In Iran il silenzio digitale è diventato una leva di potere. Il blackout di Internet imposto dalle autorità ha superato le 180 ore consecutive, entrando di diritto tra le interruzioni più lunghe e pervasive mai registrate. Una scelta che non riguarda solo la tecnologia, ma che incide direttamente sulla libertà di informazione, sulla sicurezza dei cittadini e sulla possibilità di comprendere cosa stia realmente accadendo nel Paese.
Un blackout senza precedenti nella storia recente iraniana
La chiusura della rete, avviata a fine dicembre, ha già superato il precedente record del 2019, quando Internet fu bloccata durante quello che è passato alla storia come il “novembre di sangue”. Allora, solo dopo il ripristino delle comunicazioni, emerse l’ampiezza della repressione. Oggi, secondo le autorità, il blocco proseguirà almeno fino a Nowruz, il capodanno persiano di fine marzo, e potrebbe essere ulteriormente esteso per generiche “ragioni di sicurezza”.
L’assenza di segnali di ripristino
Le organizzazioni che monitorano lo stato della rete segnalano un quadro immobile. Non si intravedono riaperture parziali, né regionali, né temporanee. Nel 2019, anche un ritorno graduale della connessione permise di ricostruire i fatti. Questa volta, invece, il blackout sembra progettato per durare, trasformando l’isolamento digitale in una condizione strutturale e non più emergenziale.
Il precedente del 2019 e la memoria della repressione
Nel novembre 2019 la connessione fu interrotta completamente per circa cinque giorni e in modo instabile per quasi undici. Quell’episodio è ancora oggi considerato una delle interruzioni di comunicazione più estese al mondo. L’esperienza ha lasciato una lezione chiara: senza Internet, le informazioni circolano solo quando il potere decide che possono farlo.
Diplomazia in movimento tra Mosca e Tel Aviv
Mentre l’Iran resta isolato sul piano digitale, la crisi entra anche nelle agende internazionali. Il presidente russo Vladimir Putin ha discusso telefonicamente della situazione con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Al centro del colloquio, la stabilità del Medio Oriente e la necessità di privilegiare soluzioni diplomatiche per evitare un’ulteriore escalation. I due leader hanno concordato di mantenere aperti i canali di contatto.
Il dialogo diretto tra Russia e Iran
Lo stesso Putin ha avuto un confronto telefonico anche con il presidente iraniano Massoud Pezeshkian. Un segnale che evidenzia come la crisi interna iraniana abbia ormai superato i confini nazionali, diventando un fattore di preoccupazione regionale e globale.
Diritti umani e numeri ancora invisibili
La chiusura totale di Internet rende estremamente difficile verificare l’impatto reale della repressione. Secondo Human Rights Watch, sarebbero in corso “uccisioni di massa” con numeri che potrebbero raggiungere le migliaia. L’Organizzazione iraniana per i diritti umani è riuscita finora a confermare almeno 3.428 morti tra i manifestanti. Cifre che, in assenza di comunicazioni libere, restano parziali e probabilmente sottostimate.
Un caso estremo nel panorama globale
Analisi indipendenti mostrano che pochissimi blackout nazionali completi hanno superato quello iraniano per durata. Un caso simile è stato registrato in Sudan durante il colpo di Stato del 2021, mentre il record assoluto resta quello dell’Etiopia, dove alcune regioni rimasero isolate per quasi due anni. L’Iran, oggi, si colloca drammaticamente in questa stessa categoria.
Il silenzio digitale come arma politica
Il blackout non è solo un’interruzione tecnica. È uno strumento di controllo che oscura proteste, numeri, volti e storie. In assenza di rete, il tempo si dilata e la verità resta sospesa. Ed è proprio in questo vuoto informativo che il potere consolida la propria versione dei fatti.
16 Gennaio 2026
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