Per anni l’immagine dell’Italia nel mondo è stata affidata quasi esclusivamente a due eccellenze indiscutibili, la buona tavola e la moda. Un racconto rassicurante, efficace sul piano turistico, ma riduttivo se si guarda al patrimonio culturale contemporaneo del Paese. È da questa constatazione che nasce una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte italiana oggi e sul modo in cui viene raccontata oltre confine.
Un’identità culturale semplificata
Secondo Emilio Isgrò, puntare quasi esclusivamente su cucina e sartoria è stato un segnale di arrendevolezza culturale. Mestieri rispettabili, certo, ma insufficienti a rappresentare la complessità di un Paese che ha espresso e continua a esprimere artisti di livello internazionale. Ridurre l’Italia a un marchio gastronomico o estetico significa rinunciare a una parte fondamentale della propria identità.
L’arte contemporanea italiana lasciata ai margini
L’Italia dispone di una scena artistica viva, articolata, ricca anche di giovani talenti. Eppure, molti di questi artisti restano confinati in circuiti limitati, senza un reale riconoscimento internazionale. Persino movimenti storici come l’Arte povera, pur avendo avuto un ruolo centrale nel Novecento, non hanno ricevuto lo spazio che meritavano fuori dai confini nazionali. Un paradosso per uno dei Paesi culturalmente più attrezzati al mondo.
Il rischio di un racconto autoreferenziale
Presentarsi al mondo solo come cuochi e sarti, osserva Isgrò, equivale a non andare lontano. È una narrazione che rassicura, ma non apre prospettive. “Se ci accontentiamo di questo, rischiamo di essere percepiti come nell’Ottocento, quando passavamo per un popolo di camerieri”. Una semplificazione che impoverisce il ruolo dell’Italia nel confronto culturale globale.
Segnali positivi che non bastano
Negli ultimi anni non sono mancati segnali incoraggianti. Il rilancio dell’arte contemporanea in territori storicamente complessi, come la Sicilia, dimostra che esiste una volontà di cambiamento. La scelta di Gibellina come Capitale italiana dell’Arte Contemporanea per il 2026 è un esempio concreto di questa direzione. Tuttavia, iniziative simboliche da sole non sono sufficienti se non si inseriscono in una strategia culturale più ampia e continuativa.
Arte, geopolitica e responsabilità culturale
In un contesto internazionale segnato da conflitti e tensioni, Isgrò richiama l’attenzione su un punto spesso trascurato: l’arte ha una forza che può competere con la logica delle armi. “Non è vero che l’arte conta solo quando è diffusa, conta quando ha spessore storico”. Proprio questo spessore permette alla cultura di reggere l’urto della geografia, delle ambizioni espansionistiche e delle crisi globali.
Oltre commemorazioni e tecnocrazie
Limitarsi alle celebrazioni del passato, avverte l’artista, rischia di essere un atto suicida. Allo stesso modo, affidarsi esclusivamente a tecnocrazie e tecnologie non basta a cambiare il mondo. L’arte, invece, può farlo anche a più buon mercato, perché è intelligenza libera, priva di colore politico e per sua natura rivoluzionaria. Serve una visione capace di riportare gli artisti italiani fuori dall’ombra e al centro del dibattito culturale internazionale.
27 Gennaio 2026
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