I dati più recenti mostrano un’Italia in cui l’occupazione cresce con continuità, confermando un ciclo positivo avviato dopo la crisi pandemica. Tuttavia, dietro i numeri incoraggianti emergono sfide strutturali che riguardano salari, demografia, competenze e squilibri territoriali. La fotografia del mercato del lavoro è quindi più complessa di quanto possa apparire a una prima lettura.
Un ciclo occupazionale che parte dal post pandemia
Nel corso del 2025 l’occupazione registra un incremento tendenziale di circa 230 mila posti di lavoro, in linea con il percorso iniziato nel 2022 dopo l’emergenza Covid-19. Il recupero delle perdite iniziali e la successiva creazione di oltre 1,2 milioni di nuovi posti hanno consolidato una fase espansiva che, per intensità e durata, non ha precedenti recenti nella storia economica del Paese.
Meno precarietà e più lavoro stabile
Alla luce dei numeri, molte critiche sulla presunta bassa qualità della nuova occupazione appaiono ridimensionate. La totalità dei nuovi occupati è composta da dipendenti a tempo indeterminato, accompagnata da una riduzione significativa delle persone in cerca di lavoro e da circa mezzo milione in meno di contratti a termine e di part-time involontari. Il tasso di occupazione raggiunge così il suo massimo storico, toccando il 62,8% e riducendo di circa tre punti il divario con la media dei Paesi Ue.
Salari e potere d’acquisto, una ripresa incompleta
Nonostante i rinnovi contrattuali degli ultimi anni, una parte rilevante dei lavoratori dipendenti non ha visto un reale miglioramento delle proprie condizioni economiche. In particolare, le retribuzioni nette superiori ai 35 mila euro annui risultano ancora inferiori dell’8% rispetto al 2019, anche perché escluse dagli sgravi contributivi e fiscali destinati ai redditi più bassi. La crescita dei redditi delle famiglie è stata sostenuta più dall’aumento del numero di occupati che da un effettivo incremento delle retribuzioni individuali.
Pil, Pnrr e nuovi equilibri territoriali
La buona performance dell’occupazione si è mantenuta nonostante il cambiamento profondo dei settori trainanti. Dopo la pandemia, il rimbalzo delle esportazioni e dei consumi interni, sostenuti dal risparmio accumulato durante gli anni dei sussidi, ha favorito il recupero dei livelli di Pil pre-crisi. Successivamente, il contributo decisivo è arrivato dagli investimenti del Pnrr, che hanno favorito una crescita più intensa nelle regioni del Mezzogiorno rispetto al centro-nord, riducendo temporaneamente gli squilibri territoriali.
Dopo il Pnrr, uno scenario più incerto
Secondo le stime Istat, nel 2026 il Pil dovrebbe crescere dello 0,8%, anche grazie al completamento di circa l’80% degli investimenti infrastrutturali avviati con il Pnrr e a una moderata ripresa dei consumi interni. Tuttavia, con l’esaurirsi degli effetti del Pnrr nel primo semestre del 2026, lo scenario futuro risulterà fortemente condizionato dalle dinamiche geopolitiche internazionali e dalle scelte dell’Unione europea in materia di difesa, sicurezza e tutela delle filiere produttive.
Demografia, invecchiamento e mercato del lavoro
Un elemento strutturale destinato a incidere nel tempo è l’impatto demografico. Negli ultimi quattro anni gli occupati over 50 sono aumentati di 1,6 milioni, evidenziando una maggiore sostenibilità dell’innalzamento dell’età pensionabile e un cambiamento nell’atteggiamento delle imprese verso la valorizzazione delle competenze dei lavoratori più anziani. L’invecchiamento attivo diventa così una componente chiave della crescita occupazionale.
Ricambio generazionale e divari territoriali
La possibilità di avvicinare il tasso di occupazione italiano alla media europea, pari a circa 2,8 milioni di posti di lavoro potenziali, dipende però dalla qualità del ricambio generazionale. In particolare, risulta decisivo aumentare l’occupazione di giovani e donne nel Mezzogiorno. Le difficoltà delle imprese nel reperire personale, che riguardano quasi il 50% del fabbisogno, derivano dalla perdita di competenze tradizionali, dall’obsolescenza dei profili professionali e dagli squilibri tra domanda e offerta di lavoro.
Competenze, tecnologia e nuovo paradigma produttivo
Le tendenze demografiche e l’impatto pervasivo dell’intelligenza artificiale accentuano criticità già presenti. Diventa quindi centrale l’investimento sulle competenze delle risorse umane, per valorizzare le nuove tecnologie e rendere sostenibili le transizioni lavorative. La capacità di trasferire e utilizzare in modo appropriato l’innovazione condizionerà la crescita della produttività, dei redditi da lavoro e della qualità dei servizi.
Pubblica amministrazione e visione di lungo periodo
Il potenziale turnover di circa 700 mila posti nella pubblica amministrazione nei prossimi cinque anni rappresenta un’occasione strategica per rafforzare l’occupazione giovanile qualificata, con effetti positivi anche per la componente femminile e per i territori meno sviluppati. Tuttavia, la piena valorizzazione di queste opportunità richiede un cambio di paradigma: superare una logica prevalentemente assistenziale e costruire una visione di lungo periodo fondata su produttività, collaborazione tra attori economici e relazioni industriali più mature.
30 Dicembre 2025
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