Nulla di realmente nuovo sul tavolo dei negoziati. Le dichiarazioni di Donald Trump sul raggiungimento del 95% di accordo non segnano una svolta sostanziale, perché il 5% mancante coincide con il nodo centrale del conflitto: la posizione di Vladimir Putin. Un punto che pesa più di tutti gli altri e che mette in discussione anche il ruolo degli Stati Uniti come mediatori neutrali.
Il 95% come formula politica
Quando Donald Trump parla di “siamo al 95%”, utilizza una formula più politica che diplomatica. La percentuale serve a trasmettere ottimismo e a costruire una narrazione di progresso, ma non chiarisce cosa resti davvero da risolvere. In realtà, ciò che manca non è un dettaglio tecnico, bensì la questione decisiva su cui ruota l’intero conflitto.
Il nodo vero, Putin vuole tutto
Il 5% mancante coincide con la richiesta russa di ottenere il massimo risultato possibile sul piano territoriale e strategico. Per il Cremlino, il controllo delle aree occupate e la ridefinizione degli equilibri regionali non sono elementi negoziabili. È qui che il dialogo si arena, perché senza una rinuncia sostanziale da parte di Putin non esiste margine reale per un accordo definitivo.
Il Donbass come simbolo del conflitto
La questione del Donbass resta emblematica. Da un lato Volodymyr Zelensky continua a ribadire che non può esserci un’intesa che sancisca la perdita definitiva di territori ucraini. Dall’altro, Mosca considera quelle regioni come parte integrante della propria strategia di sicurezza e influenza. Il confronto resta quindi bloccato su posizioni inconciliabili.
Trump più vicino a Mosca che a Kiev
In questo scenario, il ruolo di Trump appare tutt’altro che neutrale. Più che un mediatore equidistante, il presidente americano sembra comprendere e giustificare le ragioni russe, arrivando a condividere l’idea che una tregua possa solo prolungare il conflitto. Un’impostazione che avvicina Washington alle posizioni di Mosca e indebolisce la percezione di un arbitrato imparziale.
La tregua come falso problema
Anche il tema della tregua viene trattato come secondario rispetto agli obiettivi strategici. Secondo la linea sostenuta dal Cremlino e fatta propria da Trump, una sospensione temporanea delle ostilità non risolverebbe nulla, ma rischierebbe di congelare il conflitto senza affrontarne le cause profonde. Una visione che lascia poco spazio a soluzioni graduali.
Zelensky isolato tra aperture e pressioni
Le aperture di Zelensky, come l’ipotesi di un referendum sul piano di pace o la disponibilità a indire elezioni, appaiono tentativi di non restare isolato sul piano internazionale. Tuttavia, senza garanzie di sicurezza concrete e con un mediatore percepito come sbilanciato, queste concessioni rischiano di tradursi in un indebolimento della posizione ucraina.
Il 5% che vale il 100%
Alla fine, il racconto del 95% di accordo nasconde una realtà più semplice: finché Putin continuerà a chiedere tutto, quel 5% resterà insormontabile. È il punto che vale il 100% del negoziato, perché riguarda l’esito politico e territoriale della guerra. E senza una reale pressione su Mosca, l’ottimismo rischia di restare solo una dichiarazione.
29 Dicembre 2025
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