L’Iran attraversa una delle fasi più drammatiche degli ultimi anni. Al sedicesimo giorno di proteste diffuse in tutto il Paese, la risposta delle autorità si è trasformata in una repressione su larga scala, con un bilancio umano che cresce di ora in ora. Le manifestazioni, nate da una crisi economica sempre più profonda, hanno assunto rapidamente un carattere politico diretto, mettendo in discussione la tenuta stessa del regime.
Una repressione che assume contorni estremi
Le informazioni che filtrano dall’interno parlano di centinaia di vittime, migliaia di arresti e ospedali sovraffollati di corpi senza identità. Secondo organizzazioni per i diritti umani e fondazioni dell’opposizione, il numero dei morti tra i manifestanti potrebbe superare di molto le cifre ufficiali. In alcuni casi, alle famiglie verrebbe chiesto di pagare somme elevate per ottenere il rilascio delle salme, mentre i corpi vengono descritti come “ammassati negli ospedali” o chiusi in sacchi neri, rendendo il riconoscimento quasi impossibile.
Dalla crisi economica alla contestazione politica
Le proteste sono esplose in seguito al crollo della valuta e al peggioramento delle condizioni economiche, ma si sono presto trasformate in una contestazione diretta del potere. Per molti osservatori, si tratta del movimento più intenso dai tempi di Donna, vita e libertà, la mobilitazione del 2022 seguita alla morte di Mahsa “Jina” Amini. Oggi, però, la rabbia si estende a strati sempre più ampi della popolazione, uniti dalla richiesta di un cambiamento politico profondo.
La minaccia di una crisi regionale
Il conflitto interno iraniano si intreccia con equilibri geopolitici già fragili. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che un eventuale intervento statunitense porterebbe l’Iran a colpire Israele e le basi militari americane nella regione, considerate “obiettivi legittimi”. Una dichiarazione che lega apertamente la repressione interna al rischio di una nuova destabilizzazione regionale.
Il ruolo degli Stati Uniti e le valutazioni di Trump
Da Washington, Donald Trump ha espresso sostegno ai manifestanti e sta valutando possibili iniziative contro Teheran. Tra le opzioni allo studio figurano nuove sanzioni, operazioni cibernetiche e persino azioni militari mirate. Una scelta che, se confermata, potrebbe spostare la crisi iraniana su un piano internazionale ancora più pericoloso.
Israele in allerta e il sostegno ai manifestanti
Anche Israele segue con estrema attenzione l’evoluzione degli eventi. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha convocato riunioni sulla sicurezza ed espresso sostegno alla protesta, arrivando ad affermare che Israele e Teheran potrebbero tornare partner dopo la caduta dell’attuale regime. Le forze di difesa israeliane dichiarano di essere pronte a intervenire se necessario, segnale di un livello di allerta elevatissimo.
Città isolate, proteste che non si fermano
Sul terreno, la repressione non si limita alla violenza fisica. Blackout elettrici e blocchi di internet cercano di isolare il Paese dal resto del mondo. Eppure, la mobilitazione continua a trovare nuove forme. A Teheran, dopo giorni senza elettricità né connessione, centinaia di persone hanno illuminato le strade con le torce dei telefoni cellulari. In alcune aree, la circolazione di video sarebbe stata possibile grazie a Starlink, ancora attivo in modo frammentario.
Un Paese attraversato da scontri e barricate
Disordini e manifestazioni sono stati segnalati in numerose città, tra cui Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman e Saqqez. A Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei, i manifestanti hanno affrontato le forze di sicurezza, erigendo barricate e appiccando incendi. Scene che restituiscono l’immagine di un Paese profondamente spaccato.
La linea dura del regime e la chiusura al dialogo
Le autorità hanno ammesso un aumento del livello di scontro. Il capo della polizia nazionale Sardar Radan ha parlato di “arresti importanti”, mentre durante alcuni funerali le forze di sicurezza avrebbero usato gas lacrimogeni anche contro i familiari delle vittime. Dopo aver inizialmente minimizzato le proteste, il regime ha cambiato narrazione, proclamando tre giorni di lutto nazionale per le forze di sicurezza cadute nella cosiddetta “battaglia di resistenza nazionale”.
Accuse di terrorismo e uno scenario aperto
Il presidente Masoud Pezeshkian, che in un primo momento aveva evocato il dialogo, ora parla di “terroristi legati a potenze straniere”. Il procuratore generale ha spinto ancora oltre, definendo i manifestanti e chi li sostiene “nemici di Dio”, un’accusa che in Iran può portare alla pena di morte. Una scelta che chiude ogni spiraglio di mediazione e lascia il Paese sospeso tra una repressione sempre più dura e una protesta che, nonostante tutto, continua a riempire le strade.
11 Gennaio 2026
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