminare un uomo, ma diffondere paura e delegittimare le istituzioni democratiche.
Il perdono che colpì l’Italia
Nei giorni successivi, l’opinione pubblica fu profondamente scossa non solo dall’omicidio, ma anche dalle parole pronunciate durante il funerale dal figlio Giovanni Bachelet. «Vogliamo pregare anche per coloro che hanno colpito il mio papà… sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta».
In un’epoca segnata dall’odio ideologico, quel messaggio di perdono rappresentò uno squarcio di luce. Non negava la necessità della giustizia, ma rifiutava la spirale della vendetta.
Una lezione civile che resta attuale
L’assassinio di Vittorio Bachelet rientra tra le pagine più dolorose degli anni di piombo, stagione in cui il terrorismo tentò di destabilizzare la Repubblica attraverso la violenza sistematica. Colpire figure credibili e rispettate significava, nelle intenzioni dei terroristi, isolare lo Stato e radicalizzare lo scontro.
A distanza di 46 anni, la memoria di Bachelet richiama ancora i valori della responsabilità istituzionale, del dialogo e del rispetto delle regole democratiche. La sua storia testimonia quanto fragile possa essere l’equilibrio civile e quanto sia necessario difenderlo con fermezza e consapevolezza.
Il nome che resta nella memoria pubblica
A Vittorio Bachelet è stato intitolato il Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura. Un gesto simbolico che ricorda come le istituzioni democratiche non siano entità astratte, ma comunità di persone chiamate a servire lo Stato con integrità.
Ricordare non è solo un atto formale. È un modo per riaffermare che la violenza politica non può e non deve prevalere sul confronto civile.
Luigi Canali
13 Febbraio 2026 © Luigi Canali
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