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Gaza, il consiglio della pace di Trump tra potere, diplomazia e ricostruzione

Da Tony Blair a Kushner, il board per Gaza racconta equilibri di potere e strategie globali

Gaza, il consiglio della pace di Trump tra potere, diplomazia e ricostruzione

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Ricostruzione e governance di Gaza affidate a un consiglio internazionale tra aiuti e interessi geopolitici

La Casa Bianca ha scoperto le carte sulla gestione del futuro di Gaza, annunciando la composizione del nuovo Consiglio della pace voluto dall’amministrazione Trump. Un organismo che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe guidare la governance temporanea e la ricostruzione della Striscia dopo la guerra. I nomi scelti raccontano molto più di un semplice assetto tecnico: parlano di equilibri geopolitici, di interessi economici e di una visione fortemente centralizzata del processo decisionale.

Un board fondatore a guida americana

Il consiglio esecutivo nasce sotto la diretta supervisione del presidente Donald Trump e avrà il compito di coordinare un comitato di tecnocrati incaricato dell’amministrazione quotidiana di Gaza nella fase post-bellica. Ogni membro avrà un proprio portafoglio strategico, considerato essenziale per la stabilizzazione del territorio, anche se al momento non sono state chiarite le deleghe specifiche. Un dettaglio che lascia spazio a interrogativi sul reale bilanciamento dei poteri all’interno dell’organismo.

Tony Blair, una figura che divide

Tra i primi nomi annunciati spicca quello di Tony Blair, unico membro fondatore non statunitense. Ex primo ministro britannico e protagonista di scelte controverse come la guerra in Iraq del 2003, Blair porta con sé un passato che continua a suscitare discussioni. Dopo l’esperienza a Downing Street, ha ricoperto il ruolo di inviato per il Medio Oriente del Quartetto internazionale, costruendosi un profilo da mediatore globale. Non a caso ha definito i piani di Trump per Gaza “la migliore possibilità di porre fine a due anni di guerra, miseria e sofferenza”.

Marco Rubio e la linea dura che evolve

Altro nome centrale è quello di Marco Rubio, oggi segretario di Stato. In passato critico verso qualsiasi cessate il fuoco, Rubio aveva sostenuto la necessità di eliminare completamente Hamas. Con il tempo, però, la sua posizione si è adattata alla nuova strategia americana, arrivando a sostenere la prima fase dell’accordo di tregua come l’unica opzione praticabile. Un cambiamento che riflette la tensione costante tra realpolitik e dichiarazioni di principio.

Witkoff e Kushner, diplomazia informale e affari

Nel consiglio trova spazio anche Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente, imprenditore immobiliare e figura molto vicina a Trump. È stato lui ad annunciare l’avvio della seconda fase del piano per Gaza, che prevede ricostruzione e smilitarizzazione totale, incluso il disarmo di Hamas. Al suo fianco agisce spesso Jared Kushner, genero del presidente, già protagonista di numerosi dossier di politica estera. Insieme rappresentano una diplomazia fortemente personalizzata, dove relazioni dirette e interessi strategici si intrecciano.

Finanza e istituzioni internazionali nel board

Accanto alle figure politiche, il consiglio include profili legati alla finanza globale e alle istituzioni multilaterali. Marc Rowan, a capo di un colosso del private equity, porta nel board una visione orientata agli investimenti e alla gestione dei capitali. Sul versante più istituzionale compare Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, con un passato alla guida di Mastercard e una lunga esperienza nella cooperazione economica internazionale. La sua presenza segnala l’intenzione di legare la ricostruzione a meccanismi finanziari globali.

La governance sul terreno e il ruolo palestinese

Sul campo opererà Nickolay Mladenov, ex inviato ONU per il Medio Oriente, incaricato di supervisionare il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza. Questo organismo palestinese, composto da quindici membri, sarà guidato da Ali Shaath e avrà il compito di gestire l’amministrazione quotidiana nella fase di transizione. Un assetto che prova a tenere insieme controllo internazionale e rappresentanza locale, non senza criticità.

Le uniche due donne nel board

Nel panorama prevalentemente maschile del consiglio emergono due eccezioni: Reem Al-Hashimy e Sigrid Kaag. Al-Hashimy, ministra degli Emirati Arabi Uniti, incarna la dimensione della cooperazione e dei grandi progetti, forte dell’esperienza maturata anche con Expo Dubai. Kaag, invece, rappresenta la catena umanitaria internazionale: coordina gli aiuti per Gaza e ricopre un ruolo chiave nel processo di pace in Medio Oriente per le Nazioni Unite.

Un equilibrio fragile tra politica, finanza e aiuti

Nel disegno tracciato da Washington, il Consiglio della pace appare come un tavolo dove si incontrano interessi politici, leve finanziarie e gestione umanitaria. Le due presenze femminili incarnano queste ultime dimensioni, ma restano una minoranza in un organismo dominato da logiche di potere. Resta da capire se questa architettura riuscirà davvero a incidere sulla stabilità di Gaza o se finirà per riflettere, ancora una volta, le contraddizioni della geopolitica internazionale.


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18 Gennaio 2026
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